Teologia

L’aut-aut della teologia luterana

Quando Lutero scrive il De servo arbitrio sono passati quattro anni dalla Dieta di Worms (1521), termine ultimo e definitivo del rapporto tra il teologo di Eisleben e la Chiesa Cattolica. La rottura è diventata insanabile. Per la complessità delle vicende storiche, politiche e religiose, questo testo (questa nostra recensione) si limiterà all’analisi teologica dello scritto luterano in sé e per sé, cercando di delinearne la divergenza di pensiero rispetto a quello erasmiano (dunque cattolico)1.

L’incipit del testo luterano è assai più focoso rispetto, paradossalmente, alla conclusione, nella quale Lutero sembra riconoscere almeno un merito all’uomo, e studioso, Erasmo da Rotterdam; quello, cioè, di aver individuato, lui solo, il centro del problema – senza tuttavia risolverlo. Erasmo era, in quel periodo, il vero “vanto” teologico della chiesa cattolica. Lui soltanto era riuscito a rispondere, almeno nella forma (vedremo perché non nella sostanza), col pane al pane e col vino al vino ai capisaldi luterani, capisaldi non solo teologici ma metodologici. In una parola, Erasmo aveva discusso, nel suo De libero arbitrio (1524), con l’unico strumento grazie al quale Lutero riusciva ad attaccare la chiesa cattolica; la Parola di Dio. La risposta del Riformatore alla diatriba2 erasmiana arriva l’anno successivo. E nonostante il testo luterano nasca come risposta ad Erasmo, vedremo come l’originalità del pensiero di Lutero sfoci in un testo quasi a sé stante, il quale, piuttosto che limitarsi ad una demolizione delle idee avversarie, propone una costruzione salda, teologicamente impeccabile e inattaccabile, in seno all’idea del servo arbitrio. Le fonti sono sempre le stesse, e le sole; le sacre Scritture. Sono pochissimi i passi attraverso i quali Lutero, anziché poggiare sull’autorità delle Scritture, si serve dell’autorità dei padri, uno su tutti sant’Agostino, principale interprete, peraltro, di Paolo, gemma prediletta di Lutero.

 

Il motivo della costruzione, che parte dalla distruzione del testo erasmiano, Lutero lo richiama dallo stesso testo sacro. Là dove Erasmo, infatti, teme di fallire, Lutero rischia il tutto per tutto. Si legge nel vangelo di Matteo: «Chiunque mi riconoscerà davanti agli uomini, anch’io riconoscerò lui al padre mio.3» L’intento è chiaro. Lutero vuole mostrare a Erasmo, se ce ne fosse ancora bisogno, che scrivere di temi sacri, e più in generale portare nel mondo la parola di Dio, è operazione che richiede la massima serietà, il massimo impegno e lo sforzo più ardito. Il valore dell’assertio, quando si tratta di cristianesimo, è cruciale.

Non crediate che io sia venuto a portare pace sulla terra; non sono venuto a portare pace, ma una spada.4

Così, Lutero si scandalizza del bello stile utilizzato dal suo avversario non tanto per la retorica in sé, quanto perché essa, con i suoi bei costrutti e la sua bella forma, rischia di coprire l’assurdità del presente contenuto: «mi sono indignato nel vedere una materia tanto vile rivestita di così preziosi ornamenti d’eloquenza, come se immondizia e letame fossero portati in vasi d’oro e d’argento.5»

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La copertina di “Libero arbitrio – Servo arbitrio”, a cura di  Fiorella De Michelis Pintacuda (Claudiana, Torino).

Il vigore della tesi luterana scaturisce, come abbiamo già più volte scritto sul nostro sito (vedi soprattutto La disputa di Heidelberg), dai metodi e dalle scelte delle università dell’epoca, le quali, piuttosto che “spremere” gli studenti sui testi sacri, preferivano dare gran lustro ai testi dei padri e, cosa ancora peggiore, ai classici del pensiero greco, su tutti Aristotele. La metafisica, per Lutero, è quanto di più lontano si possa accostare alla religione cristiana, la quale facendo leva sulla rivelazione divina rifiuta, come Dio stesso rifiuta, l’astuzia della ragione. L’apostolo Paolo evidenzia questo punto nella lettera ai Corinzi: «noi predichiamo Cristo crocifisso, scandalo per i Giudei, stoltezza per i pagani6». Ancora una volta è Paolo ad indicare la via della croce come una via della contraddizione. Tutta la teologia di Lutero, difatti, rispetto a quella di Erasmo (che è un et-et), trova giusta coniazione nell’aut-aut7 (Lettieri).

