Letteratura

Trieste, di Umberto Saba

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foto @ vivalemonadi nel viaggio a Trieste dell’estate 2016

Ho attraversato tutta la città.
Poi ho salita un’erta,
popolosa in principio, in là deserta,
chiusa da un muricciolo:
un cantuccio in cui solo
siedo; e mi pare che dove esso termina
termini la città.

Trieste ha una scontrosa
grazia. Se piace,
è come un ragazzaccio aspro e vorace,
con gli occhi azzurri e mani troppo grandi
per regalare un fiore;
come un amore
con gelosia.
Da quest’erta ogni chiesa, ogni sua via
scopro, se mena all’ingombrata spiaggia,
o alla collina cui, sulla sassosa
cima, una casa, l’ultima, s’aggrappa.
Intorno
circola ad ogni cosa
un’aria strana, un’aria tormentosa,
l’aria natia.

La mia città che in ogni parte è viva,
ha il cantuccio a me fatto, alla mia vita
pensosa e schiva.

Analizzare una poesia non è solamente difficile, ma direi – dopo aver studiato qualche elemento di estetica dal mio amico Wittgenstein – addirittura nocivo. La poesia va contemplata, come qualsiasi altra opera d’arte. Limitarmi a individuare gli aspetti tecnici della stessa, colpirvi con un’osservazione di sintassi, è persino inutile: mi rifaccio alla splendida, e concisa, analisi del Paravia I classici nostri contemporanei vol. 6. Quello che posso dire, e mi sento di dire, in questo luogo, è l’efficacia, e il genio, con cui Saba riesce a descrivere la sua città (che dopo il viaggio dello scorso anno sento anche, in parte, mia città). Trieste è vista dall’alto – Saba è salito su un’erta, un’altura. Da qui il poeta dipinge con parole gli aspetti più dolci della sua città, con tinte malinconiche che colorano i versi nella loro espansione. Circola un’aria strana, tormentosa, l’aria natia. E’ esattamente la sensazione che ho avuto – senza poterne parlare in termini così visibili (ecco la poesia che rivela l’invisibile) – guardandola per la prima volta: Trieste è stupefacente. Da una parte vedi l’acqua, dall’altra, girandoti col solo sguardo, le alture. E quando ti giri a rimirarla, o ti perdi tra le vie che la tagliano, ogni muricciolo ti sembra essere l’ultimo, quello che la conchiude. Perdersi – e perdersi nel sentimentalismo – è cosa facile a Trieste.

di Gianluca Palamidessi

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