Letteratura

La scimmia di Palahniuk.

Il destino di uno scrittore è pressoché identico a quello dei suoi colleghi; essere ricordato per un solo libro, indipendentemente dal tipo carriera e dal numero di opere create. Vi sono autori che hanno dato vita a capolavori su capolavori, ma nel momento in cui vengono citati, nella mente di ogni lettore prende forma il titolo di una sola opera. La stessa sorte tocca anche a Chuck Palahniuk, l’autore di Fight Club. E’ stato un riflesso spontaneo, accidentale; non ho potuto fare a meno di citare il romanzo dal quale David Fincher ha basato uno dei suoi capolavori. Una pellicola che vede come protagonisti Edward Norton e Brad Pitt, inserita nella decima posizione dei film più belli della storia del cinema. Sorge spontaneo per un lettore voler sapere che tipo di persona possa essere quella in grado di scrivere il libro sul quale si basa il decimo film più bello della storia. Tornano in mente le parole di Salinger ne Il giovane Holden:

 

Quelli che mi lasciano proprio senza fiato sono i libri che quando li hai finiti di leggere e tutto quel che segue vorresti che l’autore fosse tuo amico per la pelle e poterlo chiamare al telefono tutte le volte che ti gira. 1

 

Chi non farebbe carte false per poter stare al telefono con Palahniuk e riempirlo di domande? I quesiti che si potrebbero porre ad un autore sono infiniti, la curiosità di sapere che tipo di persona sia, come trascorra il suo tempo libero, come abbia avuto l’idea di scrivere quella determinata storia, quali siano i suoi sogni e così via… In questo libro Chuck Palahniuk viene incontro al suo pubblico e dà vita a quella che potrebbe essere considerata un’autobiografia. Stiamo parlando di Palahniuk, quindi è utile dimenticare immediatamente il classico prototipo di autobiografia. Il libro in questione è una collezione di racconti, 23 per l’esattezza, suddivisi in tre capitoli. Prima però, l’autore effettua una premessa che riguarda proprio la figura dello scrittore. Il modo migliore per iniziare a raccontarsi è appunto quello di descrivere in cosa consiste la mansione di un autore. Palahniuk decide di non andarci troppo per le lunghe. Ciò che secondo lui caratterizza uno scrittore è la capacità di stare da solo, e nei momenti in cui si abbraccia la solitudine essere in grado di creare arte. Trarre il massimo da quella che potrebbe essere considerata la peggiore delle situazioni nella quale un uomo possa ritrovarsi durante la sua esistenza.

 

Il solo inconveniente dell’essere scrittori è quello della solitudine.

 

Dopo aver spiegato al lettore in cosa consista l’arte dello scrivere libri, l’opera prende vita. Nei primi due capitoli, intitolati “Insieme” e “Ritratti”, l’autore non è mai protagonista delle storie, ma semplicemente svolge uno dei compiti che più gli riesce meglio, quello dell’osservatore. Non fa altro che guardare e prendere appunti riguardo a ciò che gli accade intorno. Quello che viene descritto è tutto reale, Palahniuk non ha necessità di utilizzare la sua fantasia per dare alle storie quel lato bizzarro e interessante, che ne contraddistingue la sua scrittura minimalista.

 

Imparare a scrivere può significare imparare a osservare noi stessi e il mondo con uno sguardo ravvicinato e attento. Almeno imparare a scrivere ci costringerà a guardare ogni cosa con più attenzione, a vederla davvero, se non altro per riprodurla su carta.

Chuck Palahniuk ritratto da Vice

I racconti del primo capitolo riguardano gli avvenimenti più strani e particolari che si possano incontrare sulla faccia della terra. Come per esempio il festival del testicolo, orgie sopra i palchi, il demolition derby delle mietitrebbie, l’intervista a uomini che hanno trovato nella costruzione di castelli la loro passione o a coloro che lavorano in un sommergibile. Lo scrittore guarda accuratamente e riporta la vita normale di queste persone, accomunate da passioni strampalate. Traspare l’analisi di semplici esseri umani che hanno trovato un motivo valido per andare avanti, tutti quanti coperti da un velo di solitudine, che sempre ritorna, perché in fondo è alla base della vita umana.

 

Ecco una bella domanda: «Perché sei solo?». Voglio dire, tutti siamo soli. La condizione della solitudine è… è la vita. È la qualità del nostro essere soli che conta. Il modo in cui occupiamo questa solitudine. Io sono una persona solitaria. Lo sono sempre stato, sin da quando ero bambino. È difficile, credo… ci metto un sacco prima di lasciar entrare qualcuno.

