Filosofia, Teologia

Nella dissoluzione, la soluzione di Schleiermacher

“Uber die Religion”, 1799

 

La filosofia della religione, come disciplina, ha un’evoluzione molto complessa, tanto che qui non ci sembra né il luogo né il momento di riassumerne le tappe fondamentali. Ciò su cui oggi getteremo lo sguardo è invece la filosofia di Schleiermacher (1768-1834), in seno a quel dibattito sulla religione assoluta (e sulla sua ipotetica pensabilità) che teneva tanto occupate le menti e le fatiche filosofiche degli idealisti tedeschi (anche, se vogliamo, dei romantici).

 

L’opera fondamentale a cui fare riferimento, se ci si vuole avventurare nel vasto mondo schleiermacheriano, è Über die Religion (Discorsi sulla Religione, del 1799). Non a torto, è con questo scritto che inizia ufficialmente il dibattito sul nesso storia-religione (e religione-storia), sull’influenza dell’una sull’altra, su una loro separazione o unione. L’opera di Schleiermacher avrà un influsso fondamentale sul pensiero di Hegel e di Schelling, tra i più importanti, ma non solo. Über die Religion porta il sottotitolo: Discorsi a quegli intellettuali che la disprezzano. Più che come apologia del cristianesimo però (quella che sarà di Chateaubriand su tutti) l’opera schleiermacheriana vuole prima di tutto dare vigore alla religione, e non ad una religione. Religione che, in primo luogo, è evento storico:

 

Nella religione naturale vi è così poco da pensare ad un particolare sviluppo personale, che i suoi più autentici ammiratori non vogliono nemmeno che la religione dell’uomo abbia una propria storia e cominci con un fatto memorabile1.

 

Ho inteso questo sviluppo personale come sentimento religioso, individuale, che ognuno personalmente ha, e che nella sua propria intuizione non lo differenzia, se non quantitativamente, dal sacerdote. In questo senso, vedo io, la religione è di tutti perché tutti nascono e muovono da quel seme che è proprio della religione: l’intuizione infinita. Ecco tornare veemente Schleiermacher sul problema che più di tutti farà ribollire Hegel: ognuno è sacerdote2. Hegel contesta il carattere di mediazione che questo discorso schleiermacheriano sembra avere, nel senso che se per Hegel una religione è cattolica (quindi universale) lo deve poter essere senza mediazione (che la mediazione sia del sacerdote o del laico). Schleiermacher, tuttavia, questo lo sa bene. Dicendo ognuno sacerdote egli non si riferisce ad un ognuno “qualunque”, ma all’ognuno “religioso”, che in sé ha davvero compreso cosa è religione, tanto da porre questa a baluardo della propria esistenza, come istante che va ripetendosi nella (sua) storia. E’ qui che Schleiermacher sembra (a mio parere) perdersi. La sua visione della religione è universale (e quindi cattolica) nell’intuizione del singolo, diremmo invisibile, ma non lo è sul piano sociale, diremmo visibile:

 

[…] voi allora non dovete cercare certamente la loro associazione là dove molte centinaia di uomini sono raccolte in templi grandiosi3.

Friedrich Schleiermacher (1768-1834)

La chiesa trionfante assume così i caratteri dell’aristocraticismo: questa è certamente totale, ma riservata sempre a pochissimi. Il discorso schleiermacheriano merita comunque un’analisi più attenta e profonda. D’altronde, lo stesso Cristo sceglie i migliori soldati per combattere le battaglie più importanti. Non senza riserve, dunque, accolgo il messaggio schleiermacheriano, ma visto in quest’altra ottica lo si prende per ciò che è: un monito a quei dotti verso cui i discorsi sono rivolti. Se infatti la religione positiva è transitoria, osserva S., ciò che la rende infinita è l’intuizione sua propria, in sé eterna:

 

L’intuizione fondamentale di ogni religione positiva è in sé eterna, perché è una parte integrante di una totalità infinita nella quale tutto deve essere eterno; ma la religione positiva stessa e tutta la sua organizzazione sono cose transitorie4.

