Teologia

Memoria e cura divine, regalità e umanità

Che cos’è l’uomo perché tu te ne ricordi,
l’essere umano perché tu te ne curi? 1

Che cos’è (in ebr. māh-) l’uomo. Siamo ben lontani dalle filosofie ontologiche occidentali, dai quid est homo, dai socratici tis ánthropos. Nessun esistenzialismo antropologico, ansia dell’essere, atterrimento metafisico. Il salmista qui, esattamente come l’autore di Qohelet, in piena mentalità mediorientale, fa i conti, calcola le risultanze col proprio abaco spirituale: che cos’è l’uomo di fronte a Dio? Quanto può mai valere l’essere umano rispetto al proprio Creatore? Così in Qohelet 2 (nell’interpretazione di Erri De Luca, da prendere con le pinze): “spreco di sprechi, tutto è spreco. […] Cos’è di avanzo per l’uomo?”. Ecco i conti che saltano fuori di nuovo; e così in Giobbe 3: “che vale l’uomo, cui tu dai tanto valore?”. Persiste ancora, in questi stralci dell’Antica Alleanza, una mentalità materialista, di sottomissione e inferiorità rispetto a un Dio immensamente più grande e potente, verso cui si deve una fedeltà incondizionata e per questo sofferente. Il fango con cui l’uomo è stato creato rimarrà sempre fango, la radicale terrestrità del vivente prevale su qualsiasi tentativo di definizione dell’esistenza (echi di questo genere permarranno nella tormentata sensibilità cattolica medievale e barocca, ma accentuando al contrario la dimensione esistenziale e di inferiorità, invece di quella radicalmente materiale – il corpo, anzi, sarà oggetto di contemptus -).

 

Risultati immagini per san paolo lettera agli ebreiEppure ciò che rende la fede in Dio, il vero Dio, tale è proprio la seconda parte di entrambi i versetti: “perché tu te ne ricordi, perché tu ne curi”. A fronte della materialità umana, dell’infimo fango di cui è fatto, nulla distinguerebbe l’uomo dagli altri esseri che popolano la creazione: è il ricordo, è la cura, l’amore di Dio verso la propria creatura eletta a rendere essa, appunto, eletta, scelta. Memoria e affetto divini trasformano la generalità del “cosa” nella possibilità di un rapporto d’amore eterno e sicuro, nella facoltà unicamente umana di dialogare con Dio attraverso un tu elettivo. L’amore di Dio e per Dio rendono l’uomo un soggetto capace di lodare il Signore. Così Dio corona il proprio figlio prediletto col potere divino della regalità: “l’hai coronato di gloria e magnificenza, l’hai reso signore sull’opera delle tue mani“. San Paolo, nella lettera agli Ebrei 4, insisterà sull’ultima conseguenza di tale azione divina: il Messia. Dio scende sulla terra nelle vesti di Cristo, di un umile falegname coronato di gloria: Cristo è colui che viene reso di poco inferiore agli dei, è l’avverarsi delle parole del salmista, l’ultimo che viene elevato a primo. E per opera divina, attraverso Cristo, “per il quale sono tutte le cose e mediante il quale sono tutte le cose“, noi stessi siamo condotti alla gloria e alla salvezza tramite l’esercizio della nostra regalità in Cristo. Il Figlio è eterno garante, ancora una volta e per sempre, del nostro legame con Dio, di quel rapporto che dalla vacua condizione del “cosa” trascende al “chi”, ci conduce a essere veri figli di Dio resi “signori dell’opera delle Sue mani”.

 

di Andrea Peverelli

 

NOTE

1 Sal 8, 5

2 Qo 3, 1-3

3 Gb 7, 17

4 Eb 1, 6-9

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