Storia

Destra e sinistra, la distinzione politica sopravvive

Destra e sinistra, concetti politici morti e sepolti o ancora validi in un periodo orfano dell’ideologia e dei partiti tradizionali, e spettatore della nascita di nuovi movimenti definiti populisti, che significano tutto e niente? Ci sono ancora differenze dopo il fallimento del socialismo reale e l’egemonia incontrastata del capitalismo? E se ci sono, quali sono?

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Nell’attuale linguaggio politico, destra e sinistra sono concetti che non hanno più nessun valore e che appartengono alla tradizione politica del Novecento. E’ una distinzione priva di ogni contenuto, come due scatole vuote. Non vi è più nessuna differenza tra destra e sinistra, schieramenti che attuano gli stessi programmi politici.

Con la caduta del muro di Berlino, l’oggettivo fallimento del socialismo reale sovietico ha posto fine al confronto tra i più celebri sistemi economici del XX secolo: comunismo e capitalismo. La conseguenza è stata la rottura del precario equilibrio tra la diade creatosi nel Novecento, favorendo decisamente la destra. Sale quest’ultima, scende la sinistra. Dopo il crollo del regime comunista la domanda più frequente è stata: “Ma esiste ancora la sinistra?”. A questa domanda sono state date le risposte più disparate, dalla convinzione della sua morte, “la sinistra non esiste più”, alla fiducia nel socialismo liberale, “il collasso del sistema bolscevico è un trionfo a cui si aprono possibilità che erano state sepolte sotto quel sistema di tirannia dal 1917”. In questo contesto caotico non pochi intellettuali parlavano di “fine della storia”, con il trionfo definitivo del capitalismo e di ideali considerati come caratteristici della destra. Una testimonianza del tramonto della sinistra è l’affermazione del luogo comune “la sinistra attua la politica della destra”.

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Una delle prime picconate al muro di Berlino: verrà abbattuto il 9 Novembre del 1989

Nonostante la presenza di molti dibattiti e saggi sulla questione, la diade tanto contestata continua a essere utilizzata. Finora nessuno è riuscito a fornire termini più efficaci a distinguere il mondo politico. Il quotidiano utilizzo dei due vocaboli è già una prova che in realtà la diade non appartiene solo al passato, anzi. Un celebre libro scritto dal filosofo Norberto Bobbio e pubblicato nel 1994, “Destra e sinistra”, approfondisce analiticamente la natura delle due scuole di pensiero descrivendo l’origine della distinzione: il diverso atteggiamento che le due parti mostrano sistematicamente nei confronti dell’idea di eguaglianza. Come insegna Bobbio, esso è un concetto relativo, non assoluto. Sono tre le domande che bisogna porsi dinanzi all’eguaglianza: “Tra chi? In che cosa? In base a quale criterio?”. Le risposte possono essere le più varie, ma quello che divide la sinistra dalla destra è che i primi considerano gli uomini più eguali che diseguali, i secondi considerano gli uomini più diseguali che eguali. Egualitari coloro che apprezzano maggiormente ciò che li accomuna; in-egualitari coloro che ritengono più importante la loro diversità. L’egualitario sostiene che la maggior parte delle diseguaglianze siano sociali e, in quanto sociali, revocabili; l’in-egualitario, invece, ritiene che esse siano naturali, e quindi ineliminabili. Egualitaria la sinistra, in-egualitaria la destra. Inclusiva una, esclusiva l’altra. Inoltre, va evidenziata la netta differenza tra egualitario ed egualitarista. Spesso, erroneamente, le due parole sono considerate sinonimi. Le dottrine egualitarie tendono a ridurre le diseguaglianze sociali e a rendere meno penalizzanti le diseguaglianze naturali. Le dottrine egualitariste vogliono l’eguaglianza in tutto e per tutto. Livellamento sociale figlio di una lunga tradizione: partendo da Moro e Campanella, passando da Filippo Buonarroti e Babeuf, giungendo al socialismo reale. Tale progetto è andato incontro al fallimento pratico dell’esperimento marxista in Russia. Invece, un esempio di movimento egualitario è il femminismo. Il loro principale tema è che le diseguaglianze tra uomo e donna sono frutto di una tradizione fondata su pregiudizi e stereotipi sociali e non naturali, e quindi revocabili. Si pensi alla discriminazione elettorale, in cui le donne non potevano votare. In Italia solo dal 1946 il suffragio universale è stato esteso anche alle donne. La stessa Costituzione della Repubblica italiana (spesso conosciuta solo dagli addetti ai lavori, purtroppo) è impregnata di principi egualitari. Citando l’articolo 3.2,

è compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese.

