Filosofia, Scienza

Implosione tecnologica

Fino a che punto siamo disposti ad accelerare il processo evolutivo? Un interessante studio nel numero di Aprile di National Geographic Italia riporta alcuni possibili scenari riguardanti l’uomo e il destino della sua specie. Charles Darwin, parlando della selezione naturale, era su questo punto abbastanza chiaro; l’uomo non può fare soltanto di testa propria. La natura, rispetto alla sua specie, sta ad un livello superiore. Come l’arte (il prodotto artistico) non potrà mai realmente idealizzare la natura da cui trae il proprio sostentamento, così l’uomo non potrà mai superare il limite impostogli dalla Madre1, modificandone le classi costitutive. Questo discorso, come è evidente, vale per ogni ambito di studio: dalla biologia, alla bioetica, alla stessa filosofia e scienza generalmente intesa.

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A destra, l’Uomo vitruviano, di Leonardo da Vinci (a sinistra)

Viviamo nell’epoca in cui l’uomo è il centro dell’universo, e l’universo è intorno all’uomo. O ancora, detto più semplicemente, l’uomo è il Soggetto (con la “S” maiuscola), il mondo l’oggetto. Se questo sia un problema o un dato di fatto è da lasciare alla lettura di esperti. In questo senso, sento di dover dare un contributo; se non in termini scientifico-empirici, almeno in termini antropologico-filosofici. L’uomo, nella mia visione delle cose, sta lentamente giungendo alla sua dissoluzione. La tecnologia, che la nostra specie ha creato (quasi dal nulla), è l’invenzione al tempo stesso più straordinaria e terrificante che la nostra vicenda abbia mai visto. Credere alle vite di uomini che fino a soli duecento anni fa si comportavano in maniera del tutto differente (senza l’ausilio, o l’asilo, della tecnologia) dà i brividi. La verità che non si può eludere, sulla quale a mio avviso è ormai inutile discutere, è l’onnipervasivo carattere del linguaggio tecnologico. Nominando il termine “linguaggio”, potrei tornare sul concetto precedente: non è forse il linguaggio, con tutto ciò che questo ha comportato nella storia dell’uomo, la vera invenzione che ha guidato i secoli? Il discorso deve purtroppo chiudersi subito, e senza risposta: gli studi, anche attuali, riguardo il linguaggio, rimangono in fervore da analisi. E’ ancora dubbia una questione, se sia cioè il linguaggio un’invenzione o non, piuttosto, una scoperta. Tornando alla tecnologia, senza balzi eccezionali, è chiara la parentela tra quest’ultima e il linguaggio stesso: di codici, e segni, stiamo pur sempre parlando. Il motivo per cui, d’altronde, mi preme parlare del rapporto della tecnologia con l’uomo è consequenziale al discorso di cui sopra: la tecnologia non solo è linguaggio, ma crea linguaggio ogni giorno, e insieme lo distrugge, distruggendo chi lo crea.

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Lo schema vuole mostrare in termini geometrici questo tema: l’uomo è così intimamente unito al linguaggio che l’insieme che li ingloba è lo stesso. La tecnologia, al contrario, è un prodotto di questo insieme, ma se ne distanzia (con caratteri irregolari e non controllabili; linea ondulata).

Nei toni di espressione, potrebbe sembrare questo un breve saggio apocalittico e disfattista. Non è del tutto così. Per quanto io stesso mi faccia sostenitore di una fine imminente (almeno in termini filosofico-culturali) della storia dell’uomo, la scienza ci sta comunicando sottovoce (quasi) lo stesso, ma in modalità differenti. Le nascite, come lo sviluppo di ormoni nell’uomo e nella donna, sono in calo. La distrazione fluttuante e nebulosa della tecnologia onnipotente sta prendendo il posto della carne, delle emozioni e, in definitiva, della vita. I vantaggi che questo strumento ha portato alle nostre esistenze sono di gran lunga inferiori (e poco diffusi) rispetto agli svantaggi, enormemente estesi e, in tempi recentissimi, di maggiore portata qualitativa (in termini negativi). Lo schema precedente vuole mostrare esattamente questo. La dilatazione del linguaggio tecnologico (e una nostra conseguente difficoltà nel trattenerlo) sta portando le nostre vite fuori dal nostro corpo, e dalle nostre stesse mani. E’ un paradosso: abbiamo il mondo in mano (o così ci dicono), senza averlo realmente. Siamo al centro dell’universo, ma questo sta implodendo, con noi al suo interno. La verità ghigna ed è spaventosa: siamo piccoli esseri ospiti di un universo vastissimo ma il nostro io continua ad imporcene la precedenza, pur nella sua bassezza e ridotta dimensione. E tutte quelle bellezze artistiche, quei prodotti della religione e dello spirito anti-religioso, reazionario e ancora commovente, fanno parte di una concezione ormai antica, ammuffita, non più costitutiva del nostro essere. L’uomo, in definitiva, si sta dimenticando di Dio (con tutti i discorsi che ne seguono; non è questo un saggio sulla difesa della religione, ma guarda a qualcosa di più ampio) e del suo essere (di uomo)oggetto misterioso in una vastità di incomprensioni ed enigmi che da sempre ne hanno condotto la storia. Se la tecnologia fosse un’aggiunta all’enigma, e alla storia dell’enigma, niente di spaventoso: ne reggeremmo le redini. Ma questa è fantasia. L’esperienza presente dipinge la specie uomo che rallenta, mentre la sua creatura più bestiale, composta di numeri binari, le sta usurpando il trono. E’ arrivato il momento di posare al suolo lo scettro e la corona.

 

di Gianluca Palamidessi

 

NOTE:

1. Qui Madre è usato per personificare, leopardianamente, la natura.

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