Storia

Il cerchio di Popilio Lenate

La storia di Roma trovò una svolta decisiva nel III e II sec. a. C., quando nel Mediterraneo ellenistico, e nei popoli dell’Asia Minore, e dell’Illiria, la potenza già egemone in Italia ebbe a scontrarsi con la grande Macedonia di Filippo V. Grande più per la nomea che non per la situazione nella quale si ritrovò a sfidare Roma, la Macedonia di Filippo vedeva con preoccupazione le conquiste romane in Illiria, ai danni della regina Teuta (229 a. C.). L’attività diplomatica dei consoli romani (specialmente dopo la fine della seconda guerra macedonica con Tito Quinzio Flaminino) giocò un ruolo fondamentale nell’intricata situazione di alleanze che in tutta la Grecia decisero l’esito delle tre guerre macedoniche. Mettendo ordine nella narrazione che Livio e Polibio ci propongono, la prima ad attaccare fu la Macedonia. Lo stesso Filippo V non si rendeva perfettamente conto della potenza che andava affrontando, e non ebbe timore ad aprire le ostilità. Siamo nel 215 a. C. quando Annibale, che nel 216 aveva sconfitto i romani a Canne nella guerra romano-cartaginese, stringe un’alleanza con Filippo, in chiara chiave anti-romana. Da questa data al 205 a. C. (pace di Fenice), il conflitto sarà più sullo stile dell’a noi più recente Guerra Fredda che non su quello che si osserva nella seconda guerra macedonica, dal 200 al 197 a. C. In questa seconda fase, decisiva per la svolta dell’egemonia romana in terra greca, fondamentale fu l’elezione nel 198 a. C. del console Tito Quinzio Flaminino, l’uomo che per primo osò sottomettere il grande popolo greco sotto il dominio (per i Greci) barbarico dei romani. 197 a. C.: battaglia di Cinocefale, in Tessaglia. Roma annienta i Macedoni, che escono distrutti dal conflitto, e così gli alleati. Rinvigoriti escono invece gli alleati di Roma, tra cui gli Etoli, per anni in lotta coi Macedoni. Nello stesso anno, durante i giochi istmici tenuti a Corinto, Flaminino dichiara la libertà per tutti i popoli della Grecia. L’entusiasmo della folla, mescolato all’ammirazione per i romani, che avevano risparmiato dal saccheggio molte città, e che si impegnavano a lasciare la Grecia al più presto, si spense dopo la salita al potere di Antioco III, sovrano seleucide. La campagna di Antioco III, che provò ad approfittare della rapida uscita di scena dei romani dal conflitto macedone, era portata avanti dai soliti toni propagandistici anti-romani: che si tolga di mezzo il barbaro, e che la Grecia sia restituita ai Greci! Ma nel 188 a. C., Antioco cade, ed è costretto a firmare un’ingloriosa quanto necessaria pace ad Apamea. Così, al tentativo del 171 a. C. di Perseo, figlio di Filippo V, di riprendere l’offensiva anti-romana, dopo tre anni di guerra, nel 168 a. C., si arrivò alla chiusura (questa volta definitiva) della storia macedone in Grecia. Battaglia di Pidna, sconfitta macedone per merito del console Lucio Emilio Paolo, e trionfo romano (con tanto di Re Perseo condotto a Roma con i familiari, in atteggiamento umile e schiavile).

L’episodio del cerchio di Popilio Lenate, legato romano, chiude un quadro tragico per i Greci, e di grande favore per il popolo di Roma. E’ il 167 a. C. quando Antioco IV ha la cattiva idea di riprovarci, emulando il padre. Roma può essere ancora sconfitta, secondo il sovrano seleucida. Idea sbagliata, umiliazione immediata. Dopo aver tentato l’invasione dell’Egitto l’anno prima, Roma rimette ordine, e invia Lenate dal sovrano rivoltoso, per chiedergli di allontanarsi dall’Egitto al più presto, senza che si debba incorrere in una nuova, ennesima, disfatta. L’episodio è narrato da Livio. Il sovrano seleucide, rilasciato dopo alcuni anni da Roma, dove risiedeva come ostaggio per la guerra che il padre Antioco IV aveva osato lanciare ai danni della Repubblica, riconobbe subito Lenate, suo amico conosciuto, per l’appunto, a Roma. Il cordiale saluto del sovrano non fu ricambiato dal legato, che anzi gli chiese di lasciare immediatamente l’Egitto. Quando il sovrano seleucida comandò di consultare la sua corte regale, Popilio Lenate gli disegnò intorno un cerchio, sfruttando il terreno sabbioso che lo consentiva, e comunicando al suo vecchio amico di decidere prima di uscire dal cerchio, o Roma avrebbe mosso guerra. La potenza romana era arrivata a livelli così alti che Antioco rispose che avrebbe fatto qualsiasi cosa gli fosse stata richiesta da Roma da questo momento in avanti.

 

di Gianluca Palamidessi

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