Filosofia, Teologia

Muoversi da credenti nell’ambiente filosofico moderno

La domanda che più spesso mi viene posta da chi non frequenta l’ambiente filosofico come disciplina a sé stante (come studio Universitario, nella fattispecie) è la seguente: “Cristiano e filosofo: bizzarro. Ma come fai?”. E la domanda è, in tempi moderni, quanto mai azzeccata. In effetti, entrando in Città Universitaria, come nella sede di Villa Mirafiori (a Roma), ci si sente quasi padri della Chiesa, o martiri, confrontandosi con le vedute della maggior parte dei “filosofi” (o meglio, studiosi di filosofia). Questo impatto e questa tacita guerra quotidiana mi ha rinforzato non solo da un punto di vista “scientifico”, di ricerca personale e di serietà negli studi, ma anche da un punto di vista (questo fatto già più consequenziale) di fede. Il mio essere credente, in breve, è visto come qualcosa di contraddittorio, e poco conciliante, con la professione che (mi auguro) svolgerò fino al termine della mia vita, quella del filosofo.

Sant’Agostino (354-430), era un convinto sostenitore dell’accordo tra fede e ragione, tra filosofia e religione.

A proposito di questo, tuttavia, è divertente trovare di volta in volta pensatori cristiani, scienziati cristiani, in genere uomini di cultura di fede cristiana, nel corso degli studi filosofici. E’ divertente vedere lo sguardo di alcuni compagni di corso, o degli stessi professori (sovente), abbassarsi citando un pensatore cristiano, o uomo di fede; la cosa, peraltro, accade piuttosto spesso. Allo stesso modo, quando si incontra nel cammino della ricerca filosofica un pensatore non-cristiano, un ateo (qui il termine incontra, al contrario di “credente”, infinite complicanze), i panciotti dei professori attempati si riempiono di ingordigia, e così gli studenti a loro appresso. Come se, mi sono sempre chiesto io, la ricerca della verità (o l’amore per la ricerca della verità, che è propriamente la filosofia) non sia allo stesso tempo l’aver fede e l’essere filosofi. Aver fede, in questo senso, inteso come atteggiamento, come appunto l'”aver fede che qualcosa accadrà”, non da intendersi come ingenuità superstiziosa, piuttosto come fiducia nella scienza, nel sapere. A questo proposito, scrive Marco Maria Olivetti:

 

Quanto ho detto circa la necessità per il credente di non vanificare la propria fede attestandosi su un formalismo che dà luogo a un vano gioco degli specchi non autorizza in nessun modo a voler convertire gli infedeli; semmai si tratta di convertire se stessi, di metanoein e di morire a se stessi, mettendo fidentemente in gioco il proprio universo di significati. Fidentemente vale a dire con la fede: la fede che non si affonderà se si ardisce avventurarsi sulle acque (in questo caso della ricerca scientifica), mentre proprio non avventurarsi è segno di poca fede; […]

Grazie a questa metanoia sempre da rinnovare nel confronto con la critica (che in quanto critica è e deve essere “laica”), grazie a questa metanoia sempre da rinnovare nel continuo confronto con lo stato del sapere (la scienza vive, la filosofia vive, grazie a Dio!), la fede del filosofo credente è viva ed egli ne coglie, in quanto filosofo, dal punto di vista del filosofo, il vero significato, ossia l’inesauribile significato di verità. 1

 

Chiudo riportando in auge una famosa frase di Sant’Agostino che non smette mai di sorprendermi, se guardata dalla giusta prospettiva:

 

Credo ut intelligam, intelligo ut credam.

 

di Gianluca Palamidessi

 

NOTE

1. cit. da pag. 240 in Opere, I; Saggi di M. M. Olivetti, Fabrizio Serra Editore, Pisa-Roma.

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