Filosofia

Noi non «siamo» noi, per lo più

Chi è allora colui che ha assunto l’essere come essere-assieme quotidiano 1?

Cerchiamo di rispondere immediatamente a questo interrogativo. Il Chi dell’essere-assieme quotidiano è il Si, in quanto esser se-Stesso quotidiano. Così, perlomeno, s’intitola uno dei paragrafi più chiari, a nostro modo di vedere, di tutto Essere e Tempo, celeberrima opera di Martin Heidegger (1927) che abbiamo già avuto modo di incontrare nelle nostre pagine. Il titolo del paragrafo 27 suona, nella traduzione italiana a cura di Paolo Chiodi, nella seguente maniera: “L’esser se-Stesso quotidiano e il Si“.

Ora, come prima introduzione alla lettura del paragrafo, è bene specificare la ragione del titolo riguardante però non il paragrafo stesso, bensì quello del nostro articolo di commento al paragrafo suddetto. Il Noi di cui parliamo è qui assunto come l’Esserci di cui parla Heidegger. Ad una sfumatura ancor più particolareggiata, sottolineiamo inoltre che quel Noi, appunto, si mostra come ciò che noi non siamo nella quotidianità media. Ci torneremo più avanti con l’aiuto del testo heideggeriano. L’unico appunto che si vuole qui sollevare, in fase preliminare, è lo stretto rapporto che sembra intercorrere tra questo “modo” di essere dell’Esserci, come Si, e quell’antico problema sulla distinzione tra apparenza e parvenza che abbiamo già avuto modo di interrogare.

C’è una frase, nel testo di Heidegger, che sembra poter confermare la nostra impressione. Se questo Si dell’Esserci quotidiano rivelasse l’autenticità dell’Esserci stesso, il problema sarebbe risolto immediatamente. Al contrario, «il Si è nel modo della instabilità e della inautenticità» 2. Momento fondamentale dell’opera. Il carattere d’essere dell’Esserci nella sua quotidianità si mostra come (si costituisce di)  «contrapposizione commisurante, medietà, livellamento, in quanto modi di essere del Si […] come pubblicità» 3. Da dove viene questo modo “pubblico” di essere, se l’Esserci (che, ricordiamolo, è sempre mio) vuole imporre se stesso, al contrario, come singolo (speciale) tra i molti? Innanzitutto i molti, gli altri, vengono a noi non (per lo più) come semplici-presenze, né come utilizzabili, eppure essi ci si mostrano, per così dire, nel loro agire. Il loro modo di “venire a noi” non è quello della soggettività, ma dell’oggettività. Scrive Heidegger:

In ciò di cui ci prendiamo cura nel mondo-ambiente incontriamo gli altri così come essi sono, ed essi sono ciò che vanno facendo 4.

Essi, appunto, sono ciò che vanno facendo. Sono nell’azione con cui si mostrano, e non sono inizialmente l’agente (dell’azione). Il Chi, allora, che si rivela come un Si, è generalissimo, non specificato, accessibile e proprio in quanto tale nascosto (almeno quanto era nascosto l’ovvio 5 problema dell’essere). «Il Chi non è questo o quello, non è se stesso, non è qualcuno e non è la somma di tutti. Il “Chi” è il neutro, il Si» 6. Il clima che si respira in questo luogo appare simile a quello del celebre romanzo orwelliano, 1984. Il Grande Fratello che tutti guida è il Si dell’Esserci quotidiano. Al di là delle suggestioni letterarie, sembrerebbe essere questo il reale destino dell’Esserci come tale nella sua quotidianità – questo modo di essere dell’Esserci, ricordiamolo ancora una volta, è però inautentico.

In questo stato di irrilevanza e di indistinzione il Si esercita la sua autentica dittatura. Ce la passiamo e ci divertiamo come ci si diverte; leggiamo, vediamo e giudichiamo di letteratura e di arte come si vede e si giudica. Ci teniamo lontani dalla “gran massa” come ci si tiene lontani, troviamo “scandaloso” ciò che si trova scandaloso 7.

