Teologia

La disperazione di Giobbe

Inizia a questo punto dell’opera (Giobbe 3,3) una serie di discorsi, e dialoghi, tra il nostro e i suoi amici. Giobbe, che saldo era rimasto nella fede, si lascia ad un monologo disperato, intriso di lacrime, pieno di sconforto, e dal tono fortemente pessimistico (che ricorda, ma con una forza di immagini ancora maggiore, tutto il Qoèlet).

«Si oscurino le stelle della sua alba,
aspetti la luce e non venga
né veda le palpebre l’aurora,
poiché non mi chiuse il varco del grembo materno,
e non nascose l’affanno degli occhi miei!1»

Carmelo Bene, se ci è lecito citarlo in un luogo così sacro – ma sacro è, anche, il di lui genio – commentando l’Edipo Re, stuzzica e atterrisce la maternità, violandone quel sacro altare che la vede con gli occhi della vita (di ciò da cui la vita si espelle): «Giocasta non ha “colpe”. E’ la colpa. E la colpa è incolpevole.2» E ancora, più avanti: «Nessuno (o quasi) uccide la propria madre. La si celebra, invece, nella “festa della mamma”. Oh manicomi!, ma non è “mamma” che ci “ha fatto la festa”?3» I malvagi, grida Giobbe, non lo sono davvero, se non quando sono nati. Di fronte al non-esserci non c’è da essere che tenga. Non c’è ancora l’aver da essere. Anche il trovarsi, spaesato e timoroso, proprio dell’essere umano, non si pone ancora, quando la vita è castrata nel suo primo (s)fiorire.
Risponde, allora, Elifaz di Teman (Giobbe 4,1). L’amico del nostro riprende l’argomentazione pessimistica, capovolgendola. Egli va parlando della fiducia in Dio. Afferma infatti Elifaz:

«Non esce certo dal suolo la sventura
né germoglia dalla terra il dolore,
ma è l’uomo che genera pene,
come le scintille volano in alto.4»

Riprendendo, quasi ciclicamente, la risposta che Giobbe aveva dato alla moglie, quando questa gli consigliava con lingua di serpe di dannare il Signore e di abbandonarne la fede (la fiducia)5, così risponde, con ardore, il fido Elifaz. La sventura «non esce certo dal suolo», né dalla terra «germoglia il dolore», ma è per l’uomo e con l’uomo che questo dolore, questa fatica congenita, si esprime con forza e vigore. E’ infatti l’uomo, creatura decaduta, peccaminosa e sozza, che «genera pene». Elifaz, alla terribile affermazione, fa seguire una speranza nuova, che ha il rivestimento della pelle di Drago, ma che Drago non cela; anzi, vita nuova, questa cela. Ovvero, come Giobbe, anche qui ciclicamente, si era recato fuori dalle mura della città per grattar via la propria sozzura6 (conseguenza della lebbra, probabilmente simbolo del peccato congenito nell’uomo), così ora, per bocca di Elifaz, ritorna quel concetto sacro, misterioso e al tempo stesso meraviglioso, per il quale l’opera buona di Dio, già secondo le parole di Isaia7, ha da compiersi, per il bene stesso dell’uomo, attraverso l’opera a Lui (di Dio, ovviamente) aliena. Così parla Elifaz8:

«Perciò, beato l’uomo che è corretto da Dio:
non sdegnare la correzione dell’Onnipotente,
perché egli ferisce e fascia la piaga,
colpisce e la sua mano risana.»

