Poesia

Obscurandum, I

Le prime due stanze di Obscurandum mettono in luce due aspetti: il primo, questo balzo felino della penna che dal nòcciolo del suo melmoso inchiostro tenta di fuoriuscire al vento per capire quanto la sua curiosità possa in realtà determinare la qualità di un momento, di un attimo che va carpito proprio nel suo punto più eclettico e disinvolto. Il secondo aspetto è molto più torbido e meno evidente; questa voglia di inabissarsi per poter comprendere la profondità dell’incertezza, che spesso determina una scelta certa o meglio, un futuro scritto con la carbonella sul palmo della mano.

Poter scorgere l’Assoluto (o fine supremo)
dentro “ un noi “, ch’è richiamo verus
in un oscuro barlume a volte,
birifrazione del nostro pensiero
tutt’altro che mera parvenza.
Anziché avvertire dentro,
come una scienza
in stato di burbero zelo, in sé,
au-delà di un’anima
com’essa al di fuori si mostra,
gli occhi del tragitto sulla strada
della conoscenza.

L’attimo, spiraglio vero e vario
che in noi si manifesta
come resultato molteplice d’idea.
L’attimo che si dilegua,
che sfuma in un baleno certo
nell’incertezza della scelta,
o poter capire il laudator tèmporis acti se puero 1
come al volgere di uno spasimo lontano.


di Fabio Strinati


NOTE

1. Laudator tèmporis acti se puero: lodatore del tempo passato. Espressione di Orazio (Ars poetica 173)

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