La preoccupazione di un tale “modo di essere” è data, inoltre, dalla medietà che ne caratterizza il modo d’essere esistenziale di un tale Esserci. L’essere-assieme «procura» la medietà. E questa medietà non è un carattere esistentivo, ma «esistenziale» del Si. Rimaniamo aggrappati all’inautenticità di un tale modo d’essere dell’Esserci quotidiano che, altrimenti, sprofonderebbe in uno smarrimento ontologico-esistenziale di cui pure, come sembra in più passi dell’opera, Heidegger vorrebbe parlarci. Infatti, «Il se-Stesso dell’Esserci quotidiano è il Si-stesso, che noi distinguiamo dal se-Stesso autentico, cioè posseduto in modo proprio» 8. Il pericolo di un tale modo d’essere dell’Esserci, come inautentico, è allora quello di porre ogni cosa (proprio in quanto cosità, anche quando riguarda gli “altri” ) come livellata. E anzi, non è l’Esserci a porre il livellamento, ma è la medietà che impone (in quanto “dittatura“) l’uguale tra i diversi. «Ogni primato è silenziosamente livellato, […] ogni segreto perde la sua forza» 9. Così, per mostrare ogni cosa, la pubblicità oscura tutto: «La pubblicità oscura tutto e spaccia ciò che risulta così dissimulato come notorio e accessibile a tutti». Una tale forza ricorda, alla nostra mente, quella di quel particolare modo di prendersi cura che per l’eccessiva cura rivela piuttosto l’obiettivo contrario al prendersi cura: il dominio dell’altro 10. Ne nasce allora una sorta di alienazione passiva, per cui ciò che noi siamo (in quanto io), si rivela essere un non-esser-noi-stessi:

Ognuno è gli altri, nessuno è se stesso. Il Si, come risposta al problema del Chi dell’Esserci quotidiano, è il nessuno a cui ogni Esserci si è già sempre abbandonato nell’indifferenza dell’essere-assieme 11.

Pur rimanendo un problema relativo all’inautenticità dell’Esserci nel suo modo d’essere della quotidianità, l’analisi heideggeriana che abbiamo velocemente riassunto non lascia sereno il lettore attento e scrupoloso. Questo modo d’essere-nel-mondo, proprio in quanto esistenziale, per quanto inautentico, è tuttavia «realissimo»; questo Si non è infatti un non-essere dell’Esserci (apparenza) ma è un non-Esserci (è parvenza, in qualche modo; è inautenticità). Come tale, «il Si prescrive anche l’interpretazione immediata del mondo e dell’essere-nel-mondo» 12. Conclude Heidegger, concludiamo noi: «Innanzi tutto “io” non “sono” io nel senso del me-Stesso che mi è proprio, ma sono gli altri, nella maniera del Si» 13.

di Gianluca Palamidessi

NOTE
1. Martin Heidegger, Sein und Zeit, ed. Longanesi (2005), a cura di F. Volpi e P. Chiodi, p. 157.
2. Op. cit., p. 160.
3. Op. cit., p. 159.
4. Op. cit., p. 157.
5. Cfr. Op. cit., p. 15: «L’essere è un concetto ovvio. […] Ma questa comprensione media mostra soltanto un’incomprensione».
6. Op. cit., p. 158.
7. Op. cit., p. 158.
8. Op. cit., p. 161.
9. Op. cit., p. 159.
10. Cfr. op. cit., p. 153: «Quanto ai modi positivi dell’aver cura ci sono due possibilità estreme. L’aver cura può in certo modo sollevare l’altro dalla “cura” sostituendosi a lui nel prendersi cura, intromettendosi al suo posto».
11. Op. cit., p. 160.
12. Op. cit., p. 161.
13. Op. cit., p. 161.
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