Filosofia, Teologia

Morte del soggetto e dramma in Cristo

In un senso squisitamente estetico, seguendo l’etimologia del termine (dal greco “αἰσϑησις”), la croce rappresenta il nulla drammatico al quale non si può rimanere del tutto indifferenti. Colui che si fa chiamare “il Figlio dell’uomo” e viene nella “pienezza dei tempi”, il Rex Iudeorum Gesù Cristo è, essenzialmente – e primariamente -, nel luogo ostile e sanguinoso della croce.

Sta scritto, nel vangelo di Luca, che chi non tiene alla propria vita l’avrà nell’altro mondo1. Io credo che, al di là del senso religioso di tale affermazione, si debba guardare al sacrificio di Cristo, oggi, come a quel duro e tuttavia necessario darsi (dar-noi-stessi) che la privazione del soggetto impone come presupposto del dare2. Non si tratta di un mero sofismo linguistico, ma di un vissuto che, proprio in quanto tale, è esperienza, dunque già dolore, pena, afflizione. Passare per la fornace ardente della propria carne, privarsi del sé nel riconoscerlo nullo, questo è un compito che la filosofia ha già affrontato, ma non condotto a termine (o ancora, non lo ha radicalizzato a dovere).

Per approfondire, vedasi "Sostituzione vicaria e beata speranza", nella cristologia di Hans Urs von Balthasar.

Come è ovvio, l’exemplum cristico della croce, e la sua sofferenza come vero uomo e vero Dio, è drammaticamente superiore rispetto alla sostituzione vicaria dei Santi per i peccatori.

Darsi per dare. E’ un sacrificio eucaristico. E’ ciò che, con vocabolario appropriatissimo, H. U. von Balthasar definisce sostituzione vicaria (del Cristo per l’uomo e del Santo, che vive in Cristo, per l’uomo che vive nel peccato; vedasi immagine supra). Ad un livello più profondo, ma solo filosoficamente, è questa una sfida che spetta all’uomo d’oggi3. Finito egli stesso sul piatto del sacrificio, l’uomo è costretto a riconoscere la sua vacuità, o, citando il Qoelet, la sua vanità. Tutto è vanità, persino il soggetto stesso che lo proclama.

Già Heidegger, con l’esserci per-la-morte, aveva posto l’accento sulla tragica contingenza dell’ego, tanto da mandare a rotoli la teoria del cogito (ego) ergo sum cartesiano. Non c’è gloria nell’uomo, ma nel dramma cristologico egli, riconoscendosi nullo, può proclamare la sua verità (similmente, per un verso, a quanto accade quando Platone, compiendo il parricidio contro Parmenide, proclama che il “non-è” è). Ed è, peraltro, ciò che Cristo stesso, soffrendo la croce, giunge ad ammettere. La sua verità si fonda sulla croce (è una morte dell’uomo, ma è anche una morte di Dio), la sua gloria di innalzamento al Padre si attualizza con la resurrezione. La sua verità è infinitamente più drammatica nella croce rispetto alla richiesta di aiuto rivolta al Padre nel Getsemani. Eppure quella verità (della croce) si compie in attraverso il dolore; quell’attimo di esitazione nella richiesta del passi via da me questo calice!4, che è dolore dell’anima, pienamente umano, tragico. Egli in quel momento esiste5. Nello stesso immenso ardore passionale, ecco Dio: Però non come voglio io, ma come vuoi tu! L’uomo annulla se stesso e si innalza fino-a Dio.

 

di Gianluca Palamidessi

NOTE

1. Lc 9,24

2. Si deve dunque guardare al senso carnale, esistentivo (heideggerianamente) ancor prima che esistenziale, del Cristo in croce.

3. L’esigenza, partendo da Dio, ha sempre avuto urgenza di essere accolta. Ma nel post-moderno diventa l’uomo a dover fare i conti con la morte di Dio.

4. Dal lat. exsistere, nel senso di venir fuori.

5. Mt 26,39.

 

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