Filosofia, Teologia

Superare l’«ora»

DIO È MORTO
§ 1. Superare l'«ora».

L’esistenza umana è di volta in volta in attesa. Il tempo che è «ora» definisce questa esistenza, ma anziché fissarla e rassicurarla la getta nella disperazione. L’essere dell’uomo, qualora si possa davvero parlare di «essere», è perpetuamente fissato tra il proprio linguaggio – col quale comprende di «essere» (qui come verbo) – e la propria carne. Anche la «scoperta» di una spiritualità propria dell’essere uomo si lega sempre e indissolubilmente ad una mancanza della carne. Mancanza per cui, peraltro, possiamo davvero parlar-ci come animali «spirituali». E’ questa la ragione principale per la quale quel che tradizionalmente viene definito come peccato originale trova nell’uomo, io credo, un dogma incontestabile.
Siamo ancora ben lontani dal parlare di questa esistenza propria dell’essere uomo come relazionata, in una maniera che ad un primo sguardo appare misteriosa, con l’Essere che il linguaggio può definire come Essere, in virtù dell’essere dono di questo stesso Essere, che noi chiamiamo «Dio». Ma un primo miracolo ci si palesa fin da subito. E’ spaventoso vedere, nel quotidiano, quanto poco «l’oggi» del mondo sia stretto al divino. Lo è in una maniera così poco intrinseca e carnale che non può che esserlo nella maniera dell’estrinseco e dello spirituale1. Come in un vortice senza fine che pure ha avuto un inizio, l’uomo è tornato al dionisiaco e a quello che storicamente, filosoficamente, può definirsi come «paganesimo». Istituzioni come «la Chiesa» o ambiti del sapere come quello «teologico» sono in palese confusione di fronte ad una tale piega della storia. Non si danno «più», nel mondo, i vocaboli (propri del linguaggio) che superano l’«ora». Fuggendo il mistero dell’infinito e la sacra speranza propria del divino, l’uomo si è inconsciamente gettato nelle mani porose dell’adesso. Io credo, a tal proposito, che Nietzsche avesse ben donde nell’affermare (al tempo, potremmo dire, profeticamente):

«Dio è morto».

In cosa consiste allora «il miracolo»? Che nell’epoca dell’adesso è ancora pensabile questa esistenza umana come terribilmente bisognosa dell’afflato divino. E allora non è più la Chiesa a dare il divino, ma è il divino che la Chiesa. Ovvero: non è più l’istituzione a portare il messaggio, ma deve essere Dio stesso, carnalmente e spiritualmente (per noi, assenti nella carne), a permettere ai propri figli (in quanto fedeli) di portare il messaggio Suo. Cosa significa tutto questo? Bisogna forse eliminare l’Una, Santa, Cattolica e Apostolica? Giammai! Ma proprio in quanto Istituzione, non è forse questa stessa Chiesa vittima del proprio collasso? Non vediamo noi forse, dall’esterno poco nitido dell’osservazione quotidiana e stanca, il collasso nostro di questa Chiesa? Perché la Chiesa rimane in quanto rimangono i figli. Ma come è strano entrare alla Messa, parteciparvi, predicare la parola di Dio, andare in pace, quando fuori non vi è pace ma – grazie a Dio! – croce, croce. Ecco allora che chi avverte questo primo problema, per così dire, socio-culturale, potrebbe temere l’assurdità dell’Istituzione, in una parola la sua anacronisticità. Come se vi fosse un tempo per ogni cosa. Ma il tempo siamo noi. E allora è nei figli, nuovamente, che la Chiesa è. Dio ci ha forse abbandonati? O piuttosto siamo noi, nuovamente, ad averlo crocifisso?


di Gianluca Palamidessi


NOTE

1. Come si vedrà, questo aspetto rappresenta una delle più gravi catastrofi della storia religiosa della cristianità.

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2 risposte a "Superare l’«ora»"

  1. G. Palamidessi, mio stimato collega e fine pensatore, opera una distinzione a mio avviso fondamentale, di cui troppo spesso (soprattutto per coloro al di fuori della delimitazione che la semantica del termine che stiamo per riproporre come centrale impone) ci si dimentica l’esistenza, o la si preferisce obliare in favore di un più comodo additamento all’istituzionalismo, che oggi va tanto di moda per evitare di assumersi le proprie responsabilità: la Chiesa è ekklesìa, comunità, raccogliersi di individui a formare un’amalgama, in cui tuttavia la scelta dell’individuo conservi immutata tutta la propria potenza e importanza (la garanzia dell’ek- etimologico, la scissione da un unicum d’insieme). E dunque le colpe dell’istituzione Chiesa, per traslato, sono da imputare unicamente agli uomini che la compongono e che la trascurano. Come oggi gli uomini tendenziosamente omettono l’attribuzione reale della colpa agli agenti reali di essa, gli uomini, così – anche solo a una superficiale indagine di massa – se ci cogliesse in spirito di amor veritatis l’idea di chiedere a chiunque per strada di citare la famosa massima zoroastriana di zio Federico, ognuno direbbe senza esitare “Dio è morto!”, seguitando con sorrisi soddisfatti per avere un più che valido sostegno (in auctoritate di quell'”ille dixit” su cui ogni bravo imbecille si adagia, e che conseguentemente mai morirà) alle velleità di ateismo integralista che tanto oggi rende orgogliosa la buona parte dell’ekklesìa umana. Ma ci si dimentica (o ci si vuole dimenticare – chi vuole capire capisca -) della proposizione consequenziale che la completa: “… e noi l’abbiamo ucciso”. A questo punto il significato reale dell’oracolo si ribalta: il primo segmento costituisce niente di più di una constatazione; il secondo è il vero nucleo, la questio che problematizza anche il primo elemento, che da solo rimane facile preda degli oltranzisti dell’ateismo radicale. Siamo noi ad averlo ucciso. Zarathustra ne individua chiaramente i colpevoli, attribuisce la colpa a un referente ben preciso, reale, vero: l’uomo. La colpa della serie di problematiche individuate acutamente da G. Palamidessi nel suo pamphlet sono da attribuire solo ed esclusivamente ad un imputato, causa ed effetto delle proprie azioni, l’unico che possa essere cosciente della finalità degli atti che da luis tesso scaturiscono e rimediare al segno qualitativo che vi impone, positivo o negativo che sia, l’unico che abbia coscienza tale, e capacità, in virtù della propria graziata condizione di figlio di Dio dotato di arbitrio e intelletto, da poter rimediare efficacemente a ogni stortura causata. E allora finiamola di additare sempre un Altro indefinito, un’istituzione collettiva che sgravi il singolo dal peso di doversi assuemre le proprie responsabilità: uomo, la colpa della morte di Dio è tua, e di nessun altro. Datti da fare.

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    • Caro Andrea, amico, poeta e dunque (dis)pensatore di vita e di morte, ti ringrazio di questo bel commento. A breve il secondo paragrafo dell’opera, se così vogliamo chiamarla, che pian piano sto mettendo su. Spero in un tuo ulteriore parere, per migliorare un pensato che finora è quasi solamente istintivo. A presto!

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