Filosofia

L’importanza di tornare all’uomo

Questo ente privilegiato, l’ens, quod natum est convenire cum omni ente, è l’anima. Il primato dell’«esserci» su ogni altro ente, che qui emerge senza tuttavia essere ontologicamente chiarito, non ha evidentemente nulla in comune con una cattiva soggettivazione del tutto dell’ente.1

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Il nocciolo dello struggimento post-moderno, non solo da un punto di vista esistenziale, ma ancor più da un punto di vista ontologico, io credo possa riassumersi, senza pretese di totalità onnicomprensiva, in questo frammento di Essere e tempo ad opera di uno dei massimi geni della filosofia novecentesca, Martin Heidegger (1889-1976). E’ così lontano, Martin Heidegger, dal toccarci così profondamente? Rileggerlo ancora una volta, con serietà e spirito di scienza, io credo sia affare per pochi – e tra quei pochi, a dirla onestamente, ancora non sono in grado di inserirmi.

Citando un celebre passo delle Quaestiones del santo Tommaso d’Aquino, Heidegger vuole rivolgere la propria (e la nostra) attenzione sull’imprescindibilità dell’esserci in vista di una risposta al problema dell’essere. L’esserci che è essere-nel-mondo, e come tale strutturantesi in un vortice empirico di esperienze visibili e meno visibili, che oscillano dall’agire in senso stretto all’agire filosofico, pensato, o subito. Dopo Nietzsche, la filosofia tedesca si modella sempre più verso una filosofia del patire, non più dell’agire; e così, anche quando usiamo il termine improprio di azione, argomentando dell’esserci heideggeriano, dobbiamo subitamente richiamare l’attenzione nostra ad una terminologia più appropriata, che sia meno fraintendibile. Quel che Tommaso cercava, tornando all’argomento principe della nostra discussione, era l’ens inteso non come ente in semplice-presenza (utilizzando la terminologia heideggeriana), quanto più in un senso più profondo, meno vago. L’ens di Tommaso doveva convenire cum omni ente, partecipare (qui sì, attivamente) del molteplice gioco esistentivo in atto al singolo che comprende il tutto: è l’anima. Crediamo che Heidegger si serva di Tommaso per un’esigenza storico-filosofica, e non già per un impulso teoretico di rivalutazione dell’aquinate (della cui rivalutazione, diciamo noi, egli non avrebbe bisogno). E’ chiaro che, senza cadere in banali anacronismi, Tommaso dovesse parlare dell’ens in vista di Dio, come anche Avicenna mettesse in parallelo l’essenza e l’esistenza unicamente concepibili come unite indissolubilmente in un solo essere, Colui che è, Dio.

Heidegger si vede proiettato nel Novecento della rinascita neokantiana (del trascendentalismo neokantiano, per usare un’indicazione di Gianni Vattimo nella sua celebre Introduzione a Heidegger). Ecco che, dunque, la sua premura, già dalle primissime battute di Essere e tempo, è quella di riportare in auge il problema dell’essere, e non una sua immediata quanto frettolosa specificazione. Per arrivare a definire l’essere, tuttavia, è fondamentale passare attraverso la fornace dell’esserci. E in questo, in parte, può ravvisarsi un lontano (ma non troppo) rimando ad Hegel – e alla sua Fenomenologia. Risultato provvisorio: l’esserci è il ritorno all’essere-nel-mondo concreto, non puramente ideale (alla maniera dell’io puro di matrice kantiana e così caro al gran maestro di Heidegger, Husserl). Proclamiamo con fermezza un ritorno all’uomo, che non sia però ritorno al soggetto (sul quale invece, a dire il vero, dovrebbe occuparsi con urgenza la teologia moderna, derubata del suo trono dalla furbesca e scientifica psicologia), quanto più ri-valutazione del complesso uomo, pensato e pensante, compreso nel tutto. Per liberarsi, seppur a fatica, dell’allontanamento (ormai quasi irreversibile) del singolo io dalla sfera del non-io (non solo come oggetto, ma anche come spirito).

NOTE

1. M. Heidegger, Essere e tempo, ed. Mondadori, pp. 31-32.

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3 risposte a "L’importanza di tornare all’uomo"

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