Storia

I conti con la storia: il dibattito sul revisionismo

L’onesto uso della memoria è un efficace antidoto all’imbarbarimento. Soprattutto se applicato alla storia. Ricostruisce i fatti del passato per capire la società, lo Stato e la civiltà nella quale si vive. Invece, un disonesto uso della memoria consegue l’effetto opposto. Anteporre un proprio interesse politico-ideologico dinanzi a un racconto imparziale dei fatti concreti, non solo è condannabile moralmente, ma anche intrinsecamente controproducente. Sono proprio i fantasmi del passato che dobbiamo rievocare per comprendere la storia. Senza isterie o psicosi collettive.

Dalla fine della Seconda guerra mondiale il termine “revisionismo” ha provocato un ampio dibattito politico e culturale, spesso non riguardo il merito della questione. Analizzando il termine, possiamo dedurre che esso derivi dalla parola “revisione”. Partiamo dalle definizioni dei termini “revisione” e “revisionismo”, tratte dal vocabolario della lingua italiana Lo Zanichelli:

 

Revisione: attento riesame volto a correggere, cambiare, modificare. Es. Revisione di un motore, operazione di controllo e manutenzione necessaria per garantirne una perfetta efficienza.

 

Revisionismo: 1) tendenza a riconsiderare posizioni e conclusioni. 2) tendenza, in ambito storiografico, a rivedere e modificare valutazioni e giudizi storici consolidati, specialmente a proposito di fenomeni come il fascismo e il nazismo. 3) corrente del marxismo sorta alla fine del XIX secolo su una base politica ispirata a principi di moderazione e attenuazione della lotta di classe.

bernstein

Eduard Bernstein (1850-1932)

 

Emblematica la presenza del verbo “correggere” nella definizione del termine “revisione” e non del termine “revisionismo”: il primo corregge e modifica lo stato delle cose precedenti, assumendo così un significato concettuale generalmente positivo (per esempio la revisione giudiziaria, costituzionale, contabile, dei veicoli etc.); il secondo riconsidera posizioni e conclusioni, ma, per un pregiudizio politico-ideologico, non necessariamente le corregge, anzi. Il termine ha creato un vero e proprio clima polemico tra revisionisti (considerati immeritatamente di destra) e antirevisionisti (considerati immeritatamente di sinistra). Questo pregiudizio politico-ideologico ha origini lontane. Alla fine dell’Ottocento Eduard Bernstein, politico e filosofo tedesco, criticò aspramente le fondamenta della dottrina marxista, sostenendo la necessità di accettare la democrazia parlamentare e di avviare un percorso di riforme per migliorare le condizioni dei ceti più abbienti. Fu allora il socialdemocratico tedesco Karl Kautsky che definì Bernstein “revisionista” (prima volta che si utilizzò il termine), e le tesi riformiste furono condannate al congresso di Hannover nel 1899. Questa divergenza di vedute politica fu alla base dello scontro tra i minimalisti (riformisti) e massimalisti (rivoluzionari). Da Bernstein in poi, ogni critica alla dottrina marxista fu considerata un vero e proprio tradimento degli ideali socialisti. In questo contesto, il termine revisionismo fu adottato nei confronti dei “traditori”. Divenne sinonimo di “deviazionismo” e “rinnegamento”. Nella prima metà del Novecento il termine circolò solo nel mondo comunista.
Nella seconda metà del Novecento il vocabolo cominciò a diffondersi in Italia. Lo storico Renzo De Felice (iscritto al partito comunista fino al 1956) fu etichettato come “revisionista” e accusato di nascondere fini ideologici dopo aver approfondito con nuovi documenti e testimonianze gli studi sul fascismo senza revocare la sua condanna morale (si pensò di impedirgli, anche con la violenza, di insegnare all’università!). Si diffuse il timore che i suoi studi riabilitassero il fascismo. In realtà, De Felice fu un fiero antifascista, ma, da storico intellettualmente onesto, ritenne doveroso pubblicare i suoi studi che confutavano alcuni pregiudizi ideologici. Malgrado ciò, le pesanti critiche a De Felice influenzarono l’opinione pubblica (a onor del vero, bisogna ricordare in che contesto lo storico pubblicò le sue opere: l’Italia degli anni di piombo, vittima del terrorismo di estrema destra e di estrema sinistra).

Renzo De Felice (1929-1996)

 

Come sostiene Paolo Simoncelli nel suo saggio “Revisionismo. Breve seminario per discuterne” lo storico non usa le sue ricerche come un’arma impropria della politica. La storiografia non può essere etichettata “di destra” o “di sinistra”, ma fondata o meno. Il fine dello storico non è raccontare i fatti favorendo la propria parte politica. «Ogni storico nel suo lavoro di ricerca e di studio è necessariamente revisionista,» dice Simoncelli «nel senso che il revisionismo è il banale metodo di accertamento del patrimonio di cultura e sapere ereditato, e quindi da sottoporre a modifica, da integrare, confermare o criticare se nuove fonti, nuove ricerche, nuovi documenti dovessero portare risultati diversi da quelli acquisiti in precedenza».

 

Dopo le pubblicazioni delle opere di De Felice, il dibattito non si è mai spento. L’autorevole filosofo e storico Norberto Bobbio diceva così in un’intervista alla Stampa del 2 dicembre 2000: «Il revisionismo è un’ideologia che, come tutte le ideologie, ha una funzione eminentemente pratica. Lo scopo pratico di un’ideologia sta nell’orientare il giudizio storico in un senso favorevole o sfavorevole a una parte politica, modificando o capovolgendo il giudizio storico consolidato». Di conseguenza Bobbio identificava il revisionismo con un’esplicita posizione politica. Ma se il revisionismo è un metodo di accertamento del sapere, va giudicato come tale e quindi positivamente. Può confermare o “correggere” il punto di vista tradizionale sui momenti chiave del nostro passato, e il metodo non può essere giudicato dai risultati, né tantomeno dall’oggetto a cui si applica. Se il revisionismo è un’ideologia, perché non è un’ideologia antiunitaria e antiliberale quando si applica al Risorgimento? Anche gli storici che rivalutarono e ridimensionarono la retorica risorgimentale avevano come finalità quella di favorire la propria parte politica? Intuibile la risposta.
Il revisionismo è un metodo, ed è applicabile a qualsiasi ambito del sapere, non solo storiografico. Non è un revisionista Lorenzo Valla che dimostrò la falsità della Donazione di Costantino, documento in base al quale la Chiesa giustificava la propria aspirazione al potere temporale? Non è un revisionista Galileo Galilei, che confutò il sistema geocentrico, rivoluzionando la cosmologia precedente? Nonostante ciò, un pregiudizio politico-ideologico continuerà a connotare negativamente il termine “revisionismo”. A volte, lo storytelling è più convincente dei fatti.

 

di Andrea Cavalcanti

 

BIBLIOGRAFIA:

Paolo Simoncelli, “Revisionismo. Breve seminario per discuterne
Paolo Mieli, “Le storie, la storia”, “L’arma della memoria

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