Letteratura, Teologia

Il genio di Thomas Merton

Questo libro non l’ho scelto io. Il merito va al mio migliore amico, che è anche direttore, con me, de Le Monadi. Sfogliando in libreria qualche titolo che non fosse un classico seducente, ma impolverato, né i titoli (del momento) in primo piano, tanto rapidamente celebri quanto spesso poco attraenti, si è imbattuto in quello che si è scoperto essere “proprio il Libro giusto”.
Thomas Merton, che di letteratura ne ha letta parecchia, è stato per me una lieta sorpresa. Non parlerò del suo stile, perché non ne sono sufficientemente capace. Mi limito a dire che il libro (di 497 pagine, nella bella edizione qui sopra fotografata della Garzanti) scorre velocemente. Accetto anche, però, di ridurne l’interesse generale. “La montagna delle sette balze” è il libro giusto. Lo è stato, soprattutto, per me. La storia ivi narrata è senza dubbio interessante anche per un lettore distaccato, e sentimentalmente lontano dalle vicende del Cristo, ma le sue radici, spirituali e religiose, marcano una linea spessa tra chi, come me, felicemente assiste alla trasformazione intellettuale del personaggio principale, Thomas, e chi mentre legge ha in mente il lapidario quanto funesto “Dio è morto”. Bisogna senza dubbio fare un grande sforzo, pensavo nel corso della lettura, per rimanere attaccati ad una storia così particolare, e così profondamente religiosa, senza nel mentre interrogarsi sulla veridicità, sulla falsità, o costruzione, per dir meglio, di certi argomenti. Rimanere oggettivi si può, e si deve, iniziando una lettura di qualsiasi genere. Ma il nostro cuore manda impulsi importanti alla nostra mente.

 

Sit finis libri, non finis quaerendi.

 

Parto dalla fine del romanzo. La trasformazione di se stesso è narrata così abilmente da Thomas Merton, che al termine dell’opera ci si sente come felici per il suo destino: ha finalmente posto fine alle sofferenze che tanto angosciosamente si gettavano prepotenti tra le righe dello scritto. Finisce così il libro, non finiscono le domande (traduco liberamente). Gli interrogativi che l’uomo, prima che il (poi) monaco Thomas Merton, si pone, sono gli stessi che noi tutti con tanta insistenza ci domandiamo. Soprattutto, in un’epoca come la nostra, orgogliosamente atea, ingenuamente cieca di un passato così marcatamente spirituale, ho apprezzato il tono dimesso e quasi umile di questo fantastico narratore. Le sue parole non mirano ad una soluzione. Il suo Cristo non cura le malattie. Il suo Cristo (ecco il genio della religione) dà un senso a queste malattie. E la mia vicenda, di forte religiosità, arrivata allo scoccare del diciannovesimo anno di vita, si è incastonata alla perfezione nei meccanismi dell’opera. Spesso la felicità nel leggere esperienze così particolari, e così profondamente vicine alla propria, si trasforma in disagio intellettuale, in paura vera e propria. Vedere nero svegliandosi, e non solo chiudendo gli occhi, è un’esperienza profondamente cristiana. Merton lo sa, e le sue pagine lo spiegano a meraviglia. E se questo romanzo può risultare difficile a chi di questo sentimento (di questo sentire, più che altro) non ne ha mai provata l’onta, risulta invece piuttosto facile (non per questo piacevole) a chi con gli incubi ad occhi aperti ci convive. Sono solo dispiaciuto che, in Italia, il libro possa aver venduto meno copie del dovuto, per via di quella terribile citazione nel retro della copertina del romanzo, edito da Garzanti, che recita, banalmente riassumendo:

 

Il monastero è una scuola, una scuola dove apprendiamo a essere felici. Ciò che dobbiamo apprendere è l’amore.

Risultati immagini per thomas merton

Thomas Merton

Che ci si possa maggiormente allontanare, più che avvicinare, ad un’opera del genere, è giustificabile leggendo queste righe. Le quali però, in toto, non danno l’idea di ciò che realmente è “La montagna dalle sette balze”. Definito da alcuni come il moderno itinerario alla spiritualità, lo definirei piuttosto come un dramma tutto umano, che si compie (aggiungiamo) attraverso il cristianesimo. E visto che questa religione parla di un Dio che si è fatto uomo, ecco che le bellezze provenienti dal genio cristiano, nel corso dei secoli, sono comprensibili. Di metafisica ce n’è poca (nonostante Merton si sia laureato con una tesi sull’aquinate). Di fede, e di cuore, invece, ne son piene le pagine. La tragedia umana (esistenziale, e carnale) è dipinta nell’America del primo Novecento, ma non solo. I viaggi che Merton fece per via del padre pittore, permettono di dare un respiro geografico, filosofico (molto filosofico) e politico all’opera. Al centro rimane il suo percorso religioso, ma lo sfondo merita comunque di essere citato. La Francia (che tanto sta a cuore al nostro scrittore) non è infatti soltanto il paese della Rivoluzione Francese. Vi basterà leggere qualche riga (ne riparleremo) di Chateubriand, per rendervi conto che quell’episodio politico significò ad alcuni più la lacerazione di un bel passato, che non la speranza di un dolce avvenire. Cluny e Saint-Michel, per fare due nomi, basterebbero a racchiudere l’imponente complesso spirituale e filosofico che la Francia detiene dall’XI sec. Il tutto ricolmo di nomi illustri, come Bernardo di Chiaravalle e Abelardo, che si sintetizzano nell’incredibile figura di Blaise Pascal, operante nel XVII secolo. Fisico, filosofo e teologo. Genio moderno. Uno degli ultimi baluardi del filone spirituale francese. Poi l’Inghilterra e l’Italia, immancabile, in un romanzo a chiaro stampo cattolico. A proposito di questo, sarà interessante scoprire come, in chi è nato l’interesse per questo tipo di lettura, Merton parli in termini estatici della Chiesa Cattolica, e in termini deprimenti, quasi sconsolati, di ogni altra forma di spiritualità cristiana, che non sia l’Ortodossia. L’Anglicanesimo, come il Calvinismo, e ancor più il Protestantesimo, padre del cancro religioso europeo, danno un’idea distorta, e semplicistica, di cosa sia realmente il Cristianesimo. Cultura, genio, arte, sofferenza da cui nasce lo spirito forgiato. Il vero spirito. Nessun uomo nuovo, nessun Super uomo. Si persegue l’umiltà, si coltiva l’intelligenza. E mentre il tempo passa e l’uomo si crede più evoluto, più sicuro, la scommessa pascaliana riduce le sue probabilità di errore.

 

Beata solitudo, sola beatitudo!

 

di Gianluca Palamidessi

Annunci
Standard

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...