Se qualcuno tra voi si crede un sapiente in questo mondo, si faccia stolto per diventare sapiente; perché la sapienza di questo mondo è stoltezza davanti a Dio.8

Torniamo al nostro Luther. Quest’avversione alla metafisica, di per sé materia sacra, perché guarda alle cose di Dio, e anzi riguarda Dio, in quanto principio primo, come suo unico oggetto d’indagine (almeno fino all’Heidegger di Sein und Zeit), è da riscontrarsi in Lutero in un’intolleranza che il Riformatore, fin dai primi tempi dei suoi studi universitari a Wittenberg, sentiva di dover giustificare al mondo teologico e cattolico della sua epoca: «tu sostieni pure i tuoi scettici e accademici, finché Cristo non avrà chiamato anche te. Lo Spirito santo non è uno scettico9». Gli studi teologici universitari avevano pericolosamente virato verso la sapienza greca, dopo il successo della Somma Teologica di Tommaso d’Aquino. Ed è rispetto a ciò che Lutero sembra rimproverare al suo vecchio amico (nemico) Erasmo la mancanza, nei testi dell’umanista, dell’elemento fondamentale, fondante diremmo, di una teologia cristiana: il Cristo, e il Cristo crocifisso, per utilizzare nuovamente un linguaggio paolino. «Satana ha distolto dal leggere le sacre Scritture e le ha rese trascurabili, al fine di far regnare nella Chiesa i suoi veleni tratti dalla filosofia.10» Ricordiamo nuovamente che all’interno del testo della Disputa di Heidelberg Lutero aveva dedicato 11 articoli, o tesi, sotto i quali avveniva in lui per la prima volta, e compiutamente, la distruzione della filosofia.

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“Paolo di Tarso”, Pompeo Batoni (XVIII sec.).

Il servo arbitrio si suddivide, principalmente, in tre parti; in ognuna delle tre viene analizzata, fornendosi e del testo erasmiano e delle sacre Scritture, l’idea propria, di volta in volta differente, riguardo all’esame del libero arbitrio. Una prima idea, seguendo Lutero, possiamo formularla così; il libero arbitrio è una forza umana la quale, pur essendo di per sé non sufficiente ad ottenere la grazia e la salvezza, lo può con l’aiuto di Dio. Questa prima tesi è quella che Erasmo segue nel suo Libero arbitrio. Una seconda idea, più dura della prima, vede il libero arbitrio come qualcosa che non esiste; la sola grazia di Dio può salvare l’uomo dalla dannazione eterna. Quest’ultima sembra essere la via seguita da Agostino. Infine, Lutero espone la sua tesi (che fa coincidere con quella dell’altro grande eretico, britannico, John Wyclif): il libero arbitrio è un nome vuoto. Ma se il libero arbitrio è nullo e non esiste, allora la libertà di Dio è necessità per l’uomo.

 

Teologia dell’aut-aut. Se l’uomo non è libero, è servo. E se l’uomo è servo, allora Dio è libero, pura libertà. Ma se Dio è pura libertà, questa libertà è necessità per l’uomo. Un uso forte della Provvidenza, pure fortemente cattolica, viene alla luce nel Lutero del De servo arbitrio. Non si dà un termine medio; ancora, non rimangono tesi gli estremi, come avviene invece in Erasmo. L’uomo è servo, ed è sotto Satana, principe di questo mondo. Solo Dio può salvarlo: «Io sono la tua salvezza11», ovvero; non «Io e te siamo la tua salvezza», ma «Io soltanto sono Colui che può renderti la vita eterna». E se il concetto di Provvidenza, di Onnipotenza, può sembrare maggiormente marcato nell’Antico Testamento, nell’Antica Alleanza, Lutero dimostra, soprattutto attraverso Paolo e Giovanni, che nel Nuovo Testamento, nella Nuova Alleanza, è non solo presente nella stessa misura ma, come vedremo tra poco, addirittura più evidente. Infatti, mentre l’Antico Testamento, soprattutto attraverso il Decalogo, sembra far dipendere la salvezza dell’uomo dall’attuazione delle opere a lui comandate da Dio, nel Nuovo Testamento, specie in virtù del compimento dell’Antica Alleanza attraverso la Nuova, in Cristo Gesù, si rivela all’uomo l’autentico movente di Dio che gli va incontro; la fede. Per Lutero, difatti, la fede non è qualcosa che, come da una tabula rasa, possa apprendersi e strutturarsi nell’uomo e andare verso Dio, ma è anzi da Dio stesso che la fede viene, perché possa a Dio tornare, dall’uomo, in un movimento ciclico senza fine – la cui fine, invero, ha da compiersi nel compimento stesso; «Come possa poi essere giusto premiare chi non ne è degno, questo risulta per ora incomprensibile; ma lo capiremo quando giungeremo là dove non sarà più necessario credere, ma si vedrà faccia a faccia (1Cor 13,12).12»

