Filosofia, Teologia

Le parole di Qoèlet. La potenza del tragico esistenziale

Introdurre il Qoèlet è impresa titanica. La potenza di questo scritto è l’unione di poesia, prosa e filosofia esistenziale. Abbiamo ritenuto importante lasciare a voi la curiosità di andare a leggere passo per passo, uno dei più bei libri dell’antico testamento. E considerare sacro questo libro vi verrà più naturale, una volta letto il Qoèlet. Le anticipazioni profetiche, il tono severo, oggettivo, distaccato, con cui questo saggio racconta l’esperienza umana (generalmente intesa), vi lasciano il lettore riverente.

 

Scritto che fa quasi da spartiacque all’interno del testo sacro, il Qoèlet è la presa di coscienza più pura, e quindi più vera, dell’uomo gettato nel mondo. Soprattutto, del dramma esistenziale che colpisce l’uomo gettato nel mondo. Attenzione al significato della parola “vanità” all’interno del testo. Tutto è vanità, viene detto. La vanità intesa non come frivolo compiacimento della propria persona, quanto (da “vano”) come inconsistenza autoriconosciuta, contingenza assoluta, e passività. La passività di cui parla il Qoèlet, con parole così chiare da far impallidire anche il più preparato lettore moderno, è una passività ciclica, senza reale inizio, nè fine. La fine dell’esistenza è in questo senso più importante della vita stessa: si impara, con il pensiero della morte, a temere Dio, a riconoscere la nostra finitezza, e a fare i conti con qualcosa che è più grande, e più degna, di noi stessi. Perché è morte dove è vita, e la morte stessa implica la fine di qualcosa che è partito. L’arresto non è però definitivo. Un’altra vita, più chiara e con meno affanni, aspetta l’uomo al termine della sua esistenza terrena: questo lo insegnerà Cristo. Quello che più conta qui, invece, nello scritto del Qoèlet, è il dramma senza fine che pone l’uomo di fronte a scelte, azioni, giudizi, e turbamenti, la cui vacuità (e in questo, vanità) è data dal fatto che quell’azione, con quell’uomo, potevano essere altre azioni, con altri uomini, in altri momenti.

 

In questo senso, il significato più profondo che il testo vuol dare è come l’autocoscienza, guardando come dall’esterno alla propria coscienza, torni in sè (parliamo qui hegelianamente) per diventare vero Spirito, pronto all’azione con slancio eroico. Egli, l’uomo, consapevole della vanità dell’esperienza esistenziale, vive ogni giorno con purezza e interezza le sue attività. E anche quei turbamenti, che tanto lo rendono insonne alla vita stessa, rientreranno nella sfera delle esperienze umane, come valore aggiunto, come raggiungimento della riappropriazione di se stessi. Il timore di Dio, dice Qoèlet, può davvero salvarci. La vanità, che è tutta e ovunque in vita, deve instillare in noi la speranza della vita futura, quando le fatiche, e i pesi, di questa vita, avranno un loro compimento di ricompensa, e di unione, con chi in noi questo sentimento ha gettato: il seme della fede. E così sta a noi il dover coltivarlo.

 

Nel gruppo dei commentarii medievali a questo testo, spicca quello di Bonaventura (1217-1274 d. C.). In maniera programmatica egli inizia con le parole del Sal 39,5 [40,5]: «Beatus vir, cuius est nomen Domini spes eius, et non respexit in vanitates et insanias falsas – Beato l’uomo che spera nel nome del Signore, e non considera le futilità e gli eccessi sbagliati». Secondo Bonaventura, lo scopo (finis) del libro di Qoèlet è il «disprezzo del mondo» (contemptus mundi; In eccl. q. I). Pertanto anche Bonaventura, similmente a quanto aveva già fatto Girolamo, pone la domanda su come ciò si possa conciliare con la bontà della creazione. Se si disprezza la creazione, non si disprezza forse anche il suo creatore («qui contemnit mundum contemnit Deum», q. I sed contra I)? La similitudine con cui Bonaventura da Bagnoregio prova a risolvere il problema, a dir poco spinoso, è di straordinaria efficacia, e di illuminante genialità cristiana. Paragona, infatti, il mondo con l’anello nuziale di una sposa, la quale lo accetta e lo ama. Se lo disprezzasse, disprezzerebbe anche lo sposo che le ha regalato quell’anello in segno del suo amore. Se però amasse quell’anello più del suo sposo, non distinguerebbe l’essenza dell’anello. La stessa cosa avviene per il mondo. Il «disprezzo del mondo» (contemptus mundi) vuol dire allora contrastare un’inclinazione presente nell’uomo che lo spinge ad amare la creazione più del suo creatore. Il disprezzo del mondo, correttamente inteso, è quindi una forma di amore, un «amore puro» (amor castus) per il mondo 1.

 

di Gianluca Palamidessi

 

NOTE:

 

1. per approfondire, si veda l’interpretazione di Ludger Schwienhorst-Schönberger

 

TESTO:

 

Il testo qui proposto racchiude l’inizio del Qoèlet, fino a 1.11.

 

Parole di Qoèlet, figlio di Davide, re di Gerusalemme.

 

Vanità delle vanità, dice Qoèlet,
vanità delle vanità, tutto è vanità.
Quale utilità ricava l’uomo
da tutto l’affanno per cui fatica sotto il sole?
Una generazione va, una generazione viene
ma la terra resta sempre la stessa.
Il sole sorge e il sole tramonta,
si affretta verso il luogo da dove risorgerà.
Il vento va verso sud e piega verso nord;
gira e va e sui suoi giri ritorna il vento.
Tutti i fiumi scorrono verso il mare,
eppure il mare non è mai pieno:
al luogo dove i fiumi scorrono,
continuano a scorrere.
Tutte le parole si esauriscono
e nessuno è in grado di esprimersi a fondo.
Non si sazia l’occhio di guardare
nè l’orecchio è mai sazio di udire.
Quel che è stato sarà
e quel che si è fatto si rifarà;
non c’è niente di nuovo sotto il sole.
C’è forse qualcosa di cui si possa dire:
“Ecco, questa è una novità”?
Proprio questa è già avvenuta
nei secoli che ci hanno preceduto.
Nessun ricordo resta degli antichi,
ma neppure di coloro che saranno
si conserverà memoria
presso quelli che verranno in seguito.

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