 

Qui arriva la genialità schleiermacheriana. Nella dissoluzione del cristianesimo (unica tra le religioni positive in questo) egli vede la soluzione del cristianesimo e, in generale, la soluzione al problema della storia transitoria e dell’eterna religione. Come infatti conciliare una storia che mai può porsi come assoluta (perché mai propriamente conclusasi), che ha invece nel differire il suo carattere peculiare, con l’idea di religione (rimaniamo ancora nel vago) che si propone di comprendere e sussumere entro sé la storia dell’uomo (più in là: la storia)?
Schleiermacher individua nel cristianesimo l’opporsi del binomio differenza-identità come il superamento di se stessa. Come, in definitiva, l’umiltà e la verità del cristianesimo. Questa religione, a differenza di tutte le altre (che così va inglobando in sé), ha non tanto (o non solo) nella sua forma, quanto nel suo contenuto, il superamento della storia: la storia del cristianesimo è storia di corruzione. Qui però, a differenza di religioni quali l’Islam o l’Ebraismo, la corruzione della religione non è un fenomeno temporale, quasi necessario, che alle pure origini antiche contrapponga un presente sempre più nefasto (per via di quel dissolversi dell’elemento puro, che si è come insozzato). La corruzione del cristianesimo, ripetere non è mai di troppo in questo luogo, è il cristianesimo stesso. I suoi binari di oggi sono gli stessi di di ieri. Il cristianesimo non è altro che

 

l’intuizione del generale opporsi del finito contro l’unità del tutto5.

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Da Johann Gottfried Herder (1744-1803) muove Schleiermacher sulla religione totalizzante, che va anche al di là dell’uomo stesso. Per Herder, all’opposto, l’umanità rappresenta i “confini della religione”

Così, la religione cristiana non solo è conciliabile con il differire della storia, ma essendone parte e contenuto, la storia è storia della religione cristiana (qui, io provo ad azzardare Schleiermacher). A tale proposito, la mediazione torna prepotentemente, con un appoggio più forte di quello di cui si parlava poc’anzi. Se prima la mediazione era nei sacerdoti, e in generale da ricercarsi nella cerchia dei veri religiosi, ora Schleiermacher pone un salto qualitativo, individuando nella figura di Cristo quel termine medio che unisce indissolubilmente il differire e l’identico, la storia e la religione, il soggetto e l’oggetto. Qui Cristo assume i caratteri dell’Assoluto, uscendo dal terreno dell’ideale, entrando in quello del reale:

 

[…] ciò che c’è di veramente divino in lui è la chiarezza con cui si sviluppò nella sua anima la grande idea per esporre la quale egli era venuto, l’idea che ogni cosa finita ha bisogno di mediazioni superiori per connettersi alla divinità6.

 

Senza sprofondare nel discorso escatologico, che pure in Schleiermacher sembra avere una discreta importanza, alla luce del suo ragionamento, ci limitiamo qui ad osservare l’elemento ossimorico (e poetico) che pervade tutta l’opera del filosofo tedesco. Le sue intuizioni sono geniali: l’aver spostato (prima di chiunque altro) il termine identitario dopo quello differenziante, di modo che nella differenza si dia l’identità (della differenza), significa aver riconosciuto la storia come reale differenziarsi, come caos libero nel quale la religione è l’intuizione puntuale. Successivamente, pur rifiutando le religioni positive, per il loro carattere intuitivo in origine, ma non più nello sviluppo, ha saputo riconoscere nel cristianesimo l’intuizione più alta della religione, per il suo carattere storico, differenziante, identitario nella differenza, Assoluto già nell’origine e nel contenuto. In questo senso, l’escatologia (come discorso finale, come termine finale della storia) insita nel cristianesimo stesso, è prova ulteriore della sua eternità, perché pone se stessa nel tempo (tesi?), perché anticipa la sua dissoluzione (antitesi?) nella figura di se stessa per l’eternità (sintesi?). In ciò, Schleiermacher è davvero sublime:

 

Tale è il cristianesimo. Io non voglio abbellire le sue deformazioni e le sue molteplici corruzioni, giacché la corruttibilità di tutto ciò che è santo appena esso diventa umano, è una parte della sua originaria intuizione del mondo7.

 

di Gianluca Palamidessi

 

NOTE

1. Schleiermacher, Über die Religion, p. 170
2. Op. cit., p. 116
3. Op. cit., p. 120
4. Op. cit., p. 190
5. Op. cit., pp. 180-181
6. Op. cit., pp. 186-187
7. Op. cit., pp. 186

 

BIBLIOGRAFIA

Opere, II. Marco Maria Olivetti, Filosofia della religione come problema storico, Fabrizio Serra editore, Pisa-Roma, 2013

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3 risposte a "Nella dissoluzione, la soluzione di Schleiermacher"

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