 
Gesù stesso parla così in Matteo: «Molti son chiamati, ma pochi sono eletti.13» E ancora Giovanni, secondo soldato alla causa di Lutero, contro il libero arbitrio: «Io so quelli che ho scelti.14» E’ Cristo a parlare, il Cristo della Nuova Alleanza. Il messaggio è compiuto, non mutato. L’aut-aut è scopribile in Lutero già a partire da un’opera del 1520 che porta un titolo alquanto ingannevole, almeno in questo luogo: La libertà del cristiano. Qui Lutero è paradossale già dalle prime battute: il cristiano è libero signore sopra ogni cosa, per grazia e fede di Dio. Liberato dal pesante fardello della Legge, egli è nella grazia dello Spirito, per mezzo della quale Dio lo salva. Questo cristiano, libero sopra ogni cosa, è però allo stesso tempo servo di ognuno. In un movimento di ascesa e discesa perpetuo, si va ripetendo quanto abbiamo affermato più sopra; la fede non deve rimanere sterile, ferma nel senso di immobile, pigra. Deve anzi muovere l’uomo verso l’amore del prossimo, seguendo il comandamento che Cristo stesso gli ha donato: «Come io vi ho amato, così amatevi anche voi gli uni gli altri.15» Non si dà però l’uomo buono dalla buona opera, ma è anzi quello che fa questa. E’ il concetto espresso da Cristo nella metafora dell’albero16; l’albero cattivo darà frutti marci, solo l’albero buono può dare buoni frutti. Ma l’albero, si badi bene, è Dio stesso ad averlo (pre)scelto. Ne segue, in Lutero, la metafora del ferro a contatto col fuoco, o ancora, nuovamente, la paolina metafora del vasaio17: «Perché si lagna Dio ancora? Poiché chi può resistere alla sua volontà? Piuttosto, o uomo, chi sei tu che replichi a Dio?… Il vasaio non ha egli potestà sull’argilla…?» Il regno è già stato preparato. Il fuoco riscalda il ferro e il ferro, senza il fuoco, rimane gelido. Qui Lutero preme fortemente, accusando Erasmo di un razionalismo che è addirittura peggiore di quello di Pelagio18; mentre quest’ultimo, infatti, nella via dell’errore, è quantomeno rimasto coerente alla propria eresia, concedendo ogni potere all’uomo e alla sua volontà nella ricerca e salvezza di Dio, Erasmo, di contro, cattolico e dunque formalmente anti-pelagiano, da un lato riserva al solo Dio la possibilità di salvezza eterna per l’uomo, col sacro ardore della grazia, dall’altro lascia in piedi quella pur piccola scintilla (il libero arbitrio) che, già d’accordo con Tommaso, consentiva all’uomo di rimanere libero nella propria scelta. Ma si chiede Lutero: come chiamiamo noi il malato se non malato? Come può, il malato, non avere bisogno del medico? La Diatriba erasmiana assomiglia ad un uomo legato al quale venga comandato di muoversi.

Nella mia grammatica una libertà perduta non è più una libertà.19

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“Il Peccato originale e cacciata dal Paradiso terrestre” è un affresco (280×570 cm) di Michelangelo Buonarroti, databile al 1510 circa e facente parte della decorazione della volta della Cappella Sistina, nei Musei Vaticani a Roma, commissionata da Giulio II (Wikipedia).

