Teologia

Chi osa chiamare Dio a giudizio?

«Se tu cercherai Dio
e implorerai l’Onnipotente,
se puro e integro tu sarai,
allora egli veglierà su di te1».

Questa è la parola di Dio per bocca di Bildad di Suach. E’ importante riflettere sul significato letterale del passo in questione. «Se tu cercherai Dio», dice Bildad, ovvero: se la tua esistenza, riferendosi a Giobbe – e, di rimando, a tutti gli uomini di fede –, sarà in contemplazione di Dio, dei suoi misteri come del pane quotidiano, «egli veglierà su di te». Allo stesso modo, il Signore, che è giusto, veglierà su chi sta «puro e integro». Importante è il secondo dei quattro versi: «e implorerai l’Onnipotente». In questo verso, Bildad vuole portare l’attenzione sul fenomeno drammatico della preghiera che implora Dio. Non è, implorare, un semplice “domandare” o “chiedere aiuto”; è piuttosto una disperata richiesta di risanamento. Solo l’uomo che pecca – tutti gli uomini peccano – e che si rende conto del proprio peccato, della propria impotenza, invoca l’Onnipotente, perché possa salvarlo dalle fiamme della perdizione senza tempo.

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Michelangelo Merisi da Caravaggio, “Crocifissione di San Pietro” (1600-1601).

Giobbe risponde riprendendo un tema classico di ogni testo sapienziale. Il Qoèlet lo utilizza in più punti, e in esso il tema è rimarcato con forza ancor maggiore di quanto già non lo sia in questo frammento di Giobbe. Parliamo allora di Giobbe 9,22: «Per questo io dico che è la stessa cosa: egli fa perire l’innocente e il reo!» La giustizia che Dio fa è la giustizia che Dio è. Di fronte ad una tale giustizia, non che sia inutile domandarsene la ragione, ma è addirittura sacrilego farlo. Infatti, grida Giobbe a 9,13: «Chi gli può dire: “Cosa fai?”.» Chi può dire a Dio: “Cosa fai?”, quando è Dio stesso Colui che è – colui che “fa” in quanto “crea”? Ancora, se anche Giobbe avesse ragione, nel suo lamento verso Dio, nulla potrebbe provarne la giustezza, perché Dio solo la possiede: «Se avessi ragione, la mia bocca mi condannerebbe; se fossi innocente, egli mi dichiarerebbe colpevole.2»

 

Così Paolo, nella Lettera ai Romani, riprende più volte questo argomento. Scrive infatti l’Apostolo: «Che diremo dunque? C’è forse ingiustizia da parte di Dio? No, certamente! Egli infatti dice a Mosè3: Avrò misericordia per chi vorrò averla, e farò grazia a chi vorrò farla.4» E ancora Paolo, sempre utilizzando i versi dell’Antico Testamento, nuovamente proclama: «Oserà forse dire il vaso plasmato a colui che lo plasmò: “Perché mi hai fatto così?”5». Dio salva le pecore che vuole, gettando nel fuoco quelle che non vuole. «Non c’è fra noi due un arbitro che ponga la mano su di noi.6» Iniziano a questo punto una serie di versi molto profondi da parte di Giobbe. Il servo di Dio, che apre e chiude il discorso sul ritmo del lamento alla vita, inserisce nel mezzo un’importante riflessione personale, che diventa, come accade in ogni testo sacro, motivo di riflessione profonda per ogni fedele. Dal lamento, «Io sono stanco della mia vita!7», al lamento, «Perché tu mi hai tratto dal seno materno?8», passando per il mistero della fede:

«Vita e benevolenza tu mi hai concesso
e la tua premura ha custodito il mio spirito.
Eppure, questo nascondevi nel cuore,
so che questo era nei tuoi disegni!9»

