Filosofia

Il nostro mondo esiste nel linguaggio

E’ questo un punto non facile da dover analizzare. L’abitudine che fin dai primi anni di vita ci porta a compiere determinate azioni, ad agire in base alle nostre esperienze, a reagire agli impulsi interni ed esterni, pur differentemente l’uno dall’altro; tutto questo è il linguaggio. Il linguaggio è linguaggio dei segni, è manifestazione delle nostre sensazioni, è gestualità. E la sua sorgente è così fortemente derivata da tutto quel che abbiamo intorno a noi, da rendere ogni nostra esperienza linguaggio. In questo senso, anche, il linguaggio è onnipervasivo. Ogni epoca storica ha il suo linguaggio.

Combatterci non è solo inutile, ma anche privo di ogni logica. Così, il rigetto anti-social network (che pure sento così forte) è, per assurdo, manifestazione linguistica dell’avversione a un linguaggio (quello del social network). E’, esso stesso, linguaggio. Non se ne esce. Questa breve panoramica introduttiva, per cogliere l’argomento nella sua generalità riflessa: il mondo (è il mio ed è il tuo, non è mai “il nostro”) è il mondo come ci appare. E’, riprendendo indebitamente Hegel, l’oggetto espresso nella coscienza di chi lo pensa, e non l’oggetto stesso. A differenza del filosofo tedesco, però, io provo a fermarmi qui: non sono degno dell’autocoscienza e dello Spirito Assoluto, non adesso.

Come stabilire il raggiungimento scientifico preposto prima che la ricerca iniziasse davvero? Come comunicare tra di noi le nostre sensazioni, i nostri presunti risultati in campo scientifico? Qui Kant ci cova. Nella “Critica della facoltà di giudizio”, è questo un punto cruciale, di enorme importanza filosofica: nel giudicare una rappresentazione “bella” (giudizio di gusto), ciò che sta a fondamento dell’universalità (soggettiva) di tale giudizio non è il piacere individuale (soggettivo), ma è il rapporto (presente in tutti gli uomini) delle facoltà rappresentative (intelletto e immaginazione) che fa scaturire in noi quel piacere. Soprattutto, che avanza la pretesa di un accordo universale sul giudizio di gusto che ognuno di noi dà, nel giudicare un oggetto “bello”. Se mi è concesso di portare questo (geniale) ragionamento nel campo del cognitivismo, ne viene fuori quella naturale socievolezza (Hume sta suonando al campanello) che è in tutti gli uomini condivisa, e che porta ogni uomo, con differenze che stanno nelle modalità di espressione, e non nella quantità di esse, a voler condividere la propria esperienza. E gli scontri più feroci che hanno colpito la storia dell’umanità vengono, con veduta rapida e parziale (forse superficiale), proprio dalla non accettazione della diversità. Diversità che è reale, non immaginaria. E quando scrivo “reale”, intendo effettiva, non frutto dell’ignoranza e della non comprensione dell’altro: queste sono storture limate.

 

Quando una cultura viene a infrangersi contro un’altra, non si deve guardare a quale delle due sia “superiore”: il che mi sembra assurdo, e profondamente sbagliato. Credo, bisogna prendere lo scontro per come viene, quasi come necessario. Perché, come non esiste nel dualismo l’”A” giusto e il “B” sbagliato, così l’impatto, e lo scontro, rende entrambe le parti legittime. Qui torneremmo su Hegel, su una lezione che è essenziale: che la meta, il raggiungimento della ricerca, è meta e percorso per giungere ad essa (è tutto ciò che c’è prima della meta, è un cammino). Al termine di quanto detto è possibile un accordo? L’accordo, leggo Wittgenstein, è tacito. Non è mai espresso, e non esiste una legge che può stabilirlo (che sarebbe legge esterna e non interna, guarderebbe a qualcosa di esterno per una determinazione interna).

 

di Gianluca Palamidessi

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