Chiederà a quel punto un Erasmo: «Se l’uomo non è libero, perché Dio gli dà dei comandamenti?» Lutero risponde due volte a questo interrogativo. Prima di tutto, poggiandosi ancora una volta sull’autorità della Scrittura, Lutero afferma insieme a Paolo che non ci si deve interrogare sulla giustizia e sul disegno divini. Mentre Erasmo voleva eludere, come più sopra abbiamo visto, la questione sul libero arbitrio, rifacendosi allo stesso principio dell’imperscrutabilità divina giustificandosi però con la presunta “oscurità” delle Scritture, da cui lo sdegno di Lutero, quest’ultimo non intende eludere alcunché, riguardo alle Scritture e al messaggio di Dio. Quel che Lutero si limita ad osservare è che l’uomo, di fronte ad una così terribile Parola, null’altro può fare se non cercare di celebrarla e contemplarla con timore e tremore, senza chiedersi cosa sia giusto o cosa non lo sia. «Se da Dio accettiamo il bene, perché non dovremo accettare il male?20». Giusto è Dio e ciò che da lui viene, non ciò che viene all’uomo per mezzo di una lex umana. Questo passaggio rimanderà il lettore attento alla polemica che Lutero aveva intrapreso contro le università, da quando queste preferivano alle letture divine (o affiancavano ad esse) testi come l’Etica Nicomachea di Aristotele, verso il quale Lutero sembra provare una sorta di urticaria. Ma la legge morale, la legge di natura, è necessariamente macchiata, nell’uomo, dal peccato originale. «Se avessero conosciuto la sapienza di Dio, non avrebbero crocifisso il signore della gloria.21» Scrive Lutero: «se potessi in qualche modo comprendere come possa essere misericordioso e giusto questo Dio che mostra tanta collera e iniquità, non avrei alcun bisogno della fede.22» Ma se c’è qualcosa che Lutero si sente di dover mettere in luce, in seno alla sua funzione pastorale e teologica (in seno alla sua missione), è senz’altro l’interna contraddizione dell’operazione divina, che non segue, ma crea, che non premia, ma dona.

 

«L’eterno fa morire e fa vivere; fa scendere nel soggiorno dei morti e ne fa risalire.23» Cristo fa suoi i peccati dell’uomo, egli stesso si fa peccato (è la divinità che si cala nell’umanità), per morire con essi e con essi liberare l’uomo stesso, in un patto d’amore che dona senza chiedere nulla in cambio. E’ richiesta (è instillata) la fede. Come lo stesso Paolo afferma in Romani 1,17: «Il giusto vivrà per fede.» Ma chi è il giusto? Torniamo allora a Proverbi, 18,17: «Iustus prior est accusator sui.» Ed ecco allora lo scopo della Legge; non quello di guidare l’uomo, quanto piuttosto di mostrargli la sua deviazione (il perché egli non può che deviare). La Legge avrà allora una funzione santa e peccatrice, e ancor più punitiva. Dall’impotenza sua, l’uomo ne avrà una disperazione, un’angoscia, che lo porteranno ad invocare Dio, chiedendone umilmente l’aiuto, la grazia. «La conoscenza del peccato è data mediante la legge.24» La Legge uccide, lo Spirito vivifica. E’ su questo binomio continuo, martellante, pulsante, che tutta la teologia luterana poggia le proprie (solide) basi. Accusando Origene di troppa metafisica e Girolamo di aver male interpretato l’essenza dei Comandamenti, Lutero punta il dito, di rimando, contro il sistema “retributivo” (romano) cattolico, così come contro Erasmo. Il comandamento, infatti, («Non ucciderai») non sta ad indicare una via da seguire ma un’impotenza dell’uomo a seguire quella via. L’ebraico utilizza difatti l’indicativo futuro come forma grammaticale del senso logico imperativo: Non ucciderai va letto come Non uccidere. Ma l’uomo uccide, dunque egli è schiavo del peccato. «Ci è mostrato quel che non possiamo fare25», riguardo al comandamento, scrive Lutero. Dopo il peccato originale, il libero arbitrio non è altro che un semplice nome26. E se è vero che Cristo, nuovo Adamo, viene a togliere l’uomo dal fardello del peccato, non lo libera però da questo fardello nella vita mortale. La ricompensa è nei cieli, e il Regno non è di questo mondo. Il Figlio di Dio è stato crocifisso, disconosciuto dal suo popolo; è venuto in casa sua27, ma i suoi non l’hanno accolto. «La luce splende nelle tenebre, e le tenebre non l’hanno ricevuta.28» Il dono è dunque gratuito; non le opere, non lo sforzo dell’uomo, non la sua volontà, che è al solo servizio di Satana, quando è in sé e per sé, ma la fede, questa salva l’uomo. Gratia gratis data. «Venite, voi, i benedetti del Padre mio; ereditate il regno che v’è stato preparato sin dalla fondazione del mondo.29» Dalla fondazione del mondo, senza merito alcuno. Infatti, si chiede Lutero, a quale azione e a quale merito si deve il regno se esso è stato preparato sin dalla fondazione del mondo? Chiudiamo allora questo nostro breve testo con il terribile annuncio di Dio, presente in Malachia e citato da Lutero nel De servo arbitrio; affinché, con la gioia nel cuore e la grazia di Dio, sappiamo riconoscere, noi cattolici, il valore del testo sacro, il valore, eterno, della Parola di Dio. Perché questo testo, alla sfida col linguaggio post-moderno, possa continuare a far riflettere, piegare e convertire le menti e i cuori di ogni peccatore. Il grido del Signore riecheggia in eterno, come è scritto:

