Letteratura, Teologia

Omero e la Bibbia

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Konstantin Flavitsky, Children of Jacob sell his brother Joseph, 1855.

 

E’ tanto difficile ricostruire le tappe che portano Chateaubriand a dare il primato del sublime al Cristianesimo, per la letteratura di ogni epoca, che abbiamo scelto appositamente un passo dal suo “Genio“, pag. 627 e sgg. dell’ed. Bompiani (nella collana “Il pensiero occidentale”). Nella seconda parte della sua monumentale opera, Chateaubriand sottolinea l’importanza poetica, oltre che contenutistica, cui seguono la maggior parte delle opere derivanti dal Cristianesimo. In primis, quelle poetiche, da Dante a Milton, passando per il Tasso e Racine, del cui genio il filosofo francese riempie le pagine. Viene così analizzato un passo specifico dell’Odissea, per metterlo a paragone con uno specifico passo della Bibbia: l’episodio di Ulisse, che si fa riconoscere dal figlio Telemaco, è un passo toccante, fra i più toccanti, di tutta la produzione omerica.

 

Ma il paragone con l’episodio del ritorno di Giuseppe dai suoi fratelli non regge per urto tragico e per emotività poetica. Come se non bastassero già le ragioni morali, di fedeltà che nasce da un fine superiore (un fine ultra-terreno, per l’appunto), alla grandezza della Bibbia si aggiungono questi passi, forti per sentimenti non artificiosi, bensì umani. A parlare è il cuore, ad esporre le ragioni del cuore, e i suoi turbamenti, sono profeti nominati poche volte, che come bravi artisti di una sceneggiatura teatrale, compongono i loro brani restando nell’ombra. Così si guarda agli attori, ma la maestria poetica degli ideatori merita più di un cenno. Ecco dunque una parte dell’analisi di Chateaubriand, ripresa dalla traduzione che ne fa Sara Faraoni:

 

Ulisse, nascosto a casa di Eumeo, si fa riconoscere da Telemaco; esce dalla casa del pastore, si spoglia degli stracci, e, riprendendo la sua bellezza per un colpo della bacchetta di Minerva, rientra pomposamente vestito. Il suo beneamato figlio lo ammira, e si affretta a volgere altrove lo sguardo, nel timore che sia un Dio. Sforzandosi di parlare, gli rivolge rapidamente queste parole: “Straniero, mi sembri molto diverso da quel che tu eri prima di avere i tuoi abiti, non sei più simile a te stesso. Certo, tu sei uno degli Dei che abitano l’Olimpo segreto; ma sii a noi benigno, ti offriremo sacrifici, e opere d’oro meravigliosamente lavorate”. Il divino Ulisse, perdonando suo figlio, rispose: “Non sono affatto un Dio. Perché mi paragoni agli Dei? Io sono tuo padre, per il quale tu sopporti mille mali e mille violenze da parte degli uomini”. Dice e abbraccia il figlio, e le lacrime che scorrono lungo le sue gote inumidiscono la terra; fino ad allora aveva avuto la forza di trattenerle. 1

 

Chateaubriand continua analizzando poi il passo relativo a Giuseppe, che qui riporteremo in breve:

 

Disse ai suoi fratelli: “Io sono Giuseppe: vive ancora mio padre?” Ma i suoi fratelli non riuscirono a rispondergli, tanto erano scossi dalla paura. Parlò loro con dolcezza e disse: “Avvicinatevi” e avvicinatisi a lui, disse: “Io sono Giuseppe vostro fratello, che voi avete venduto all’Egitto. Non abbiate paura. Non è per vostra decisione che qui sono stato inviato, ma per volontà di Dio. Affrettatevi ad andare a trovare mio padre”. E, dopo essersi gettato al collo di suo fratello Beniamino, pianse, e anche Beniamino pianse tenendolo abbracciato. Giuseppe abbracciò gli altri suoi fratelli e pianse su ciascuno di loro. 2

 

L’analisi che dei due passi messi a confronto fa Chateaubriand, andrebbe letta in ogni occasione, prima di approcciare alle Scritture, per riconoscerne l’importanza poetica, oltre che morale.

 

Omero, ci sembra, è innanzitutto caduto in un errore, facendo uso del meraviglioso. Nelle scene drammatiche, quando le passioni sono scatenate, e tutti i miracoli devono scaturire dall’anima, l’intervento di una divinità raffredda l’azione, dona ai sentimenti l’aria di una favola, e rivela la menzogna del poeta, dove si credeva di trovare solo la verità. […] Ci piace vedere che le viscere del distruttore delle città sono fatte come quelle dell’uomo comune, e che in fondo sono i semplici affetti a comporle. Il riconoscimento è meglio condotto nella Genesi: una coppa viene messa, per compiere la vendetta più innocente, nel sacco di un giovane fratello innocente; dei fratelli colpevoli rimangono desolati, pensano all’afflizione del loro padre; l’immagine del dolore di Giacobbe spezza all’improvviso il cuore di Giuseppe, e lo obbliga a farsi riconoscere prima di quanto avesse pensato. […] Ulisse ritrova in in Telemaco un figlio sottomesso e fedele. Giuseppe parla a dei fratelli che l’hanno venduto, non dice loro io sono vostro fratello; dice loro soltanto, io sono Giuseppe, e per loro tutto è nel nome Giuseppe. […] Ulisse fa a Telemaco un lungo discorso, per provargli che è suo padre: Giuseppe non ha bisogno di tante parole con i figli di Giacobbe. Li chiama a sé; perché se ha alzato la voce abbastanza da essere sentito in tutta la casa del Faraone, i suoi fratelli devono essere ora i soli a sentire la spiegazione che egli aggiunge a bassa voce: ego sum Joseph, frater voster, quem vinditistis in Aegyptum; è la delicatezza, la generosità e la semplicità spinte al più alto livello.

 

 

NOTE
1. Odiss., lib. XVI, v. 278 e sgg.
2. Genesi, cap. XLVI, v. 27 e sgg.; cap. XLV, v.1 e sgg.
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