Teologia

Giobbe eroe della fede

Questo nostro commento al libro di Giobbe, dall’Antico Testamento, non vuole cadere in semplici osservazioni, né essere, tuttavia, oggetto di una teologia rigorosa, e per così dire scientifica. Lo scopo di un tale commento, ad un così difficile testo sapienziale, vien da sé, ed è a sé nascosto; fare esperienza del Testo Sacro, in tutte le sue forme. L’idea di un commento a Giobbe, primo, ci auguriamo, di una lunga serie di Commenti ai testi biblici, ci è pervenuta dall’ascolto stesso della parola di Dio. Come quando, senza conoscere il sapore del miele, ad un primo assaggio ci si rivela il gusto del dolce oro degli dei, allo stesso modo, leggendo e rileggendo la parola del Signore ci si rivela il Signore stesso. Al di là del bene e del male.Le disgrazie capitate a questo servo di Dio, Giobbe della terra di Us1, ci hanno stimolato nell’esperire questa Sapienza divina, che essente in sé al di sopra, Onnipotente, vieta all’uomo ogni giudizio “umano” sull’operare Suo. Ecco il senso, vero, dell’al di là del bene e del male. Giustizia non è, come erroneamente si crede ancora oggi, la giustizia che l’uomo “si dà” attraverso delle leggi (umane). Tutt’al più questa giustizia, così impura, “regola” il vivere “civile”; ma è altro dalla vera Giustizia, che è Dio (ancora prima di essere la giustizia di Dio). La meravigliosa scoperta che ci ha condotti fin qui deriva da un passo del libro profetico di Isaia, nel quale si legge: «Poiché come sul monte Perasìm si leverà il Signore; come nella valle di Gàbaon si adirerà per compiere l’opera, la sua opera singolare, e per eseguire il lavoro, il suo lavoro inconsueto.2» Può darsi la terribile evenienza che Dio, dall’alto del Suo nome, faccia misericordia uccidendo, indichi la via incenerendo, compia l’opera Sua attraverso un’opera a Lui aliena.

Il prologo al libro ci avverte, preliminarmente, di come Giobbe, fedele servo di Dio, fosse «il più grande fra tutti i figli d’oriente.» La grazia di Dio gli aveva infatti donato «sette figli e tre figlie», «settemila pecore e tremila cammelli, cinquecento paia di buoi e cinquecento asine», oltre ad «una servitù molto numerosa.3»

La prosperità di Giobbe non intacca in nulla il suo timore di Dio. Egli ha tutto, è il più grande fra tutti i figli d’oriente, eppure si fa piccolo, di volta in volta, con se stesso come con i propri figli, perché riconosce che i suoi averi non sono suoi; egli li ha ricevuti in dono da Dio. E così, è il Signore in persona, secondo il racconto, ad elogiare il suo servo: «Nessuno è come lui sulla terra: uomo integro e retto, timorato di Dio e lontano dal male.4» Le parole di Dio, rivolte a Satana, come saette avvertono il lettore: qualcosa di grande sta per accadere. Non la malignità di Dio, il quale non può essere maligno, ma della serpe, risponde al Signore sul servo Giobbe: «Tu hai benedetto il lavoro delle sue mani e i suoi possedimenti si espandono sulla terra. Ma stendi un poco la mano e tocca quanto ha, e vedrai come ti maledirà apertamente!5» Noi crediamo che quel che segue – ovvero, la voce di Dio – possa spiegare con chiarezza un passo della preghiera del Padre Nostro, quando Gesù, rivolto al Padre, grida: e non ci indurre in tentazione, ma liberaci dal male. Risponde qui Dio, in Giobbe, alla provocazione di Satana: «Ecco, quanto possiede è in tuo potere, ma non stendere la mano su di lui.» Il Misericordioso cede il suo servo a Satana. Anzi, affida a Satana ciò che appartiene al suo servo. Su di lui, sulla sua anima, difatti, Dio nega al diavolo ogni potere (ma non stendere la mano su di lui). L’opera aliena ha da compiersi, affinché l’opera propria possa realizzarsi. Dio induce in tentazione Giobbe. Non lo fa Lui direttamente, ma lascia libero Satana, per così dire, di operare.

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Giobbe, dipinto di Léon Bonnat, 1880.

I versi successivi raccontano le disgrazie capitate a Giobbe6. I messaggeri, uno dopo l’altro, gli annunciano che i buoi e le asine sono stati portati via dai Sabei, e i guardiani trapassati «a fil di spada», che «un fuoco divino è caduto dal cielo: si è appiccato alle pecore e ai guardiani e li ha divorati», che i Caldei «sono piombati sopra i cammelli e li hanno portati via e hanno passato a fil di spada i guardiani.» Infine, ai dolori “materiali” si aggiunge il dolore più forte, per la perdita del fratello e dei figli. «I tuoi figli e le tue figlie stavano mangiando e bevendo vino in casa del loro fratello maggiore, quand’ecco un vento impetuoso si è scatenato da oltre il deserto: ha investito i quattro lati della casa, che è rovinata sui giovani e sono morti.» Giobbe è in preda alla disperazione, si alza e si strappa di dosso il mantello; si rade il capo, cade a terra immerso nel dolore, gridando:

«Nudo uscii dal grembo di mia madre,
e nudo vi ritornerò.
Il Signore ha dato, il Signore ha tolto,
sia benedetto il nome del Signore!»