«Eppure», osserva Giobbe. L’uomo che gode dei beni che Dio stesso gli ha fornito, questo stesso uomo, custodito, sente un’angoscia che non ha luogo, né tempo, né ragion d’essere. E’ un’angoscia profonda, tale da porsi come Angoscia stessa; è il sentimento di Dio. Occhio al genitivo: di Dio, nel senso che è Dio stesso che, instillando in noi la fede in Lui, ci modella a suo piacimento. La fede è un circolo perpetuo tra l’uomo e Dio. E tra Dio e l’uomo. Se l’uomo fosse libero, se egli potesse vivere, pienamente, con le sue proprie (e sole) facoltà, non sentirebbe l’angoscia di Dio, il sentimento dell’Onnipotente che preme sul potente, dell’Infinito che preme sul finito, del Signore che domina sul servo. Sulla libertà bisognerà tornare. E’ la fede cattolica ad imporcelo. Torniamo al testo di Giobbe. L’uomo ha bisogno di Dio perché Dio così ha stabilito. Ogni cosa appartiene all’Onnipotente, così l’uomo appartiene a Dio, suo Signore. «Egli ha in mano l’anima di ogni vivente e il soffio di ogni essere umano.10» C’è ancora spazio per la libertà dell’uomo? Verrebbe da chiederselo, leggendo questi versi terribili, terribili versi sacri, temibili suoni divini della parola di Dio. Ma ogni cosa è in suo potere, ogni cosa appartiene all’Onnipotente. Lui solo fa lo stolto savio e il savio stolto. Questi versi sembrano preannunciare la sofferenza di Cristo e la gloria di Dio per mezzo del Figlio Suo, morto sulla croce, risorto e asceso al cielo, alla destra del Padre, dopo essere disceso agli inferi. Afferma Giobbe a 12,23: (il Signore) «rende grandi i popoli e li fa perire, fa largo ad altri popoli e li guida.» Sembra qui esserci una profezia sul popolo eletto, reso grande e piccolo dal Signore della gloria, e sul popolo pagano, quello dei gentili, salvato dal Signore sulla croce. Quando l’apostolo Paolo parla dei Giudei e dei Gentili di altro non vuole parlare se non dell’umanità tutta, quasi dividendola in un avanti-Cristo e in un dopo-Cristo.

 

Ma torniamo al nostro Giobbe. La disperazione del servo giunge ora ad un punto drammatico. Giobbe intende metter su un vero e proprio tribunale; le sue colpe verranno giudicate come tali ed egli è sicuro di non esser empio. Ma il “processo” che Giobbe intraprende, follemente, non è con un altro uomo, bensì col Signore in persona11. Giobbe si chiede, meravigliandosene nuovamente, come voglia l’Onnipotente «spaventare una foglia dispersa dal vento e dare la caccia a una paglia secca12». Comincia a questo punto il capitolo finale del primo ciclo di discorsi, il quattordicesimo, nel quale Giobbe riprende l’argomento topico della miseria dell’uomo. Analizziamolo nel dettaglio. Scrive, come da incipit, il servo di Dio, Giobbe: «L’uomo, nato da donna, ha vita breve e piena d’inquietudine13». Nell’esistenza umana, ogni cosa è data. Ma il dono è odioso per l’uomo; egli ne vede l’alterità da sé (è donato) e allo stesso tempo ne vede la caducità temporale. La sua vita è come quella di un fiore, che «spunta e avvizzisce14».

 

L’uomo è originariamente peccato. E’ peccato originale trasmesso di generazione in generazione, dalla caduta di Adamo. «Chi può trarre il puro dall’immondo? Nessuno.15» Nessun uomo, Dio solo lo può. E Dio solo, attraverso il sacramento della confessione, per mezzo di un uomo, il sacerdote, può rimettere a Dio i peccati dell’umanità. Ma il peccato originale è qualcosa di così profondamente radicato nella natura umana che la purificazione dal peccato, per l’uomo peccatore, va compiendosi, è un rimando all’istante, ma pur sempre un rimando. L’idea di una resurrezione, è bene qui notarlo, sembra estranea alla prospettiva dell’autore: «finché durano i cieli non si sveglierà né più si desterà dal suo sonno.16» E ancora: «L’uomo che muore può forse rivivere?17» La speranza di una vita futura, di una vita eterna, in comunione con Dio, Dio stesso ce la dona, attraverso la croce del Figlio Suo. Ma la prospettiva dell’autore, in questi versi e in questo passo, è fortemente pessimistica. «Solo la sua carne su di lui è dolorante, e la sua anima su di lui fa lamento.18»

di Gianluca Palamidessi


NOTA EDITORIALE

Questo testo fa parte del più ampio “Commento a Giobbe” ad opera dello stesso autore. Su questa rivista sono già apparsi il Commento a Giobbe 1-2 e il Commento a Giobbe 3-7.

NOTE

1. Gb 8,5-6.

2. Gb 9,20.

3. Rm 9,14-15.

4. Il passo, citato in Rm 9,15, viene preso da Es 33,19.

5. Rm 9,20.

6. Gb 9,33.

7. Gb 10,1.

8. Gb 10,18.

9. Gb 10,12-13.

10. Gb 12,10.

11. Gb 13,18.

12. Gb 13,25.

13. Gb 14,1.

14. Gb 14,2.

15. Gb 14,4.

16. Gb 14,12.

17. Gb 14,14.

18. Gb 14,22.

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