Filosofia, Teologia

Essere davvero in Dio: Meister Eckhart

Se ora uno mi chiedesse cosa dunque è un uomo povero che niente vuole, risponderei così: finché l’uomo ha questo in sé, che è suo volere voler compiere la dolcissima volontà di Dio, un tale uomo non ha la povertà di cui vogliamo parlare; infatti egli ha ancora un volere, con cui vuol soddisfare la volontà di Dio, e questa non è la vera povertà. Se l’uomo deve avere vera povertà, deve essere così vuoto della propria volontà creata come lo era quando non esisteva. Perciò io vi dico nella verità eterna: finché avete la volontà di compiere il volere di Dio, e avete il desiderio dell’eternità e di Dio, voi non siete davvero poveri. Infatti è un vero povero soltanto colui che niente vuole e niente desidera. Quando ero nella mia causa prima, non avevo alcun Dio, e là ero causa di me stesso. Nulla volevo, nulla desideravo, perché ero un puro essere, che conosceva se stesso nella gioia della verità.Allora volevo me stesso e niente altro; ciò che volevo lo ero, e ciò che ero, lo volevo, e là stavo libero da Dio e da tutte le cose. Ma quando, per libera decisione, uscii e presi il mio essere creato, allora ebbi un Dio; infatti, prima che le creature fossero, Dio non era Dio, ma era quello che era. Quando le creature furono e ricevettero il loro essere creato, Dio non era Dio in se stesso, ma era Dio nelle creature.
Ora diciamo che Dio, in quanto è Dio, non è il più alto fine della creatura. Infatti anche la più piccola creatura in Dio ha una altrettanto alta dignità. E se avvenisse che una mosca avesse intelletto, e potesse ricercare per mezzo di esso l’eterno abisso dell’essere divino dal quale è venuta, allora dovremmo dire che Dio, con tutto ciò che è in quanto Dio, non potrebbe dare a questa mosca compimento e soddisfazione. Perciò preghiamo Dio di diventare liberi da Dio, e di concepire e godere eternamente la verità là dove l’angelo più alto e la mosca e l’anima sono uguali; là dove stavo e volevo quello che ero, ed ero quel che volevo. 1

 

Finché l’uomo concepisce se stesso come luogo in cui operare, mantiene un distacco tra sé e il Creatore: perciò deve ritornare al suo essere essenziale, cioè quando era nella “causa prima”, la dimensione in cui era al di sopra di ogni differenza e di ogni essere. Era causa di se stesso nel suo essere eterno: poiché Dio non crea nel tempo, ma è vero che ciò che distingue la creatura dal creatore è la temporalità – la creatura è mortale nel suo divenire. Ritornare alla condizione di a-temporalità e ritornare nel grembo di Dio, porsi nella sua stessa essenza, nel luogo (anzi, non-luogo) dove l’angelo più alto e la mosca e l’anima sono uguali; là dove stavo e volevo quello che ero, ed ero quel che volevo. C’è dunque una corrispondenza tra l’essere svuotati da ogni volontà e l’essere davvero in povertà: non quel tipo di povertà dettata dalla volizione, dalla volontà di spogliarsi di tutti i propri averi, e dunque dalla puntuale e programmatica volontà di seguire Dio. Il nostro commento non riguarda il secondo termine dell’equazione eckhartiana, la povertà, quanto il primo: la volontà.

Discorso di parziale superamento del libero arbitrio, De Deo sive arbitrio. Se un atto è dettato dalla volontà, non è veramente libero, e non è veramente in Dio. Solo nella condizione di annullamento di ogni volizione e desiderio e avere si è liberi, e in Dio, nel non-luogo in cui non si cerca, non si vuole, né si possiede nulla, ma in cui Dio viene a cercarci. È povero l’uomo che niente ha, nemmeno la volontà di esser povero, e di volere Dio, perché deve essere libero da tutto per poter permettere a Dio di arrivare. Ecco perché De Deo sive arbitrio e non De divino arbitrio: se si fosse optato per la seconda, la volontà umana e quella divina sarebbero finite per coincidere, negando ogni possibile arbitrio (l’uomo mosso come una pedina non è un uomo); con De Deo sive arbitrio, l’arbitrio umano diventa Dio stesso. Il senso del perinde ac cadaver gesuita: non una volontà di sottomissione, ma un essere vuoto come un cadavere, per meglio corrispondere al luogo dove nulla è e dove tutto è in Dio e può rispondere perfettamente alla volontà di Dio. E c’è una differenza sottile fra il voler essere privi di volontà per desiderio di sottomissione alla volontà divina e l’essere davvero la volontà divina, una minuscola apertura nella rete in cui spira tutto il soffio di Dio: uno spiraglio tra le merlature / dove anche gli elefanti / passano ballando il valzer 2.

Risultati immagini per meister eckhart

Meister Eckhart (1260-1328)

 

Ecco perché Meister Eckhart prega Dio di liberarlo da Dio, cioè da ogni volontà e da ogni sovrastruttura psicologica, culturale, emozionale, fattiva. Quella di Eckhart è una mistica secca, quadrata e radicale, tedesca, ben all’opposto dell’intensità passionale della tradizione mediterranea. S’invoca qui una volontà più pura, figlia del vuoto (il genere di vuoto che corrisponde a Dio della mistica islamica), del nulla volere e del nulla essere se non Dio: De Deo sive arbitrio, che è come dire la ilaha ill-Allah, non c’è altra realtà all’infuori di Dio 3. Si è più veracemente in Dio paradossalmente non essendolo; si è più in Dio annullando la volontà di esserlo, non sentendo più Dio come un peso secondo la volontà dell’uomo sorta per assecondarlo, si è più Dio togliendo qualsiasi scorza umana e razionale, qualsiasi sovrastruttura depositatasi sul rapporto fra Dio e l’uomo come una polvere millenaria, di ruggine. L’unione mistica con Dio, la theosis della tradizione orientale, è frutto dello svuotamento di volontà e di avere, figlia della profonda comprensione che per raggiungere Dio bisogna svuotarsi di ogni sapere, di ogni tentativo di conoscere l’esistenza e concepire che essa deriva da Dio soltanto, per tornare allo stato di inconsapevolezza originaria (quando ero quel che volevo) dove non si desidera una volontà, ma si è la volontà, là dove si comprende che Dio non ama eternamente perché è amore eterno, come Dio è privo di tutte le cose e non le ha perché è tutte le cose. Si è veramente in Dio nel momento in cui si uccide Dio.

Ecco come si può enti (naturalmente portati a essere volitivi) senza volizione: essendo morti al mondo 4, a ogni pretesa di possesso, supremazia, potere, a ogni vanità di essere; annullando in estremo la volontà, tornando allo stato di inconsapevolezza originaria in cui Dio ci crea, il liquido amniotico dell’a-temporalità e dell’a-razionalità, in cui si abbandona ogni volizione, ogni ragione, ogni possesso, ogni orpello umano. Il grado più alto della mistica è l’attutimento (annullamento di pienezza, di esaltazione) in Dio: in quel momento non si è più veramente uomo, si è parte di Dio, e dunque si è santi in terra. Perché se si è come i santi, morti al mondo prima di morire, non si muore veramente. Si ritorna al Padre.

 

di Andrea Peverelli

 

NOTE

1. Meister Eckhart, Sermoni – Beati pauperes spiritu

2. Lawrence Ferlinghetti, Kafka’s Castle, da A Coney Island of the mind (1958)

3. Nell’interpretazione sufi della shahadah

4. Secondo gli insegnamenti mistici dei Padri del deserto

Annunci
Standard

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...