 

Il secondo capitolo (Ritratti) riporta gli incontri personali dell’autore con singole persone. Tra i quali un faccia a faccia con Juliette Lewis, le confessioni di un giornalista statunitense, l’intervista con Marilyn Manson, dal quale Palahniuk si fa leggere le carte e la spedizione di una volontaria in Honduras dopo l’uragano. Il capitolo si conclude con il racconto “Egregio signor Levin”, nel quale l’autore parla di Ira Levin, scrittore statunitense morto nel 2007, e ne tesse le lodi, analizzando i suoi scritti e spiegando come questo scrittore sia riuscito a descrivere i problemi della sua epoca, mostrando alla gente il modo nel quale combatterli. Uno su tutti, la libertà delle donne di avere il totale controllo sul proprio corpo, anni prima che nascesse il movimento femminista.

 

All’Università ci diedero da leggere una ricerca su dei soggetti cui erano state mostrate delle foto di malattie gengivali. Erano foto di gengive marce deformi e denti macchiati,e il senso era di scoprire l’effetto che avrebbero sortito quelle immagine sulle abitudini di pulizia orale della gente. Ad un primo gruppo vennero mostrate delle dentature solo parzialmente cariate. Al secondo gruppo furono mostrate delle gengive moderatamente intaccate. Al terzo vennero mostrate bocche annerite, gengive spellate, rammollite e sanguinanti, denti marroni o caduti.
I soggetti del primo gruppo continuarono a prendersi curo dei loro denti come avevano sempre fatto. Quelli del secondo, iniziarono a usare spazzolino e filo interdentale in modo più costante. Quelli del terzo ci rinunciarono del tutto. Smisero di lavarsi i denti e di usare il filo interdentale, e rimasero ad aspettare che i loro denti diventassero neri. Nella ricerca, questo effetto veniva definito “narcotizzazione“. Quando il problema appare troppo grande, quando ci viene mostrata troppa realtà, tendiamo ad arrenderci. Ci rassegniamo. Non riusciamo a mettere in atto alcun tipo di azione perché i disastri ci appaiono inesorabili. Siamo intrappolati. È questa la narcotizzazione. In una cultura in cui la gente ha troppa paura per affrontare le malattie gengivali, come si può convincerla ad affrontare un qualsiasi altro problema? L’inquinamento? L’eguaglianza dei diritti? E come spingerli a lottare?

 

L’ultimo capitolo (Personale) è molto intimo e l’autore decide di aprirsi completamente al pubblico. Sceglie di trattare gli avvenimenti più importanti della sua vita, dal lavoro come accompagnatore per malati terminali, alla vendita dei diritti del romanzo per il quale verrà ricordato, fino alla morte di suo padre. Palahniuk mostra quella che è la sua quotidianità e il suo passato, spiegando al pubblico quali siano le sue fonti di ispirazione.
La sete di curiosità di un qualunque lettore viene colmata dagli aneddoti che lo scrittore decide di condividere, come per esempio l’infezione al cranio che si procurò per aver usato in maniera inappropriata una crema depilatoria, proprio un giorno prima di recarsi a Hollywood per discutere della sceneggiatura di Fight Club. Il miglior modo per descrivere sé stesso, in tutta la sua normalità di essere umano.

 

Ecco perché scrivo, perché la vita non funziona mai, se non con il senno di poi. E scrivere ti permette di riguardare al passato. Perché se non riesci a dominare la vita, almeno puoi dominare la tua versione.

 

Questo libro è la ricostruzione di quella che potrebbe essere la chiacchierata che ciascuno di noi farebbe con Palahniuk. Una volta conclusa la lettura, la sensazione è quella di averlo avuto al proprio fianco e che egli abbia risposto a tutte le domande che gli sono state rivolte. Questi 23 racconti sono il modo migliore che lo scrittore poteva inventarsi per mostrare sé stesso, perché in queste storie c’è tutto il Palahniuk possibile e immaginabile. La sua ossessione per i dettagli, per le storie più strane possibili, la ricerca dell’essere umano in tutto questo e alla fine la quasi banalità della sua semplicità. Se la domanda iniziale era che tipo di uomo potesse essere uno in grado di scrivere Fight Club, arrivati alla conclusione del libro si potrebbe quasi rimanere delusi da ciò che si è scoperto. Una persona normale, dotata di grandi capacità di osservazione, che fa della sua solitudine il luogo nel quale creare arte. Mentre le sue ispirazioni arrivano proprio dalle storie come le nostre. Storie di esseri umani, che trascorrono la propria esistenza di corsa, senza accorgersi che la vita gli sta sfuggendo dalle mani. Proprio come nel romanzo per il quale verrà ricordato per sempre.

 

NOTE

1. Il giovane Holden (1951), di J. D. Salinger, cap. III

 

BIBLIOGRAFIA

1. Questa recensione ha sotto gli occhi, per le citazioni e lo studio del testo, l’edizione Mondadori (2007) di La scimmia pensa, la scimmia fa, nella collana Piccola Biblioteca Oscar.

di Gezim Qadraku

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