Storia

La riforma cluniacense

La fine dell’Impero carolingio (da datarsi, con tutte le problematiche del caso, intorno all’843 con il Trattato di Verdun) segna l’involuzione, e il regresso socio-istituzionale, dell’organizzazione ecclesiastica. Il suo comportamento, e all’interno e all’esterno, subisce una flessione sotto il segno della corruzione vescovile e sacerdotale da un lato, dall’altro sotto la perdita di potere (e visibilità diremmo oggi mediatica) del papa. Come era stato possibile perdere quello splendore – che tornerà più forte di prima nel corso del XII e XIII secolo – che tutto aveva riflesso il lavoro faticoso, incessante, e sublime, della Chiesa cattolica sotto l’egida di Carlo Magno?

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Urbano II, papa della prima Crociata, si era formato all’abbazia di Cluny

Già con Ludovico, figlio di Carlo Magno, si era registrato un arresto. Il nome che accompagna le vicende di questo imperatore “Pio” non è altro che un nascondiglio generoso per mascherare l’incapacità di quest’ultimo di gestire un Impero tanto vasto, e allo stesso tempo così problematico, che il padre Carlo gli aveva lasciato in eredità. Dopo il Trattato di Verdun, primo grande trattato politico dell’Europa, ad acquisire potere, più che i tre imperatori (Ludovico il Germanico, Lotario e Carlo il Calvo) erano stati i principi delle singole contee. In questo panorama, quando verrà a mancare la figura imperiale dominante – il che avverrà ben presto, già dopo la morte di Lotario nell’855 -, verrà così a mancare quel centro così fondamentale alla Chiesa, come questa lo era per il centro stesso. Quel che sotto Carlo Magno, dalla sua incoronazione nell’800 alla fine del suo regno (814), si era costruito, dopo Carlo Magno cadrà a pezzi. La situazione a cui giunge la Chiesa nel 910, anno in cui viene fondata l’abbazia di Cluny, si mostra deplorevole. Sono passati appena 110 anni dalla sacra alleanza tra Cesare e Pietro, ma questi bastano ad averne logorato lo spirito iniziale. Con Ottone I (962) si verificherà, per l’Impero, la prima grande prova di forza (o di lesa maestà, a seconda dei punti di vista) nei confronti della Chiesa. E’ questo sovrano, in effetti, che decide i destini della curia, eleggendone il papa (Leone VIII prima di ogni altro) e muovendone lo scacchiere a suo piacimento. Se sotto Carlo Magno lo Stato si era clericalizzato, sotto Ottone (e i suoi successori) la Chiesa si è statalizzata. Scherzo del destino: quel carattere secolare della Chiesa che è giunto fino a noi oggi, così prepotentemente che senza di esso non siamo in grado di cogliere la storia del Cristianesimo, quel carattere, si può dire, le fu messo indosso come abito.

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Ricostruzione a matita dell’abbazia di Cluny

La riforma di Cluny, che avvenne nell’XI secolo, voleva ripristinare l’abito, partendo dal corpo. Niente era più importante, per questi monaci sì devoti, di rivolgersi unicamente a Cristo, alla preghiera, al digiuno e alla povertà. Quei principi che più volte avevano saccheggiato i monasteri, ora muoiono con le vesti monacali. Quei papi così ardenti che si lanceranno alla conquista del sepolcro di Cristo altro non furono che monaci in vesti più adornate. E’ il caso, tra gli altri, di Urbano II, papa della prima Crociata. Eppure, quando Guglielmo d’Auvergne fondò il monastero, all’inizio del X secolo, mai si sarebbe aspettato che dalla sua piccola abbazia, poi ampliata (vedi foto supra), sarebbe sorta una vera rivoluzione. Non il potere delle armi, ma quello dello Spirito, spinse l’Europa, e la Chiesa, ad espiare le proprie colpe. Il giogo romano, dei principi e del popolo, sotto cui la Città Eterna (vedasi Giovanni XII in particolare) e quindi la Chiesa erano martoriati, aveva bisogno di essere colpito: non però dall’interno, dove troppe erano le complicazioni, e più ampia la voglia di riformarsi che non la capacità di poterlo fare, bensì, e non è un caso, dall’esterno: dalla Borgogna, dalla Francia, dalle terre dei cavalieri. Da qui ripartiva la Chiesa; Cluny era il vento leggero che avrebbe ripulito con forza e virtuosità le sozzure interne all’ambiente ecclesiastico romano.

Stabilisco con questo dono che a Cluny sia costruito un monastero di regolari in onore dei santi apostoli Pietro e Paolo, e che ivi si raccolgano monaci che vivono secondo la Regola di san Benedetto (…) che lì un venerabile asilo di preghiera con voti e suppliche sia frequentato, e si ricerchi e si brami con ogni desiderio e intimo ardore la vita celeste, e assiduamente orazioni, invocazioni e suppliche siano dirette al Signore.

Non fu difficile, ma rapida, a quel punto, la diffusione del culto. La gente si fidava dei monaci, e dell’ordine sacerdotale, perché gli occhi di questi erano rivolti verso il cielo. In confronto, l’occupazione terrena era per loro una sciocchezza insignificante. C’è, in questo, molto del papa che ebbe l’idea geniale di affibbiarsi il monachesimo sulla tiara capitolina; Gregorio Magno. L’ordine cluniacense nacque quasi nell’ombra. Ma la sua voce, al tempo della riforma, fu assai rumorosa. Il piano, se non esposto quantomeno intuibile, riguardava tre grandi proposte:

  • applicazione stretta della regola benedettina.
  • stretta osservanza della celebrazione quotidiana della messa.
  • attenzione alla devozione di ogni singolo monaco.

Sull’ultimo punto non si insisterà mai abbastanza. Il celibato per il sacerdote ritorna ad essere cosa sacra, inviolabile e rispettata. Non può essere altrimenti. La fidanzata di Cristo è una soltanto; la Chiesa. Questa ha già un amore a cui si è promessa. Non c’è spazio per altro. Due istituzioni, più in là, verranno poi introdotte, e accettate senz’altro: le cosiddette tregue di Dio (lunghi periodi di non belligeranza, in occasioni di determinate feste religiose) e la cosiddetta pace di Dio (con la quale, a differenza della prima, si richiedeva il rispetto, sotto pena di censura canonica, per le persone inermi e i luoghi sacri; il Medioevo ha molto di cui scusarsi a tale proposito). La riforma cluniancense fu forse, nella storia della Chiesa, uno degli eventi di maggiore rilevanza; il suo destino dovrà incontrare un nuovo arresto con il papato avignonese. Ma di una cosa la Chiesa si renderà conto davvero dopo Cluny: essa era indipendente. La sua forza era la forza dello Spirito, quindi dei fedeli. Nell’evento della Crociata questo aspetto giungerà alla sua estrema sublimazione.

BIBLIOGRAFIA:

La riforma di Cluny

Henri Pirenne, Storia d’Europa. Dalle invasioni al XVI secolo. Sansori editore, Firenze (1956), pp. 111-118.

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