Filosofia, Teologia

La fatticità del tempo dell’Esserci. Dramma e condizione di una fede autentica

La teologia deve rimanere al sicuro da ogni sua deriva filosofica. Se la teologia si fonde ad una qualche filosofia come studio dell’essere, è già fuori dal suo obiettivo primario, che è quello di parlare, in quanto discorso (λόγος) e non principio (Λόγος), di Dio. Non, però, oggettivando questo discorso. Quando scriviamo di Dio, l’assunzione implicita riguarda il «noi» del discorso di Dio. Quando scriviamo, qualora scrivessimo, di Dio, scriviamo in realtà della fede (che «noi» coviamo) di Dio.

Fondamentale per la fede è il linguaggio, il discorso, e non il principio. Il principio è infatti già-posto nella fede, in quanto fede in Dio. Questa premessa è necessaria per comprendere l’importanza che anche in teologia può assumere la distinzione heideggeriana tra Tatsächlichkeit (la quiddità, la mera cosalità della cosa) e Faktizität (il fatto che quella cosa c’è). Un conto è dire che Dio è, un altro è dire che Dio c’è, ora, in quanto Egli è-a-noi. Questa stessa premessa che parrebbe metodologica, viene qui assunta come fondamento ontologico rivelativo dell’ontico. Sempre Heidegger, in Essere e tempo, dichiara che l’Esserci è nella verità nel senso che fintantoché l’Esserci è si può dare qualcosa come la verità. Contrariamente a quanto farebbe presupporre una lettura superficiale di questa dichiarazione, così eminentemente fenomenologica, questo non significa che la verità abbia luogo solo perché l’Esserci ci-è, ma che è l’Esserci stesso a dis-velare la cosa stessa, mostrandola alla luce del sole, per come essa non appare, ma è. Le leggi di Newton, riprendendo la stessa argomentazione heideggeriana, portano alla luce il fenomeno, ma il fenomeno, in sé, non ha bisogno della legge di Newton per esser vero.

 

La fede, che si dà nell’Esserci, s-vela Dio. Ma questo s-velare non pone Dio al di fuori della fede, come oggetto osservabile, al contrario; questo s-velare pone Dio nella fede e per la fede. Il circolo ermeneutico della teologia si muove nel (corto)circuito fede-Dio-fede e non, come forse altrove abbiamo impropriamente affermato, Dio-fede-Dio. Come è osservabile anche da un punto di vista “grafico”, Dio viene così preservato, tenuto al caldo, dalla fede stessa. Dio non esce dalla fede e non uscendo da essa è al riparo da ogni deriva razionalistica. E se anche si volesse affermare, da fuori, che questa è follia per la scienza, ben venga; cosa è infatti la nostra fede se non follia per questo mondo?

 

Questa indicazione preliminare e necessaria ad ogni discorso autentico sulla fede cristiana, riceve ora un’ulteriore difficoltà che è nostro compito esporre: come rimanere nel mondo se la fede che andiamo “esponendo” è follia per questo mondo? L’esigenza di una fede che sia follia per questo mondo rivela in sé, già nella sua stessa formulazione, una dipendenza dal mondo che non gli è possibile eludere con la semplice supposizione, o il semplice desiderio, di un Regno di Dio come visione dell’al-di-là. Se noi possiamo pensare qualcosa come l’al-di-là è grazie al fatto che noi siamo-nel-mondo, ovvero nell’al-di-qua. Una fede autentica rimette sempre in discussione la propria stessa fede, perché essa si dà di volta in volta (escatologicamente) nel presente tetro e mondano dell’al-di-qua. L’Esserci non deve allora fuggire dinnanzi al mondo e al tempo, perché egli, in vero, è sempre già questo mondo e questo tempo che vorrebbe fuggire. La fuga dinnanzi al tempo non rivela tanto che l’Esserci è eterno ma che, anzi, l’Esserci è il suo stesso tempo. Se l’Esserci, attraverso l’assunzione indebita che, proprio perché pensa l’eternità, “egli” è per l’eternità e non è temporale, se questo Esserci pensasse di porre la propria condizione ancorata al tempo come lontana da esso, non avrebbe bisogno della fede. Il bisogno di una fede (che in quanto bisogno è sempre autentico), questo sì, rivela all’Esserci che il suo essere non vuole radicarsi nel tempo. Ma proprio in quanto l’Esserci sente questa radicazione come pressante e angosciante (la malattia mortale di Kierkegaard), prendere per autentica la propria fede significa, nella fede, di volta in volta, assumere la propria esistenza (dell’ora) come rimessa alla fede stessa. Non si danno, cioè, conclusioni di fede. Qualcosa come il dogma si dà nella fede, e si dà ogni volta che noi crediamo che il dogma sia vero. L’unica conclusione di fede è la fede stessa.

di Gianluca Palamidessi


BIBLIOGRAFIA

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