Filosofia

Il Dasein è già per-la-morte

Il titolo che Heidegger ci fornisce, riguardo al § 50 di Essere e Tempo, è piuttosto indicativo: Schizzo della struttura ontologico-esistenziale della morte1. Ci sono due indicazioni che vogliamo mettere in risalto rispetto a questo titolo. La prima indicazione viene dallo “schizzo” che Heidegger intende tracciare in questo paragrafo rispetto all’analisi esistenziale dell’essere-per-la-morte. La seconda, a nostro modo di vedere assai importante, è che la struttura di questo schizzo dovrà prendere in considerazione l’ontologico-esistenziale della morte, e non l’ontico-esistentivo.

Iniziamo allora l’analisi del § 50 partendo da una frase che Heidegger piazza intorno alla metà del testo: «Se l’Esserci esiste, è anche già gettato in questa possibilità.2» Prima di tutto, la strada “ontica” che riguarderebbe la morte come momento effettivo e concreto dell’essere-per-la-fine proprio dell’Esserci è una strada che non può essere percorsa; quando l’ontico si lega alla morte, l’Esserci non-è-già-più. La morte, l’Esserci, non può sperimentarla. L’unica maniera possibile attraverso cui l’Esserci sente, avverte ma non tocca la morte cade sotto la tonalità emotiva eminente propria dell’essere dell’Esserci, che è Cura, ossia l’Angoscia3: «L’esser-gettato nella morte gli si rivela nel modo più originario e penetrante nella situazione emotiva dell’angoscia.4» Il davanti-a-che, il quale nella tonalità emotiva della paura si presentava essere “altro Esserci” o semplice-presenza, con il legame del per-che congiunto al davanti-a-che, risulta essere, nella particolarissima ed unica situazione emotiva dell’angoscia, l’essere-nel-mondo stesso. L’essere-nel-mondo è il davanti-a-che dell’angoscia dell’Esserci. Il per-che dell’angoscia è «il poter-essere puro e semplice dell’Esserci.5» Come l’angoscia, la morte si configura, per l’Esserci e nell’Esserci, come esistenza, effettività e deiezione (essere-avanti-a-sé già-in presso…). In quanto possibilità estrema delle proprie possibilità, l’incombenza propria dell’essere-per-la-morte è vissuta dall’Esserci in maniera del tutto differente rispetto alle quotidiane incombenze. L’arrivo di un amico, l’arrivo di un treno, la partenza per un viaggio non hanno molto a che spartire con l’incombenza della morte se non per il loro essere semplici-incombenze (questo termine è qui usato da noi a mo’ di spiegazione, Heidegger non lo utilizza). Le possibilità “incombenti” si differenziano da quella “primariamente incombente” della morte in ciò; le prime riguardano fondamentalmente il con-Esserci e l’essere-in (un mondo), la seconda riguarda sempre (di volta in volta) l’essere-mio proprio dell’Esserci: «La morte è una possibilità di essere che l’Esserci stesso deve sempre assumersi da sé. Nella morte l’Esserci incombe a se stesso nel suo poter-essere più proprio.6» La morte riguarda l’esistenzialità, l’ontologia dell’Esserci, in quanto possibilità dell’impossibile più propria.

 

La morte è la possibilità della pura e semplice impossibilità dell’Esserci. Così la morte si rivela come la possibilità più propria, incondizionata e insuperabile.7

 

La morte, che non è «un mancare ultimo ridotto ad minimum», non è dunque fenomeno quantitativo (qui Heidegger ha in mente la nozione comune di tempo) ma qualitativo, non è nemmeno qualcosa che riguardi un Esserci particolarmente riflessivo, particolarmente “sensibile” alla questione del più proprio essere-per-la-fine. Tutt’altro. Heidegger lega “vita” e “morte” in seno all’essere dell’Esserci in una maniera così profonda che, scrive, «l’Esserci muore effettivamente fintanto che esiste […]8». Possibilità incondizionata, non ulteriormente rimandabile, che sfugge al controllo dell’Esserci, che è Cura. Possibilità dell’impossibile universale, non particolare. Propria dell’essere dell’Esserci, sia esso autentico o inautentico. Struttura, per concludere, ontologico-esistenziale dell’Esserci: «La constatazione che di fatto molti uomini, innanzitutto e per lo più, non sanno nulla della morte, non può essere addotta a prova che l’essere-per-la-morte non appartiene «universalmente» all’Esserci, ma vale piuttosto come la prova del fatto che l’Esserci, innanzi tutto e per lo più, copre il più proprio essere-per-la-morte fuggendo davanti ad esso.9»

 

Dovrà dunque ricercarsi il modo, sia pur esso inautentico, nel quale all’interno della quotidianità si manifesta l’essere-per-la-morte proprio dell’Esserci, che è Cura. Il morire, difatti, «quanto alla sua stessa possibilità ontologica, si fonda nella Cura.10» L’analisi dell’essere-per-la-morte e la quotidianità dell’Esserci è affidata al paragrafo immediatamente successivo, al cui approfondimento rimandiamo, almeno per il momento.


di Gianluca Palamidessi


NOTE

1Si legge dalla traduzione e dal commento della versione Chiodi-Volpi di Sein und Zeit, edita da Longanesi (Milano, 2015). Di qui in avanti l’edizione verrà indicata con la sigla SuZ.

2SuZ, p. 301.
3Cfr. § 40 di SuZ.
4SuZ, p. 301.
5Ibid.
6SuZ, p. 300.
7SuZ, p. 301.
8SuZ, p. 302.
9Ibid.
10Ibid.
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