Essi edificheranno, ma io distruggerò.30

di Gianluca Palamidessi


NOTA EDITORIALE

Il saggio è già apparso presso Academia.edu.

NOTE

1. Lo spunto teologico per un’opposizione Lutero-Erasmo che diventa, sempre teologicamente, un’opposizione Agostino-Origene, ci è stata data dal prof. Gaetano Lettieri, nel corso delle lezioni sul Riformatore, svoltesi all’università di Roma La Sapienza.

2. Il titolo completo dell’opera erasmiana è infatti: De libero arbitrio διατριβή [diatribé] sive collatio per Desiderium Erasmum Roterodamum.

3. Mt 10,32.

4. Mt 10,34.

5. M. Lutero, Il servo arbitrio: risposta a Erasmo (1525), p. 79, a cura di F. De Michelis Pintacuda (traduzione e note di Marco Sbrozi); Claudiana, Torino, 2017. E’ l’edizione che utilizzeremo per le note di qui in avanti.

6. 1Cor 1,23.

7. Cfr. Lc 11,23: «Chi non è con me, è contro di me.»

8. 1Cor 3,18-19.

9. M. Lutero, Il servo arbitrio, p. 95.

10. M. Lutero, Op. cit., p. 99.

11. Sal 34,3.

12. M. Lutero, Il servo arbitrio, p. 509.

13. Mt 20,16.

14. Gv 13,18.

15. Gv 13,34.

16. Mt 7,16-20.

17. Rm 9,18-21.

18. Su Pelagio e il pelagianesimo si veda la voce all’enciclopedia Treccani: «La dottrina di Pelagio è improntata a un moralismo ascetico-stoico: l’uomo può, con le proprie forze morali, osservare i comandamenti di Dio e salvarsi; la grazia gli è data soltanto per facilitare l’azione. […] Il Concilio radunato a Orange (529) formulò in 25 canoni la dottrina cattolica sulla grazia contro pelagiani e semipelagiani: ferma l’impossibilità per l’uomo di meritare la grazia, e la necessità assoluta di questa anche per l’inizio della fede e la perseveranza nelle buone opere, affermato il libero arbitrio, anche se non è più sufficiente perché l’uomo possa sollevarsi da solo a Dio e al bene, fu condannata una predestinazione incondizionata e una predestinazione al male. Papa Bonifacio I (530) approvò le definizioni del Concilio. La controversia finì per allora, ma i suoi motivi tornarono nelle polemiche protestanti, baiane e gianseniste.»

19. M. Lutero, Il servo arbitrio, p. 299.

20. Gb 2,10.

21. 1Cor 2,8.

22. M. Lutero, Il servo arbitrio, cit. a p. 169.

23. 1Re 2,6.

24. Rm 3,20.

25. M. Lutero, Il servo arbitrio, p. 339.

26. Cfr. la tesi 13 della Disputa di Heidelberg.

27. Gv 1,11.

28. Gv 1,5.

29. Mt 25,34.

30. Mal 1,4.

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