Che questo passo sia ben tenuto a mente, questa è infatti la sapienza di Dio; così è piaciuto al Signore. Senza vaneggiare troppo, adattandosi alla mollezza dei tempi, è compito del cristiano, anche oggi (soprattutto oggi) ergere il proprio scudo e la propria spada in difesa del messaggio divino. Perché al di là di ogni canto, al di là di ogni gloria, affinché la gloria sia di Dio solo e mai dell’uomo, il cristiano abbisogna di rammentare questa parola terribile. Perché la giustizia di Dio è giusta, e mai può perdersi nel buio. E come per bocca di Elifaz giunge a Giobbe questa terribile parola, così noi cristiani sempre ricordiamo a noi stessi di come il peccato è stato tolto, di come la promessa si è sigillata e compiuta per mezzo delle sofferenze e della morte del Figlio. Per mezzo del sangue e della croce. Giobbe, che conosce, realmente, queste sofferenze, risponde al dolore col dolore, alle urla di angoscia con urla di angoscia, proprie di uno spirito tormentato. A tal punto ne risponde, con amarezza nel cuore, che preferirebbe la morte ad una simile sofferenza; una sofferenza che non reca il danno in sé e per sé, ma lo agita tremante in un continuum temporale che non sembra avere fine. Giobbe sta provando, nonostante sia ancora vivo, i tormenti dell’inferno. Oh, Dio. Quanto immenso e senza voce è il dolore della tua pena, quand’essa è per un certo tempo. Chi osa immaginare quel dolore, questa pena, in eterno? E allora, ancora, stia vigile l’uomo, tremi speranzoso, rimanga sempre sveglio, anche quando le palpebre riposano e il viso, stanco, cede a se stesso. Perché noi, poveri, non conosciamo «né il giorno né l’ora9». Giobbe sa questo, ma invoca proprio l’ora; le sue ossa, consumate dalla pena che Dio gli ha inflitto, non reggono più la tinta luminosa della vita.

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Jacopo Vignali, La pazienza di Giobbe (XVII sec.)

Tutto è morte, per Giobbe. Anzi, ogni cosa è per lui desiderio di morte, perché la morte stessa non l’ha colto ma lo tiene stretto a sé, ridendogli contro: «Volesse Dio schiacciarmi, / stendere la mano e sopprimermi!10» E ancora, più innanzi: «Lasciami, perché un soffio sono i miei giorni.11» Ovvero: dal momento che i giorni dell’uomo sono come un soffio, sia in confronto all’eternità che in confronto all’Eterno, che è Dio, Giobbe chiede a chi gli ha dato la vita di togliergliela. Perché una sofferenza umana, che può far penare, nulla è in confronto alla sofferenza che viene dalla mano di Dio, il quale, in questa bella immagine evocata da Giobbe, sembra quasi tenere a sé, saldamente, il proprio servo. Teso tra la vita e la morte, ma ancora in vita e dunque sofferente, Giobbe chiede che ogni cosa gli venga meno, ora che su di lui è calato il buio. La stessa vita è per lui una fonte di dolore infinito, anziché di speranza gioiosa. «Lasciami», con flebile voce, Giobbe si rivolge a Dio. La chiusa del capo settimo suona in maniera terribile. Non trombe angeliche, non canti gloriosi e gioiosi, ma un’agonia piangente Giobbe grida al cielo: «Ben presto giacerò nella polvere / e, se mi cercherai, io non ci sarò!12»; è incredibile il cambio di tono. Dall’apertura del dialogo fino a questo momento, Giobbe, pur nella tremenda sofferenza della potenza divina, era riuscito a parlar delle cose sue proprie, senza chiamare in causa il laccio del Signore. Ora il laccio, Giobbe, sembra volerlo spezzare. E oltre alla morte, che a Lui lo ricongiungerebbe, alla notte senza tempo (l’Inferno?) ora Giobbe sembra richiamarsi. Quale luogo, infatti, è il più remoto dalla misericordia di Dio e da Dio stesso? Quale luogo, se non quello che ha come principe Satana? «Ben presto giacerò nella polvere», tornerò dunque cenere (morirò). «E, se mi cercherai, io non ci sarò!»; quale dolore deve provare un uomo, in questa vita, perché possa prefigurarsi un simile destino? Il più grande tra i dolori; quello dell’assenza di Dio.

di Gianluca Palamidessi


NOTA EDITORIALE

Questo testo fa parte del più ampio “Commento a Giobbe” ad opera dello stesso autore. Su questa rivista è già apparso il Commento a Giobbe 1-2.

NOTE

1. Giobbe 3,9-10.

2. C. Bene, Sono apparso alla Madonna, cit. p. 134 (Bompiani, 2005).

3. Ibidem, cit. p. 135.

4. Giobbe 5,6-7.

5. Cfr. supra, Giobbe 2,10.

6. Cfr. supra, Giobbe 2,8: «Giobbe prese un coccio per grattarsi e stava seduto in mezzo alla cenere.»

7. Cfr. nota 2.

8. Giobbe 5, 17-18.

9. Matteo 25,13.

10. Giobbe 6,9.

11. Ibid., 7,16.

12. Ibid., 7,21.

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