Teologia

Ruzbehan, mistico orientale

Il secolo XII fu, per molti aspetti, il secolo della mistica. Non solo in Occidente, o più in generale nel vasto universo cristiano, ma anche – e soprattutto – in Oriente, la mistica si diffuse tanto rapidamente quanto eccellentemente. Uno dei maggiori esponenti di questo movimento – il termine è di comodità, ma non preciso fino in fondo – fu Ruzbehan-e Baqli (Fars, 1128 – Siraz 1209). Tra gli innumerevoli testi di questo autore, uno principalmente spicca per eleganza poetica e ardore mistico: il Gelsomino dei fedeli d’amore.

La dottrina di Ruzbehan è, essenzialmente e originalmente, strutturata sulle prove del velo. Il rapporto che intercorre tra Dio e l’uomo è quello – duplice – della rivelazione e dell’allontanamento. Come accade nel caso di innumerevoli Santi nella storia della religione cristiana, è Dio ad agire attraverso di loro: è importante riconoscere, tuttavia, come la figura del Santo non si riduca, come potrebbe sembrare in un primo momento, a quella di un mero strumento, quanto del partecipante della divinità. Nel cammino che dai sensi risale a Dio, afferma Ruzbehan, chi arriva a raggiungere l’estasi non è altro che il testimone attraverso cui Dio offre testimonianza di se stesso. E’ come se, raggiunti i sessanta veli di cui va poetando Ruzbehan, Dio si specchiasse nel mistico. Ancora, citando Miguel Cruz Hernandez,

lo sguardo con cui il mistico osserva Dio non gli appartiene in senso proprio: è lo sguardo di Dio stesso con cui egli si osserva. 1

Ogni velo ha la propria impresa da svelare. Così, l’angelo ha il velo angelico, il profeta quello profetico. Già in giovane età – e lo sappiamo grazie a un diario spirituale scritto su esplicita richiesta di un amico – ebbe visioni estatiche: gli arcangeli Gabriele, Michele, Serafiele e Azraele si mostrarono nelle sembianze di fulgidi efebi 2. Udì la voce di Muhammad, Mosè, Gesù, Abramo, Noè, Adamo. L’esperienza estatica e mistica si concretizza nell’unione con Dio, nell’essere suo compagno eterno: unione che è la gioia di essere due. Dio è amore, ma non solo: è amore, amante e amato.

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La visione di Dionigi di Rijkel (1402-1471), il Certosino. Opera di Vicente Carducho (Vincenzo Carducci), sec. XVII

Suddividere gli esatti passaggi con cui si armonizza la mistica di Ruzbehan è impresa difficilissima, e a grosso rischio di errore. Già H. Corbin suddivise in sei gruppi i gradini della scala d’amore, mentre ciò che conosciamo direttamente da Ruzbehan è la divisione in dodici dimore mistiche: servitù d’amore, walaya (santità), meditazione attenta, timore, speranza, esperienza estatica, certezza, vicinanza, scoperta interiore, visione, desiderio ardente e amore totale. Sono tre i modi di contemplazione legata alla visione: una anteriore alla condizione terrena, quella riguardante coloro che si sono espressi in paradossi ed eccessi, desiderando e rivendicando la visione di Dio 3 e infine quella che ha luogo nel palazzo della sopraesistenza mistica, quando il corpo e lo spirito diventano uno e si produce l’apice dell’amore 4. Non solo. La potenza poetica dell’opera di Ruzbehan è espressa, da ultimo, nel fedele d’amore come cavaliere errante mistico, al modo di esporre di un mistico più vicino a noi, Raimondo Lullo (che qui parla di cavaliere pellegrino). Scrive Ruzbehan:

Conoscerai allora la virilità di questo cavaliere spirituale sulla strada dell’amore e saprai che cosa sia questo cuore in pena tra i prìncipi del sapere. 5

di Gianluca Palamidessi

NOTE

1. Miguel Cruz Hernandez, Storia del pensiero nel mondo islamico, volume primo; cit. p. 174. Editore Paideia, 1999

2. Ibidem

3. Op. cit., p. 176

4. Ibidem

5. Ibidem

BIBLIOGRAFIA

1. Il quadro La visione di Dionigi di Rijkel, il Certosino è stato preso da Cartusialover’s Blog

2. Per uno studio approfondito sul vasto mondo filosofico (e religioso) dell’Islam, rimando al testo di Miguel Cruz Hernandez, di cui sopra, acquistabile a questo indirizzo

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