Filosofia

Il mistero della morte dell’Esserci

Sarebbe interessante e senz’altro produttivo poter leggere l’intera opera Essere e Tempo alla luce del paragrafo 47, ma né il tempo né le conoscenze ci consentono (per ora) di affrontare un simile lavoro. L’indicazione1 della rilevanza filosofica di tale paragrafo da parte del prof. Bancalari, a tale proposito, è risultata essere un importante stimolo per la stesura di un nostro commento, seppur breve, riguardo ad una lettura “cristiana” del paragrafo stesso. L’interpretazione, che ci affrettiamo a definire come provvisoria e parziale, segue le seguenti linee guida: da un lato Heidegger afferma la possibilità di una ricerca sulla totalità dell’essere dell’Esserci attraverso la morte degli altri; da un altro, tuttavia, l’autore si rende conto di come una tale ricerca, anziché avvicinarci all’essenza della totalità dell’essere dell’Esserci ci allontani piuttosto da essa. Ora, qual è la tesi che ci proponiamo di portare avanti? Secondo la nostra lettura, Heidegger pone l’essere dell’Esserci di fronte alla morte come perduto nel nulla – sia a livello fenomenologico sia, ad un livello più quotidiano, su di un piano esistentivo (la morte ci pone innanzi l’abisso dell’esistenza).
All’interno del paragrafo 9 lo stesso Heidegger affermava che «l’essere di cui ne va per questo ente nel suo essere, è sempre mio». Al paragrafo 26 sorgeva però un’ulteriore difficoltà: come è possibile parlare degli altri, e nello specifico del con-Esserci (dell’essere sempre e già con gli altri), se questa propria missione, se questo proprio aver-da-essere riguardava me e me soltanto, di volta in volta (ted. je)? Ma allora è a me che, di volta in volta, è data la scelta. E la scelta, ad uno stadio (com’è invero il nostro) ancora parziale, offre all’Esserci, per così dire, la possibilità di essere se stesso autenticamente o inautenticamente (cfr. § 452).

 

Si vuole in questo luogo affermare che, se il poter-essere getta innanzi a sé le possibilità del proprio (aver da) essere, queste stesse possibilità possono, esistentivamente, assumere la forma della fede. Quale possibilità, esistentivamente parlando3, è offerta all’uomo, di più potente ed esaudiente, se non la possibilità del proprio Esserci pensato come e in quanto eterno, al di là del proprio non-Esserci-più (che è la morte) – quale se non la fede, che come scelta delle proprie possibilità, rimette l’Esserci a quell’ente che, tomisticamente, è coincidente in essenza ed esistenza, ovvero Dio?

 

E’ pur vero che, per rimanere con Heidegger, il piano teologico era stato (ri)portato, all’inizio dell’opera, su di un piano antropologico (meglio ancora, ontologico); l’essenza e l’esistenza coincidono già, e fenomenologicamente soltanto, nell’uomo: «L’essenza dell’Esserci consiste nella sua esistenza4», proprio perché l’«essenza» di questo ente, che è l’Esserci, consiste nel suo aver-da-essere, ovvero essa (l’essenza) «dev’essere intesa a partire dal suo essere (existentia)5». La via analogica al mistero della fede, in Heidegger, sembra escludersi fin da subito. Eppure, se portiamo la domanda dell’essere dell’Esserci sul piano della fede esperita, husserlianamente vissuta, il discorso può ancora, seppur con estrema difficoltà, rimanere in piedi. Il problema della fede, dell’aver-da-essere dell’Esserci come aver-da-essere per Dio, porrebbe, primariamente, questo stesso Esserci al di fuori delle proprie possibilità (rimesse a Dio). Come è ovvio, la presente interpretazione, pur nella sua necessaria forzatura, si avvale di una teologia non tomistica (di partenza), ma agostiniana, che rinvenendo la ragione della fede nella gratuità inspiegabile offerta all’Esserci da Dio stesso pone questo stesso Esserci come già inserito (di volta in volta) nel proprio progetto di salvezza.

 
Per farla breve: che la fede sia insita in me lo dimostra il fatto che sono io a proclamarla e ad esperirla (è onticamente vera); che la fede che è in me venga da Dio lo «dimostra» invece la fede stessa. Con una teologia agostiniana (almeno di partenza) la fede, insomma, può avere a nostro modo di vedere un ruolo non solo accettabile ma addirittura fondamentale in sede fenomenologica, nella scelta delle possibilità dell’uomo in vista dell’aver-da-essere. Sono io, infatti, che ho da essere. La morte degli altri, come mera «oggettività», mi dice la cessazione biologica dell’altro, ma non di più (seguiamo Heidegger): «La morte si rivela certamente come una perdita, ma è qualcosa di più di quanto coloro che rimangono possono esperire. Nei patimenti per la perdita del defunto non si accede alla perdita dell’essere quale è patita da chi muore.» Tutto era partito dall’indagine sulla morte come cessazione delle possibilità di aver-da-essere e dunque, in quanto cessazione delle stesse possibilità, realizzazione infine compiuta di quelle stesse possibilità, nella «riuscita» della morte.

 

Ma la morte, essendo mia, nega che quelle possibilità, gettate in vita, possano trovare risposta, come un tutto, nella mia stessa morte. Eppure, come Heidegger dimostra, non è attraverso la morte degli altri che quella totalità può darsi a me. «Nessuno può assumersi il morire di un altro6». Il problema, insomma, rimane per ora irrisolto, difficilissimo. Ma una cosa è certa: indicando nell’esser sempre mio del poter-essere un carattere decisivo e certo, Heidegger indica un’urgenza, quella cioè di continuare la ricerca sul senso della totalità dell’Esserci. E un senso, indicando delle possibilità, lascia aperta anche quella della fede che è la possibilità esistentiva, ma anche, ad un livello fideistico (che vede tutti gli uomini coinvolti nel mistero della fede), esistenziale.

Certamente si può concepire il morire anche come fatto fisico-biologico, ma il concetto che le scienze mediche hanno dell’exitus non coincide con quello di cessazione della vita7.

Questa considerazione è tanto più importante se consideriamo, con Heidegger, che il risultato apparentemente fallimentare della domanda sul senso dell’essere dell’Esserci visto come un tutto alla luce della morte degli altri si rivela essere, in realtà, un risultato tutt’altro che negativo. Negativa è la risposta alla domanda, ma il risultato apre ad una possibilità ben più profonda, quella cioè di guardare alla morte dell’Esserci come esistenziale: «La morte è stata indicata come fenomeno esistenziale. Ciò sospinge la ricerca in un orientamento puramente esistenziale sull’Esserci sempre di qualcuno. L’analisi della morte in quanto morire si trova così innanzi a un dilemma: portare il fenomeno su un piano concettuale puramente esistenziale o rinunciare del tutto alla sua comprensione ontologica.» Com’è ovvio, si adotterà la prima via.

di Gianluca Palamidessi


NOTE

1. Indicazione per la quale il § 47 rappresenterebbe uno dei poli fondamentali di Sein und Zeit. Non a caso, è questo paragrafo a rappresentare, ancora oggi, motivo di fervente discussione tra gli interpreti del testo heideggeriano.

2. M. Heidegger, Sein und Zeit, p. 280, ed. Longanesi (Milano): «Esistenza significa poter-essere, quindi anche poter-essere autentico.»

3. Ontologicamente, la domanda si rivela più sottile.

4. M. Heidegger, Sein und Zeit, §9, p. 60.

5. Ibidem.

6. M. Heidegger, Sein und Zeit, p. 288.

7. Ivi, pp. 289-290.

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