Filosofia, Teologia

La novità cristiana nell’idea di morte

Ma poi il cristianesimo […] ha scoperto una miseria di cui l’uomo come tale ignora l’esistenza: questa miseria è la malattia mortale.1

Si ascolta una sinfonia di verità nelle parole del Kierkegaard. Viene detto che poi (l’evento è nel tempo, eppure finisce per essere al di là di esso) il cristianesimo, non come filosofia (lo stoicismo, l’epicureismo), né come mero fatto storico (al ché suonerebbe: è accaduto e non accadrà più)2, ma come infinito calantesi nel finito, questo cristianesimo ha scoperto una miseria di cui l’uomo come tale ignorava l’esistenza, prima che essa venisse rivelata.3 Prima, cioè, che Cristo si facesse carne, che il Verbo si introducesse tra gli uomini, prima di tutto questo il pensiero della morte non era ancora la malattia mortale. E nel secolo dell’angoscia, della cura psicologica che sovrasta (almeno idealmente) quella medico-corporale, la definizione di malattia mortale torna presente, e terrificante. L’evento di Cristo non è infatti, come è errore comune credere, un evento che è tale per la sua storicità. E’ vero che esistette un Gesù storico, un predicatore che nacque al tempo di Augusto a Nazareth, ma è altrettanto vero – vero nell’economia dell’evento cristologico – che citando Wittgenstein

Tu non puoi chiamare Cristo il Salvatore, senza chiamarlo Dio. Perché un uomo non ti può salvare.4

Tiziano Vecellio (Pieve di Cadore 1488/90 – Venezia 1576), Resurrezione di Cristo, 1542-1544

E’ un’affermazione rischiosa ma audace, quella del filosofo danese. Quale altro significato potrebbero avere, d’altronde, le parole del Cristo dell’Apocalisse, che proclama di fare nuove tutte le cose?5 Nuova, con Lui, è anche la morte. Kierkegaard, sempre nell’Esordio, scrive:

No, non è perché Lazzaro fu risuscitato dai morti che si può dire che questa malattia non è mortale; è perché c’è Lui che questa malattia non è mortale.6

L’audacia Kiekegaardiana è tutta concentrata in questa affermazione solenne: la morte mortale – intesa come morte per i mortali – non è che un piccolo avvenimento compreso nel tutto che è la vita eterna.7 Il cristiano si proclama dunque, alla luce dell’evento cristologico, cosciente della propria infelice coscienza – per dirla hegelianamente. Questa sua infelice coscienza, in quanto consapevole dell’evento cristologico – consapevolezza che deriva primariamente dal principio della fede – è una novità non riscontrabile nella storia dell’uomo. Novità che Cristo scopre – sempre citando il testo kierkegaardiano – in sé e per sé, con l’esperienza vissuta, passionale, e data, della croce. Ma questa scoperta è ri-velazione. Lo è in quanto rivelata in un tempo che fu presente dall’infinito calatosi nel finito.

NOTE

1. Sören Kierkegaard, La malattia mortale (1848), Esordio.

2. Da questo punto di vista, sarebbe interessante capire davvero cosa intendesse Nietzsche con la sua “teoria” dell’eterno ritorno.

3. Rivelato anche da un punto di vista dialettico-filosofico. Hegel ne parla in questi termini introducendo le tre figure di realtà dello spirito religioso all’inizio del capitolo VII della Fenomenologia dello Spirito, riguardante la religione.

4. Ludwig Wittgenstein, Diari, 21 novembre 1936.

5. Ap 21, 5.

6. Sören Kierkegaard, La malattia mortale (1848), Esordio.

7. Sören Kierkegaard, La malattia mortale (1848), ibid.

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2 risposte a "La novità cristiana nell’idea di morte"

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