Filosofia

Wittgenstein filosofo puro: contro i “veri” selvaggi

Del Wittgenstein logico, molto si è scritto e discusso. Dell’ultimo Wittgenstein, più antropologo, c’è ancora tanto da dire. Le sue Note sul “Ramo d’oro” di Frazer sono ben più di una semplice annotazione didattica, o personale, su una delle opere fondamentali (storicamente fondamentali) del pensiero filosofico e antropologico di fine Ottocento. Wittgenstein, che scrive questi pensieri nel 1931, sovverte l’ordine ben vestito e pulito creato da Frazer, mettendone in luce le molte contraddizioni.

 

Quella di Wittgenstein è, a tutti gli effetti, una antropologia dell’antropologo. Nella sua pur contenuta indagine (trentotto pagine nell’edizione Piccola Biblioteca di Adelphi), il pensiero del filosofo austriaco è mirato, potente e distruttivo: l’oggetto della sua distruzione è Frazer, e con lui (vedo io) tutta l’ala progressista, modernista ed evoluzionista che dalla metà dell’Ottocento in poi viene creandosi nell’Europa dei “dotti”. L’obiettivo polemico di Wittgenstein sta soprattutto in questa idea: che il progresso umano, innegabile da un punto di vista tecnico-scientifico (di un sapere condiviso, ma per questo più accessibile, e meno profondo), sia storicamente lineare, e che dunque il principio di questa linea, gli albori di questa umanità, coincidano con l’ignoranza più assoluta, con la rozzezza più meschina, con la mancanza di scienza. Per Wittgenstein, niente di più sbagliato. Con brillante acume, e con spirito filosofico non comune, il nostro Ludwig non prova soltanto la coincidenza (seppur in forme diverse) di alcune attività umane nell’era del progresso, di alcune ritualità, per così dire, con quelle dell’età “arcaica”, o anche “primitiva”, ma anche il carattere selvaggio (impuro, corrotto e banale) di quegli stessi scienziati e antropologi che guardano al passato dell’umanità come a qualcosa da lasciarsi alle spalle al più presto, senza rendersi conto di come la gemma venga fuori dal fiore (cito, indebitamente, Hegel). Non è né una vergogna, né un onore (io propendo comunque per questo) essere figli della Storia, e del passato: importante, a mio avviso, è rendersene conto, e riconoscere un’eredità a chi ha toccato il suolo prima di noi. Per Wittgenstein, stupisca o meno, “Frazer è molto più selvaggio della maggioranza dei suoi selvaggi”.

 

 

La necessità del dubbio è sistematica, ed istintiva. Sistematica, per poter costruire sopra il dubbio stesso una verità più prossima a quella fedele, per così dire. Istintiva, perché il dubbio connota l’essere umano; schizzinoso è l’atteggiamento di Frazer. Il suo è un allontanarsi animalesco, selvaggio, dalle acque del dubbio. Si dovrebbe dire (dirà più avanti Wittgenstein): “Potrebbe essere così e così”, e non “è così per questo e quest’altro”, soprattutto in materia antropologica.

 

 

Consapevolezza, e grandezza che scaturisce da questa. Riconoscere dei limiti, alla maniera socratica, se vogliamo, del “che cosa è?”, del “so di non sapere”, permette il vero sviluppo umano, conoscitivo, tecnico, scientifico. Così, a dire il vero, il bersaglio di Wittgenstein (Frazer) è piuttosto facile da colpire: quasi apre le braccia e chiede di essere preso. E invece, nel processo antropologico, la spiegazione formale dei fatti non è suggellata (anche qualora assumesse valore “scientifico”, o presunto tale) dal dato empirico. E se già nelle leggi empiriche il dubbio anticipa e abbraccia la tesi, rendendola sempre suscettibile di essere rivista, di volta in volta, dalle prove di Frazer ne scaturisce (in noi) una fragorosa risata (e una lussuriosa pomposità di atteggiamento dai suoi sostenitori).

 

 

O meglio: non tende a niente”. Quanta meraviglia, in queste parole. Wittgenstein si rende conto dell’irrazionalità che sta dietro ad ogni sorta di rituale che l’uomo compie. Soprattutto, si rende conto di come questa irrazionalità sia più potente del suo opposto: perché ciò che è razionale ha la pretesa di esserlo, e ha quasi la necessità di dimostrarsi tale, di dimostrarsi valido. Ciò che è irrazionale lo è per sé, e da questo punto di vista avrà sempre la meglio. Lo stesso Hume, d’altronde, parlava di sentimento cieco, ma anche di ragione sterile. E’ dall’unione (e dal rispetto) delle due, che l’uomo può davvero elevarsi. Anche questo, naturalmente non poggia su una credenza in un determinato effetto sull’uomo che si eleva, quasi volando. Riuscite a vederlo?

 

di Gianluca Palamidessi

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2 risposte a "Wittgenstein filosofo puro: contro i “veri” selvaggi"

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