Filosofia, Teologia

Ogni linguaggio è storico, ma non quello della fede

DIO È MORTO
§ 4. Ogni linguaggio è storico,
ma non quello della fede

L’impresa che ci siamo proposti di portare avanti si è rivelata abissale non per difficoltà d’esposizione ma di comprensione dell’abisso stesso. La chiave è senz’altro il linguaggio, inteso qui non come «sistema di segni» ma ancor prima come fluire dell’Essere (non «casa1»). Perché non «sistema» né «casa»? Nel primo caso, il linguaggio della fede – l’unico che ci interessi in questo paragrafo – verrebbe ridotto a schematismo trascendentale. Ovvero, se la fede fosse esplicabile, in quanto linguaggio, con un «sistema di segni», si dovrebbe risalire all’origine di tali segni e alla condizione di possibilità (e pensabilità) di questi stessi segni. Vogliamo affermare, solennemente, che la fede non è un linguaggio ma è anzi, nella fede, che avviene qualcosa come il dare forma al linguaggio stesso della fede. Di modo che è questa ad «informare» il linguaggio e non questo, in quanto «sistema», a permettere le possibilità della fede stessa.

 

Vorrei tornare, a tal proposito, su quanto afferma Wittgenstein in una lezione sulla credenza religiosa: «Chiunque legga le Epistole troverà scritto: non solo non è ragionevole, ma è follia. Non solo non è ragionevole, ma non pretende di esserlo2». Solamente all’interno di una fede è possibile qualcosa come la credenza religiosa, che è però la fede stessa. Quando Lutero ci parla di un circolo Dio-fede-Dio, caratterizzando la fede come genitivo soggettivo di Dio, coglie in pieno la realtà estetica (cinetica) della fede stessa.

 

Torniamo ora brevemente sul linguaggio come «casa dell’Essere». Questo modo d’intendere il linguaggio non riguarda mai la fede. Allora, se Heidegger vede giusto formulando «casa» e non, supponiamo, «fluire», o la fede non è un linguaggio o il linguaggio della fede non è pre-visto dal linguaggio stesso. La fede è un linguaggio, ma non lo è nel senso ordinario del termine. Lo ripetiamo nuovamente: non si ha un linguaggio della fede senza che, di volta in volta, non si dia una fede che apre al linguaggio (della fede).

 

La problematicità di una tale tesi si fa forte nel momento in cui Wittgenstein, all’interno delle Ricerche filosofiche, inverte il tradizionale ordine di linguaggio e pensiero, facendo scaturire questo da quello e non quello da questo. L’uomo pensa poiché parla. Il cane non parla; dunque non pensa (non nella misura in cui il pensiero pensa se stesso, prerogativa esclusiva dell’uomo, fino a prova contraria). Ma allora, seguendo questa tesi, che ritengo corretta ed efficace, ne ricaveremo forse che l’uomo crede (nella fede) poiché parla? Crediamo che nella fede avvenga l’esatto contrario. L’uomo parla come credente (nella fede) poiché, appunto, ha fede ed è egli stesso questa fede. La fede «crea se stessa» continuamente. Non, però, con un indebito salto psicologistico quale appare primariamente in Fuerbach, ma come con un salto poetico (cioè che produce la fede) che è pro-veniente dalla fede stessa. Ha davvero senso cercare un origine3 della fede, della prima fede dalla quale di lì in avanti l’uomo affermi, nella fede, di avere fede? Cadremmo nello stesso errore nel quale cade la filosofia, ancora oggi, quando va alla ricerca di un’origine del pensiero, come se, una volta trovato (chissà come?) si dispiegasse, per così dire, il movimento del pensiero successivo all’origine. Heidegger si è ampiamente prodigato a dimostrare quale enorme errore si celi dietro la ricerca rassicurante di una causa prima4. La fede, che a chi ne è «fuori» (ovvero noi tutti, sempre sconvolti e mai coinvolti dalla fede) appare inesplicabile, si tenga per sé l’accusa di illogicità e irrazionalità, a-linguisticità primordiale, che i nemici stessi della fede gli gettano contro. Consiste proprio in questo fondamento infondato (Wittgenstein) la forza della fede. Da dove essa ricavi il suo senso è, per l’analitica esistenziale, il Dasein stesso5; per l’uomo di fede, qualcosa di sensibilmente diverso dall’esistenziale ma generico Dasein, è Dio. Dio come escatologico6 discorso (esistentivo) che si dà nella sola sfera della fede7.


di Gianluca Palamidessi


NOTE

1 Per originalità, ma anche per sapore filosofico personale, mi distanzio, almeno in questo luogo, dalla celebre formula heideggeriana di linguaggio come «casa dell’Essere», apparsa primariamente nella Lettera sull’«umanismo». Essa mi parla di una staticità dell’Essere, che è invece sempre diveniente. Non allora una casa dell’Essere sarà il linguaggio, ma un indefinito e indefinibile fluire.

2 L. Wittgenstein, Lezioni e conversazioni, pp. 148-149, ed. Adelphi (2012).

3 Senza voler necessariamente approfondire un dialogo tra filosofia e religione, è opportuno in questo luogo rilevare l’osservazione che già in Heidegger veniva brillantemente espressa a proposito della questione del comprendere come circolo vizioso. Circolo dal quale né si può né si deve uscire: «L’importante non sta nell’uscir fuori dal circolo, ma nello starvi dentro nella maniera giusta» (M. Heidegger, Essere e tempo, cit. a p. 189).

4 Cfr. M. Heidegger, Die Metaphysik als Geschichte des Seins (1941).

5 Cfr. M. Heidegger, Essere e tempo, § 57 La coscienza come chiamata della Cura.

6 Escatologico non significa “ultimo” nel senso temporale del termine. E’ ultimo nel senso di ogni volta presente.

7 Questo non deve far credere al lettore che si voglia q ui riproporre una sorta di prima e originaria teologia luterana. Ha visto bene Lutero quando ha escluso, con rabbia forse eccessiva ma comprensibile, ogni discorso metafisico dal discorso primordialmente rivelativo della fede nel Cristo crocifisso. Di qui ad eludere i sacramenti, ce ne passa. Cosa accade, infatti, nel sacramento, se non un affidarsi presenziale ed escatologico all’atto di fede?

 

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