Non a caso l’assemblea costituente (composta principalmente dalla Democrazia cristiana, il partito socialista e il partito comunista) ha garantito non solo i diritti di libertà individuali, ma anche collettivi, economici e sociali (il diritto al lavoro, all’ istruzione e alla salute). Qual è la ratio dei diritti sociali? Rendere meno grande la diseguaglianza tra chi ha e chi non ha, e tutelare i cittadini meno sfortunati per nascita o condizione sociale.
Inoltre, è differente l’obiettivo e l’aspirazione della destra e della sinistra. I primi ritengono che gli uomini siano intrinsecamente spinti non all’eguaglianza, ma alla superiorità, nella quale lottano e concorrono tra loro. Una visione del genere consegue la necessità delle diseguaglianze, perché non può esserci concorrenza tra due soggetti destinati a essere eguali. Impianto ideologico che è alla base del capitalismo: concorrenza e “sconfitta del nemico” garantiscono il progresso umano. La sinistra, una volta metabolizzata l’impalcatura capitalista, cerca di ridurre i suoi limiti attraverso politiche che hanno come fine l’eguaglianza sostanziale (che ribadiamo non significa egualitarismo e livellamento).

Se il principio cardine della distinzione è come si affronta l’idea dell’eguaglianza, esso continua ad essere valido anche dopo il fallimento del comunismo. Quest’ultimo è egualitarista, non egualitario. Di conseguenza, la diade era ed è necessaria nelle democrazie rappresentative. Chiarita la distinzione, come si concretizza politicamente? Che tipo di programma politico attua uno schieramento di destra o di sinistra? Come si favorisce la concorrenza e come si favorisce l’eguaglianza? Insomma, come si capisce se un partito sia di destra di sinistra?

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Giovanni Gentile a sinistra (1875-1944), grande teorico e filosofo del fascismo. A destra, Antonio Gramsci (1891-1937), filosofo e critico letterario, anti-fascista: nel 1926 venne ristretto dal regime nel carcere di Turi.

Principale discrimine per tutto il Novecento è stato il problema del lavoro, e di come lo si debba affrontare. Tipico atteggiamento della destra è invece quello di avere una visione gerarchica (parola cara alla destra), tutelando maggiormente il datore di lavoro più che il dipendente. Tipico atteggiamento della sinistra è affrontare il problema “dal basso verso l’alto”, tutelando maggiormente il dipendente più che il datore di lavoro. Analizzando come attualmente la sinistra affronti la questione del lavoro, questa differenziazione sembra poco netta, anzi. Storicamente, la destra promuove il liberismo, sistema economico fondato sull’assoluta libertà di produzione e di commercio, che garantisce un notevole margine di manovra all’ imprenditore. Lo stato si limita a garantire lo svolgimento dei rapporti economici, e per questo è definito astensionista. La sinistra, invece, promuove una politica economica di intervento pubblico, nella quale lo Stato, oltre a fissare le regole del mercato, mette in pratica attività o appunto interventi che condizionano l’economia con obiettivi diversi, come stimolare la crescita economica, regolare la formazione dei prezzi, redistribuire il reddito. Inoltre, propone un mercato del lavoro rigido, basato su maggiori tutele giuridiche nei confronti dei lavoratori.

Dagli anni Novanta in poi si è diffusa la cosiddetta “terza via”, promossa da Bill Clinton e Tony Blair, leader del centrosinistra: una teoria economica (definita “nuova economia keynesiana”) frutto del compromesso tra il liberismo di destra e il dirigismo tipico della sinistra. Ritenendo causa della disoccupazione la rigidità del mercato del lavoro, le tutele giuridiche dei lavoratori diminuiscono, creando un sistema più liquido. A differenza del liberismo puro, lo Stato ha comunque un ruolo centrale. Non è la sede per indagare sulla validità di questa teoria economica, ma è evidente che sul lavoro il centrosinistra guarda più alla sua destra che alla sua sinistra. Quindi hanno ragione coloro che sostengono che non c’è differenza tra destra e sinistra? Su come queste affrontano il lavoro, la distanza è diminuita ma resta ampia su altri fronti.

I concetti devono essere calati nella realtà per essere validi e soprattutto utili. Basti pensare ad uno dei principali problemi del nuovo millennio, l’immigrazione. Come è affrontata dalla destra e dalla sinistra? Lampante come il problema sia affrontato in modo diametralmente opposto. In questo caso, il criterio dell’eguaglianza è palesemente funzionale: la destra è più esclusiva che inclusiva, e quindi pone regole rigide sull’immigrazione. La sinistra è più inclusiva che esclusiva, e quindi permette l’immigrazione, considerandola un valore.

In un mondo sempre più vittima delle diseguaglianze economiche e sociali, è difficile ritenere che due posizioni ideologiche così diverse tra loro cedano il passo all’uno o all’altro. E questo è un bene, perché la democrazia è ontologicamente un dibattito tra scuole di pensiero diverse, e solo nelle dittature esso viene a mancare. Non esiste la destra senza la sinistra, e non esiste la sinistra senza la destra.

di Andrea Cavalcanti

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2 risposte a "Destra e sinistra, la distinzione politica sopravvive"

  1. C’è sfiducia nella politica.Non si difende più,una propria verità sia essa di destra o di sinistra.C’è confusione,individualismo,corruzione in politica.Sfiducia e paura in tutto.

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    • Hai perfettamente ragione, cara Adele. In politica, come in altre manifestazioni culturali o “di vita quotidiana”. L’amore per le cose semplici sta scomparendo, e di conseguenza l’amnore per quelle meno semplici, meno alla portata di mano. Nel nostro piccolo, cerchiamo di migliorare il dialogo moderno, di proporre nuovamente la cultura, per rimetterla al centro del dibattito sociale, religioso e politico. A presto

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