Filosofia, Teologia

Vita eterna, di John Wisdom.

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John Wisdom (1904-1993)

In un breve saggio del 1969, il filosofo e allievo di Ludwig Wittgenstein, John Wisdom, analizza una tematica il cui titolo porta alla luce l’estrema difficoltà: Vita eterna. Nel libro curato in Italia da Quodlibet, che questo articolo tiene sotto gli occhi come riferimento testuale, e intitolato La logica di Dio, e altri saggi sulla religione, Wisdom analizza le domande più comuni, e forse proprio per questo meno chiare di altre, sulle quali tanto lo scettico quanto il credente sbattono la testa almeno una volta nella loro vita.Interpretare Wisdom non è facile – da questo punto di vista, la sua vicinanza a Wittgenstein ci si manifesta in maniera palese. Il suo pensiero è però coinvolgente. L’uso di proposizioni esemplari, come di citazioni da altri testi, rende la pagina filosoficamente densa, e il poterne sviluppare un lavoro sopra di essa compito alquanto problematico. Iniziare da una citazione di Giovanni, con cui pure Wisdom non si va a corrompere, sarà d’aiuto per la nostra indagine:

E questa è la vita eterna: che conoscano te, il solo vero Dio, e colui che tu hai mandato, Gesù Cristo.1

Non posso affermare con certezza cosa stia dicendo, in questo caso, Giovanni. Posso informarmi nell’opinione degli esegeti, dei teologi, dei liturgisti. O anche, semplicemente, posso servirmi di questa proposizione per analizzare il saggio di Wisdom. Questa, dice Giovanni, è la vita eterna: non l’immagine o il concetto che, sentendo la proposizione la vita è eterna, ci salterà alla mente. Conoscere Dio, e il suo Figlio, che è Dio; in questo sta già la vita eterna. Nessuno si sognerebbe, a meno che questi non sia un pazzo, di affermare con la certezza dell’evidenza empirica che la vita è eterna (io lo so). Tuttavia, dietro questa frase, si nascondono una serie di significati, e retroterra oscuri e nascosti, dei quali non riusciamo mai a disfarci del tutto. Intendo dire che la questione è seria, e in questo si palesa una certezza dall’evidenza empirica: l’uomo combatte con la propria eternità. Quando poi, interrogandomi su cosa queste o altre esperienze volessero dire realmente, un caro amico mi veniva rispondendo Questo va bene; ma perché cercarvi la radice nel soprasensibile? Non dico in Dio, ma nel soprasensibile., quando insomma questo mio amico e filosofo mi gettava nuovamente nella disperazione del dubbio, io cercavo una risposta al quesito con l’ardore intellettivo di chi cerca di risolvere un problema matematico. Tentativo nobile, il mio, ma sbagliato. La risposta è nel senso che una domanda del genere può avere, e nella risposta – più o meno plausibile – che ad un quesito del genere si può controbattere. Io non ho però pensato al senso, ma prima ancora alla mia fede. Ma questo è un discorso complesso. In qualche modo, è vero, fede e senso possono incontrarsi. Dove? Sulla domanda stessa. Forse quel mio amico, in quell’interrogativo, ha commesso un errore al mio precedente. Non si è soffermato sulla prima parte della sua osservazione, ma solo sulla conclusione. Nel mezzo, però, manca qualcosa. E’ un terreno ostico, arido; una lastra di ghiaccio, per usare una rimembranza wittgensteiniana, sulla quale si prova a rimanere in piedi pur perdendo continuamente l’equilibrio. Ecco il punto: è il momento di tornare sul terreno scabro. Che senso hanno le domande su Dio, e sulla vita eterna, se noi – come Wisdom effettivamente intende fare nel corso della sua opera, con buoni risultati – se noi, dico, non ci fermiamo ad analizzare il perché di queste domande? Come tornare sul terreno scabro se riluttanti lo osserviamo dall’alto di una casa in legno posta sopra un albero?

L’eternità è senza tempo, e la nostra “immortalità”, se viviamo nell’eterno, non è tanto futura quanto già presente.2

William James, che Wisdom va citando a più riprese nel suo saggio, ritorna sulla nozione di immortalità, come eternità. Si può pensare all’immortalità, e all’eternità, come categorie spazio/temporali (o meglio, aspaziali/atemporali) per un soggetto, come l’uomo, che vive e si muove, e ragiona, in queste dimensioni? Sarebbe presuntuoso dire di sì; sarebbe sciocco dire di no. Come ricordato sopra, lo spazio intermedio lasciato da questi quesiti è il terreno più fecondo sul quale provare a discutere di certi argomenti filosofici. Io vorrei, da ultimo, svegliare la vostra mente, la vostra coscienza, su un fenomeno particolare, che merita di essere esposto. Se io chiedo: Credete in Dio? questa domanda varrà per voi o la vita o la morte – nel senso della domanda, non del voi. Sentirete che questa non è una domanda come le altre, che vi dice qualcosa senza pensare ancora ad una risposta. La mia fede vuole dirvi che questo non è strano, il mio compito super partes vuole dirvi che accade questo perché nessuna risposta è contraddittoria rispetto ad un’altra. Mi viene risposto, cioè: (a) Credo in Dio e (b) Non credo in Dio. Nessuna delle due persone (a) e (b) ha ragione o torto. Entrambe si sbagliano, ed entrambe stanno dicendo la verità.

di Gianluca Palamidessi

NOTE:

1. Giovanni 17:3-13

2. W. James, The Varieties of Religious Experience, cit.; trad. it., cit., p. 363

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