Filosofia

Quel borghese onesto e ordinato di Kant

Abbiamo lasciato per qualche tempo che questa Nostra rivista riposasse dalle (troppe e vane) parole cui la filosofia non va mai sottraendosi. Perché se è vero che il linguaggio è la casa dell’Essere, è altrettanto vero che questo stesso linguaggio spesso e volentieri intrappola l’elaborazione libera, spontanea, poetica (perché no), del pensiero puro, come pensiero pensato e come pensiero istintivo. Torniamo con una nuova rubrica, che cercheremo di tenere in continua esplorazione. “La Lente“, indagine filosofica sul confronto del pensiero tra due autori. Il nostro viaggio, oggi, prende le mosse da un testo che sta occupando il tempo di questa stessa Nostra rivista; Il crepuscolo dei filosofi, a cura di Giovanni Papini, intellettuale di spessore internazionale, ancora troppo poco amato nella terra che ne vide i natali, la Nostra terra, l’Italia. Il suo linguaggio sferzante, polemico, lucido e tagliente ha tolto alla sua fama una fetta della torta che è andata ad altri “intellettuali“, forse più scientifici (scientistici…), metodici, ordinati, ma certamente meno geniali e visionari rispetto al nostro odierno eroe. Soprattutto, meno scomodi.

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La bella edizione del libro edita da Circolo Proudhon; edizione di nostro riferimento.

Giovanni Papini (1881-1956) si immergeva, profondamente diveniva partecipe di quel clima intellettuale così difficile da decifrare, scottante per molti versi (pericoloso), che prese il nome di Futurismo, negli anni caldi della composizione di quest’opera. Perché il Futurismo è anche nella voce, e nella penna, di Giovanni Papini. Entrato in contatto con Prezzolini, Morselli e Marchionni, tra i più celebri, fonda col primo dei tre la rivista Leonardo (1903). Quegli anni sono per lui formativi, formanti, anche e soprattutto per la vastità del clima culturale che la sua persona arriva a respirare. Basti il rapido accenno alla personalità di William James. Papini è critico, prima di tutto, perché conosce a fondo le cose. Le conosce non con l’occhio del filosofo travestito da filologo (o viceversa…), ma con quello dell’acuto osservatore, libero pensatore, giovane impertinente dalla retorica scintillante. Il crepuscolo dei filosofi è un’opera che Papini elabora già nel 1900, riprendendola e pubblicandola definitivamente solo anni più tardi, nel 1906. Il titolo dell’opera, che riprende il nietzschiano Il crepuscolo degli idoli – a sua volta ironicamente basato sull’opuscolo di Wagner Il crepuscolo degli dei -, ebbene questo titolo deve già far riflettere il lettore. Il sottotitolo dell’opera papiniana sottotitola “Kant, Hegel, Schopenhauer, Comte, Spencer, Nietzsche“; tutti e sei questi filosofi verranno messi sotto accusa, sapientemente interrogati, magistralmente torchiati, da Giovanni Papini. Quel che ci compete in questo luogo è d’occuparci del primo uomo messo a processo, Immanuel Kant.

E che si parli d’uomo, e non a caso; non sfugga questo “dettaglio“. Vorremmo entrare, infatti, nei meandri più oscuri della filosofia kantiana, per poter dettagliatamente dar ragione, o torto, al nostro Giovanni Papini. Il che però non ci è possibile per una duplice ragione: mancano le conoscenze necessarie per farlo, quanto manca l’elaborazione compiuta, da parte di Papini, ad una reale critica della critica kantiana. Intendiamoci fin da subito su questo punto delicato. Quando Papini critica il Kant vero filosofo, vero maestro morale, vero esperto del ciò che si può o non si può conoscere, a dei punti di forza incontestabili si oppongono delle lacune, proprio da un punto di vista filosofico, che non siamo tanto noi a dover mettere in luce (per le ragioni di cui sopra), quanto il testo stesso a rivelarci palesi per la mancanza di una seria argomentazione. In altri termini: c’è una critica a Kant che sentiamo profondamente nostra, la sentiamo come si avverte l’arrivo del freddo da una leggera brezza mossa dal vento, e c’è una critica a Kant che ancora non sentiamo (non possiamo ancora ben cogliere) nel Papini che ne critica l’a-priori, il noumeno e tutto l’impianto, praticamente, che soggiace alla costruzione filosofica del maestro di Koningsberg. Ma c’è anche un altro aspetto, forse decisivo, che non ci permette di poter apprezzare appieno la critica a Kant mossa da Giovanni Papini: l’aspetto per cui Papini approccia a questo libro, elabora questa idea di critica alla filosofia come filosofia in sé. Ovvero, egli non intende criticare (solo) quei sei filosofi di cui sopra, ma vuole portare il loro esempio (i loro errori esemplari) per maltrattare, rimuovere dal podio di scienza, la filosofia stessa, come materia in sé. L’annuncio è esplicito in un frammento datato marzo 1902:

Io non conosco attività più aristocratica della filosofia1. Essa è veramente di pochi per quanto molti pensino di far passare per filosofia i loro sfoghi oratori, le loro risciacquature liriche e le loro indigestioni di scienza pedestre. Il suo linguaggio è acerbo e oscuro, fatto per allontanare i profani, come una lingua di iniziati o di Dei. Inoltre, chi è, nel senso volgare della parola, più disinteressato del filosofo? Egli si occupa della fabbricazione di idee, cioè di cose che non vengono quotate molto alte sulla fiera delle vanità. Il filosofo è un solitario e un orgoglioso – egli ha per vanto d’ignorare ciò che tutti sanno e di sapere ciò che nessuno sa. Ciò che lo rende ridicolo è per lui un trofeo ed ogni sarcasmo si converte per lui in omaggio.

