Letteratura

Il genio di C. S. Lewis.

Che Clive Staples Lewis sia stato un gigante della letteratura moderna, lo si intuisce da un’opera maestosa come “Le cronache di Narnia”. Per appassionarsi al suo stile, però, e alla sua efficace ironia, mai banale, basta la lettura di un’operetta morale, scritta nella forma del romanzo di formazione. “Le lettere di Berlicche” sono adornate di uno stile eccezionale, limpido, che permette di scorrere tra le pagine appassionandosi man mano alle vicende del personaggio principale: un demonio, Malacoda. Egli è il nipote di un più esperto diavolo, anch’egli suddito di Satana, che impone alle sue “bestie” di avere una preparazione culturale e filosofica in grado di sviare gli uomini dal compito della salvezza.
La forza di quest’opera sta esattamente nel tema trattato, e nell’ironia con cui se ne parla. I precetti che vengono dati a Malacoda, da parte dello zio e funzionario di Satana, sono più banali di quanto ci si possa attendere. Lo stupore iniziale che vi coglierà nella lettura delle Lettere sarà man mano sostituito da un sentimento di entusiasmo. Nel mio caso, di profonda reverenza. Lewis è infatti in grado di mettere in luce così splendidamente le cattive abitudini degli uomini, da farci mettere contro il narratore (contro il diavolo) a scopo benefico. Le perversioni di cui parla Malacoda, riferendone allo zio, degli uomini che ogni giorno deve tentare, sono abitudinarie. Il diavolo gioisce nel vedere come a certe azioni disdicevoli, l’uomo reagisca con indifferenza, non curandosene, facendole passare per normali, dunque per buone.

 

Vi sono due errori, uguali e opposti, nei quali la nostra razza può cadere nei riguardi dei diavoli. Uno è di non credere alla loro esistenza. L’altro, di credervi, e di sentire per essi un interesse non sano, eccessivo. I diavoli sono contenti di ambedue, e salutano con gioia il materialista e il mago.

 

E, in effetti, contro i materialisti soprattutto, più che con i maghi, sembra scagliarsi la critica di Lewis. In una società novecentesca tormentata dalle guerre e dal dolore, il male può agire più liberamente. La guerra porta guerra, il dolore innesca il dolore, e l’avidità prende il posto della carità e della fratellanza. Così, Lewis sottolinea (attraverso le parole dello zio di Malacoda) l’assoluta necessità di prendere in mano i “pazienti” in un momento (per loro, psicologicamente) difficile. La razza umana è certamente influenzabile, e suscettibile, quando l’orgoglio e l’amor proprio vengono toccati o messi in discussione.

 

Invito a leggere questo libro non per dettami religiosi, nè per spirito eroico, bensì per l’importanza che un libro di formazione come questo può rivestire in un’epoca grigia come la nostra. Lewis scrive il romanzo nel 1942. Chissà cosa avrebbe scritto se fosse vissuto ai nostri giorni. Certamente, non ne sarebbe venuto fuori un romanzo. La decadenza morale e dei costumi, della stessa religione, alla quale stiamo assistendo, da sola gli avrebbe fatto intendere l’ormai superfluo lavorio del demonio. Perché è sbagliato assecondare il male, ma appiattirne la gravità equiparandolo a ciò che è “normale”, è, a mio avviso, il dramma dell’uomo moderno.

di Gianluca Palamidessi

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