Teologia

Sostituzione vicaria e beata speranza

Unterfassung e Stellvertretung. Sono questi i due termini privilegiati, e centrali, nell’analisi condotta da Hans Urs von Balthasar (1905-1988) in merito alla questione – spinosa, specie nell’universo della teologia cattolica – di un “inferno vuoto”. Più che questione – von Balthasar non dubita mai in toto della traditio theologica – si dovrebbe parlare di speranza. Una speranza, beata, profonda e caritatevole, nella quale i testi evangelici, come i primi padri greci, possono dar man forte. Come il teologo elvetico, molti altri hanno parlato dell’evento cristologico del Sabato Santo1 in termini teodrammatici, prima ancora che antropodrammatici. In parole più semplici, tutta la tradizione agostiniana, fortemente supportata dalla teologia cattolica, di pregnante stampo latino, verrebbe quantomeno “moderata” – sarebbe errato parlare di una messa in dubbio totale – dalla speranza per tutti. Siamo di fronte ad un fatto teologico di straordinaria rilevanza; all’agostiniano antropocentrismo espresso nella formula della massa damnata risponderebbe l’origeniana2 (poi eretica) apocatastasi3, nozione dalla quale vorremmo partire. Von Balthasar conosce alla perfezione l’eresia che si cela dietro all’idea di Origene, da cui pure sentirà e ammetterà sempre una forte dipendenza teologica (come è anche il caso della von Speyr), idea, quella del vuoto inferno, troncata come eretica dalla chiesa cattolica. Il cattolico von Balthasar non desidera certo essere etichettato come continuatore dell’ultracentenaria eresia. Rimane tuttavia attratto dall’idea che, probabilmente, guidò a suo tempo lo stesso Origene; l’idea, cioè, che la vittoria Christi, se di vittoria si deve parlare, passa attraverso il sudiciume, l’abbandono più totale e ultimo, il remoto senza vicinanza, il luogo più distante da Dio Padre, l’inferno. E’ ciò che accade nel Sabato Santo. Cristo discende agli inferi, attua il riscatto dei soli, quelli che si sono ribellati all’amore eterno, potente, di Dio, e lo hanno fatto fino all’ultimo. Quei soli, afferma von Balthasar, non sono mai più soli di quanto lo sia stato Cristo nella sua discesa; Cristo vuole subabbracciare tutti (Unterfassung), ma per farlo deve ricongiungere se stesso al Padre passando per quel luogo dove l’ardore amoroso crea disgusto e rabbia:

in questa solitudine cristiana, veramente cristologica, c’è una speranza per chi, rifiutando ogni amore, danna se stesso. Proprio colui che vuole essere incessantemente solo, non troverà infine accanto a sé uno ancora più solo, il Figlio abbandonato dal Padre, che gli vuole impedire di sperimentare fino alla fine questo suo Inferno che lui stesso sceglie?4

L’azione cristologica, l’azione drammatica del Figlio che si dona al Padre e, per il Padre, discende nei luoghi a lui più remoti, è l’atto di amore più grande che, dopo il mistero della creazione e quello della croce, possiamo osservare (non comprendere, non fino in fondo). Von Balthasar, prendendo dalla von Speyr un atteggiamento volto alla vittoria drammatica dell’amore di Cristo per l’uomo, si ripete più volte su questo punto fondamentale; come può – e probabilmente, non può – la più ardua resistenza dell’uomo che nega il Cristo, che nega Dio, che lo negherebbe a costo della sua stessa vita, come può una resistenza pur così rinnegante essere più potente dell’espiazione vicaria di Cristo agli inferi? Là dove quell’uomo, così testardo, crede di trovarsi solo tra i soli, ecco che proprio lì, proprio nel remoto dei remoti, giunge il Cristo vicario. Una risposta di amore – divino – ad una ricusazione orgogliosa – e umana. Rileggere Origene, alla luce di un discorso più ampio sull’amore di Cristo – mai nessun atto di amore può superarlo –, è ciò che von Balthasar si impone di fare nel corso di tutta la sua ricerca teologica. E così, come lui, Rahner e Ratzinger, giusto per citare due illustri esempi della contemporaneità. Se la von Speyr attuava una mistica teologica con linguaggio poetico ma chiarissimo, spesso elogiato dal collega elvetico, von Balthasar, di fianco, costruiva un impianto coerente, mai volutamente anti-dogmatico, quanto piuttosto rispettoso del dogma, e del padre Agostino, ma con un gusto e un’estetica spiccatamente origeniane, legate ad una visione ancor più marcatamente cristologica, teodrammatica per l’appunto. E’ alla luce dell’evento cristologico, paradigma e culmine di ogni discorso teologico, che si può, e si deve, argomentare dell’inferno. Sempre tenendo conto, come ricorda sant’Ignazio di Loyola nei suoi Esercizi, che il per-me dell’inferno deve sostituirsi sempre, seguendo l’esempio del Cristo disceso agli inferi, al per-loro dell’inferno. Ovvero – e questa idea, per quanto possa sembrare scottante, ha dominato il panorama teologico del filone agostiniano-latino –, è, sulla scia dell’esempio dei santi, dovere del cristiano, nella preghiera come nella beata speranza, che si speri per tutti. Che, seguendo l’esempio del Figlio abbandonato al Padre, tant’è l’ardore del sentimento per Dio che, odiando il peccato, lo si trasferisca su se stessi, come grado di espiazione suprema (vedasi l’argomento della notte oscura), nella speranza che addossando sulla propria esistenza il peccato altrui, si speri ancor più ardentemente per la salvezza dell’altro, sicché il per-loro diventi al contempo un per-me. Ché Dio è venuto per salvare tutti.

di Gianluca Palamidessi

NOTE

1. Su tutti Rahner, Pèguy e la mistica von Speyr.

2. Origene(185-254)

3. Inferno vuoto.

4. Hans Urs von Balthasar, Teologia della discesa agli inferi, p. 150.

BIBLIOGRAFIA

A. M. Minutella, L’escatologia cristologico-trinitaria di Hans Urs Von Balthasar, Marcianum Press, Venezia 2014.

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