Cosa ne sarà di noi stessi? Nudi siamo usciti dal grembo, nudi, denudati, torneremo infine. Questo passo di Giobbe, questa disperazione gridata a gran voce, con animo sommesso, ricorda le potenti (e terribili) parole del Qoèlet: «tutto è venuto dalla polvere e nella polvere ritorna.7» Il che è vero tanto più se tutto ciò che (ci) è appartiene a Dio. Così come il vasaio, che dà forma al vaso e il vaso può distruggere, così Dio con l’uomo; ma con una speranza profondissima che in Giobbe è presente, mentre in Qoèlet (almeno all’altezza del passo citato) è, se non assente, quantomeno sfocata: la fede. La fede che si innalza al di là dell’eventualità; fede nella promessa, fede in Dio. E così agisce Giobbe, il quale perde ogni cosa, ma non la fede, la profonda fede nel suo Signore: sia benedetto il nome del Signore!, poiché il Signore ha dato (ogni cosa), e così può togliere (ogni cosa). Il tutto del Qoèlet, che ritorna ciclicamente al suo luogo d’origine e tormento (la polvere), trova in Giobbe un compimento pieno nella fede che si affida al Signore. La presa di coscienza del proprio tragico destino di possessori del nulla, assume in Giobbe il tono elevato dell’esaltazione di Dio, per mezzo della fede. Ciò che è mio non è (mai) mio. Va e viene ogni cosa (persino la vita stessa); ma non la fede, che è integra quando suda e spera, vigilante, nel nome del Signore.

Non contento della prova, Satana torna da Dio, com’è scritto a 2,1. Dio lo rimprovera, perché teme di perdere un suo dolce servo: «tu mi hai spinto contro di lui per rovinarlo, senza ragione.» Ma Satana non vuole perdere la sua battaglia più ambita, la prima delle molte battaglie contro Dio, quella di sottrarre a Dio lo spirito (anche solo) di un uomo. Vuole trarre a sé il servo di Dio. Così il Signore, ancora una volta, mette alla prova Giobbe. Lascia il suo servo nelle mani di Satana, intrappolato nelle trame sottili del diavolo, il quale annuncia: «Pelle per pelle; tutto quello che possiede, l’uomo è pronto a darlo per la sua vita. Ma stendi un poco la mano e colpiscilo nelle ossa e nella carne e vedrai come ti maledirà apertamente!8» Pelle per pelle; tutto l’uomo è pronto a dar via, se in ballo ci fosse la vita sua. Ma quando in ballo è la sua vita, la maledizione è pronta a scagliarsi in ogni dove, anche verso il dove che ne origina ogni altro, il Signore. Satana colpisce Giobbe con una «piaga maligna» (probabilmente la lebbra), «dalla pianta dei piedi alla cima del capo.» Giobbe si ritira «in mezzo alla cenere», probabilmente fuori del villaggio, laddove venivano deposte le immondizie. Giobbe continua ad essere saldo; le piaghe temporali, emotive, e ora corporali, lo hanno colpito. Egli resta saldo nella fede. Anche quando è la moglie, debole ormai, a prendere le veci di Satana: «Rimani ancora saldo nella tua integrità? Maledici Dio e muori!» Ma Giobbe non maledice, e non muore (ovvero, non muore a Dio, rimanendo nella fede): «Tu parli come parlerebbe una stolta! Se da Dio accettiamo il bene, perché non dovremmo accettare il male?» Sapienza. Male e bene, proprio come introducevamo all’inizio dell’opera, sono “nomi”, per così dire, che hanno senso (per l’uomo) nella misura in cui regolano il convivere. Ma parlare di lex, se questa lex proviene dall’uomo e non gli è posta dal principio (ovvero da Dio, che è giustizia, e legge), parlare dunque di questa lex umana, che studia ed articola un bene ed un male (in materia religiosa affatto retributivi, per lo più), non ha significato. Se da Dio accettiamo il bene (noi, che usiamo bene come opposto a male), perché mai non dovremmo accettare il male? Ovvero; cosa distingue, ontologicamente (non verbalmente!) il bene dal male? Cosa, se non Colui che è (che è bene, e male, per noi, di volta in volta). Non che Dio sia male, ma che a noi paia. E che pur sembrando tale (anche se Giobbe ammette, in ogni caso, una distinzione tra bene e male), non ci esula dal rimanere nella fede; anzi è questa la prova della nostra fedeltà, ed ecco perché Giobbe è l’esempio dell’uomo fedele. Ecco perché il Signore, di lui, parla dolcemente: «Nessuno è come lui sulla terra: uomo integro e retto, timorato di Dio e lontano dal male.» Il capitolo 2 del libro di Giobbe si chiude con l’arrivo nella terra di Us dei tre amici dello stesso: Elifaz di Teman, Bildad di Suach e Sofar di Naamà9.

di Gianluca Palamidessi


NOTA EDITORIALE

Questo testo fa parte del più ampio “Commento a Giobbe” ad opera dello stesso autore. Su questa rivista appariranno, di volta in volta, gli episodi singoli del Commento completo al libro sacro. La resa del seguente articolo, provvisorio, potrebbe risentire di ulteriori ritocchi a lavoro terminato.

NOTE

1. Giobbe 1,1.

2. Isaia 28,21.

3. Giobbe 1,2-3.

4. Ibid. 1,8.

5. Ibid. 1,11.

6. Si legge e si cita da Giobbe 1,13 a Giobbe 1,19.

7. Qoèlet 3,20.

8. Giobbe 2,4-5.

9. Ibid. 2,11-13.

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2 risposte a "Giobbe eroe della fede"

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