Scrive ancora Papini, nella Prefazione alla sua opera:

Questo non è un libro di buona fede2. E’ un libro di passione e perciò d’ingiustizia – un libro ineguale, parziale, senza scrupoli, violento, contraddittorio, insolente come tutti i libri di quelli che amano e odiano e non si vergognano né dei loro amori né dei loro odi.

Papini, innanzitutto, critica Kant. Sarà magari un caso, il fatto che inizi proprio col criticare Kant. O forse non lo è. L’Autore non annuncia alcun intento programmatico, ma noi crediamo di aver scorto un sottile ragionamento. Perché iniziare proprio da Kant? Potremmo citare lo stesso Papini, e rispondere: «Kant è un filosofo celebre: anzi è addirittura il più celebre dei filosofi moderni. […] Ma io non sono egualmente sicuro che’egli sia un grande filosofo, e, perfino, ch’egli sia sempre filosofo3». C’è intorno a Kant, effettivamente (e lo sa bene chi arriva a studiarlo ad un livello accademico, universitario), c’è intorno al filosofo tedesco un’aurea di leggenda, di mito, costruita intorno alla figura di un «borghese onesto e ordinato4».

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E non deve sembrare un caso, dunque, se Papini, oltre ad iniziare col più viscido, col più onesto e politicamente corretto dei filosofi moderni, inizi proprio dall’aspetto più viscido, onesto e corretto di quel filosofo tutto punto che è Immanuel Kant: L’uomo5. Kant è «un borghese […] cioè un uomo mediocre6». E se l’affermazione non allarmerà il lettore anche minimamente esperto dell’ardore futurista (dei futuristi e dei primissimi futuristi), è con un’altra citazione che possiamo comprendere meglio il senso di disgusto (che anche noi, da qui, avvertiamo) che lega il giudizio di Papini all’uomo (e filosofo) Immanuel Kant; scrive Papini: «Kant salva la scienza […] ma col suo noumeno salva pure il mondo dell’assoluto, della libertà, dove Iddio e l’anima potranno dormire i loro sonni tranquilli e mettersi sempre a disposizione dei bisogni morali7». Ed è precisamente questa disposizione morale, questa paura, questa viscida paura che Kant ha di salvare in qualche modo l’empirismo – senza farlo scivolare nello scetticismo – e l’idealismo – senza farlo diventare dogmatico -, è in questa duplice missione kantiana che il Papini filosofo ravvisa una contraddizione di fondo. Kant vuole tenere entrambi gli estremi come attaccati, e prova a farlo attraverso l’a-priori, ma è proprio questo a-priori a dimostrarsi per lui fatale. Qui però, per noi, inizierebbe un’altra discussione. Ci siamo invece promessi di rimanere attaccati alla critica che Papini muove all’Illuminista Immanuel Kant, al Kant della morale che mutua il cristologico “Non fare agli altri ciò che non vorresti fatto a te stesso“, e che salva Cristo, salva Dio, li mette al riparo dalla spaventevole faccia del mero fenomeno (della mera esperienza), attraverso quel noumeno inconoscibile che tuttavia Kant, già solo parlandone in termini filosofici, sembra conoscere benissimo. E lo stesso vale per il giudizio disinteressato al quale il bello viene sottoposto, al quale bello e alla quale morale, ivi connessa, non possono che sottrarsi, almeno secondo Kant. Scrive però Papini:

Se scendiamo nel reale vediamo8 che il villano non cerca che l’accoppiamento con una villana mentre messer Francesco (Petrarca, n.d.r.) va in cerca di gentildonne e oltre che accoppiarsi scrive dei sonetti e delle canzoni.

Insomma, non è affatto vero (come potremmo non essere d’accordo con Papini!), che tutti gli uomini sono accomunati dalla stessa morale, dalla stessa già insita morale, dallo stesso flusso interno, invariabile, pre-fattuale, diremmo noumenico. L’idea egualitaria di Kant, insomma, non è «che un’illusione intellettualista generata da un bisogno sentimentale9». Così come l’a-priori, dal principio scientifico (infondato, ovviamente) che sembrava essere, viene ad autodistruggersi come assunto davvero dogmatico che la filosofia kantiana, come in ogni critica, ha dovuto assumere per restare in piedi – per rimanere in equilibrio. «E infatti l’a priori, in Kant, è piuttosto un articolo di fede che una teoria critica10 […]».

Perché Kant, per Papini, non potrà mai essere altro che

[…] un professore zelante che fa trenta ore di lezione la settimana11 e riceve 1490 talleri l’anno.

di Gianluca Palamidessi

NOTE

1. Giovanni Papini, Il crepuscolo dei filosofi, Introduzione, cit. p. 6 (Circolo Proudhon, 2015).

2. Ivi, p. 21.

3. Ivi, p. 25.

4. Ivip. 26.

5. Papini dedica per ogni capitolo dei sotto-paragrafi di accusa ai vari filosofi. Il primo paragrafo indirizzato alla critica su Kant è, appunto, quella intitolata L’uomo.

6. Giovanni Papini, Il crepuscolo…, p. 27.

7. Ivi, p. 29.

8. Ivip. 33.

9. Ibidem.

10. Giovanni Papini, Il crepuscolo…, p. 39.

La Lente, ep. I.

Kant attraverso Giovanni Papini.

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