Filosofia, Teologia

Il tempo scandito in Cristo

Esso [l’essere dell’io] è, come essere «attuale» – ossia come essere presente e reale, puntuale: un «ora» tra un «non più» e un «non ancora». Ma per il fatto di separarsi in essere e non essere, nel suo aspetto di scorrimento, svela anche l’idea dell’essere puro, che non ha nulla in sé di non essere, in cui non c’è nessun «non più» e «non ancora» e che non è temporale, ma eterno1.

Edith_Stein_(ca._1938-1939).jpg

E. Stein, 1891-1942.

E’ da ammettere, almeno in via preliminare (da un punto di vista cioè metodico), come l’uso dell’analogia (così cara anche a Kant) possa aprire, nel mero grado della possibilità, una via di congiunzione (un ponte di raccordo) tra il soggetto e Dio. Questo nome – addirittura impronunciabile per alcune religioni monoteistiche – può e deve tornare ad essere alfa e omega del pensiero come pensiero pensabile. L’analogia ci permette di scovare un varco, seppur piccolissimo e angusto, tra ciò che è e ciò che non-è-più. E’ questo il punto. La direzione temporale non lascia pensabile il «ciò che sarà», ma ci fa intendere il «ciò che è» e il «ciò che è stato». Quest’ultimo «ciò che» è quello che a maggior titolo può dirsi un «ciò che» scientifico. Rimanendo su questa direttrice, scorgiamo allora nel «ciò che è» qui ed ora (lo sentirete sfuggire nel momento stesso in cui lo andrete proclamando) la scienza religiosa. Non voglio intendere, con scienza religiosa, la teologia scolasticamente detta, o non del tutto, quanto piuttosto il sentire religioso, o il vissuto religioso. E’ ciò che, con esperienze mai banali e di raro di-svelamento post-esperienziale, chiamiamo l’esperienza religiosa. Ad un livello ancor più profondo, è ciò che possiamo definire come mistica.

Questo «ciò-che-è» si ripete sempre ed è, nella forma della liturgia cattolica, l’atto eucaristico. Il donarsi del soggetto nell’annullamento del sé (che è sempre un sé costretto a fare i conti col tempo, con il «ciò-che-è-stato»; Cristo stesso è vero uomo, veramente gettato nel tempo dell’esserci-per-la-morte). Quando Cristo parla ai suoi discepoli nell’ultima cena, non parla né al futuro né al passato, ma custodisce il mistero pasquale nell’atto sempre passivo del darsi al Padre, per l’umanità (è il ripetersi eterno dell’istante dato nel «ciò-che-è»). Egli non dice «questo sarà il mio corpo» o «questo è-stato il mio corpo» ma «questo è il mio corpo», «offerto in sacrificio per voi». Il mistero e la chiave del «Colui che è» si consuma in Cristo, e nell’uomo nel «con Cristo, per Cristo ed in Cristo».

NOTE

1. EeS, ESGA 11/12, p. 42, cit. da F. V. Tommasi, L’analogia della persona in Edith Stein, p. 84 (Pisa-Roma 2012).

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