Filosofia

La necessità di un ritorno alla questione dell’Esserci. Contro la filosofia dell’animalità

Lo scopo di questo paragrafo non è immediatamente costruttivo, ma primariamente distruttivo. Attraverso la critica di un certo modo di pensare, si vuole aprire il campo ad un’indagine ben più articolata, che sarà compito e missione di questo libro portare alla luce nelle sue linee fondamentali. Non è intenzione di questo paragrafo entrare nel dettaglio delle singole «posizioni» prese dalla filosofia occidentale rispetto al dibattito sull’animale e l’animalità. Sarà sufficiente un resoconto formale delle suddette posizioni, in quanto ciò in cui esse mancano costantemente è ciò che esse stesse non possono mai vedere, cieche come sono nella loro insensata battaglia. La questione dell’animalità, per come viene a strutturarsi – o a de-strutturarsi – da Derrida in poi, è molto complessa, ampia nella sua letteratura primaria come in quella secondaria. Per l’intento polemico di questo paragrafo, si chiede al lettore di seguire il fondamento del discorso e del pensiero sull’animalità per come viene a configurarsi in Derrida. I seguaci di questo filosofo, per il poco che mi è parso di leggere1, hanno sostanzialmente implementato un pensiero che, pur nel suo interesse globale, mi pare partire da un fondamento, quel fondamento, che qui si vuole criticare.

Il processo di distruzione della metafisica occidentale, brillantemente iniziato da Nietzsche prima e da Heidegger poi, trova in Derrida un terreno fertile e per certi versi geniale, ma fondamentalmente errato riguardo ai punti di partenza del discorso globale. La questione è quella dell’animalità. Ciò che Derrida critica a Martin Heidegger è di aver sì aperto il campo all’indagine sull’animale per come esso si rivela in sé, ma di non aver saputo cogliere questo spunto filosofico e metodologico ai fini di un oltrepassamento radicale e definitivo dell’antropocentrismo. In breve: Heidegger, che vorrebbe parlare dell’animale fuori da una prospettiva umano-centrica, non fa che ricadere in quell’umano-centrismo da cui voleva tirarsi fuori. Una critica di questo tenore non è però in grado, crediamo, di risalire la corrente del complesso discorso heideggeriano, fermandosi piuttosto ai singoli passi e ai singoli momenti di quel pensiero, eludendone così la compattezza di fondo, geniale e in se stessa dis-velativa di quell’essere di cui sempre, l’autore, parla e non parla.

Ma al di là del discorso heideggeriano, sul quale ritorneremo, estrema e non condivisibile è per Derrida la tesi che Heidegger espone nei Concetti fondamentali della Metafisica, tesi per la quale all’essere dell’Esserci umano quale essere-nel-mondo si contrapporrebbero l’esser-povero-di-mondo dell’animale e l’esser-privo-di-mondo dell’ente distinto sia dall’animale che dall’uomo, quale per esempio può essere la pietra. Quello che mi interessa sottolineare non è tanto la tesi heideggeriana, che mi sento di condividere, quanto ciò che ha mosso, preliminarmente, una tale tesi. Che Heidegger volesse sorpassare il soggettivismo occidentale, antropocentrico e metafisico, non ci autorizza a concludere che il filosofo tedesco dovesse andare in direzione dell’animale, movimento, questo, che invece pare essere cruciale in Deleuze e Guattari2. Ciò che ha inquietato l’animo di chi scrive è un’ovvietà che, proprio in quanto ovvia (come insegna lo stesso Heidegger), potrebbe rivelarne l’enorme incomprensione di fondo; che motivo avrebbe l’Esserci di uscire dal proprio essere? Se l’essere dell’Esserci è la Cura, e se interno alla Cura è il discorso e il linguaggio, per quale assurdo motivo l’Esserci dovrebbe virare verso l’animalità? Che l’animale sia privo di linguaggio o che l’animale comunichi in qualche modo non ci interessa, perché condizione di una tale indagine è il riconoscimento previo dell’ente che pone la domanda stessa sul che e sul come dell’animale, ovvero l’Esserci. Che l’animale possa essere pieno-di-mondo, come forse Derrida vorrebbe concludere, non interessa l’equivoco che fa da sfondo all’intero discorso, perché il discorso stesso è viziato primariamente dall’assunzione, tutt’altro che implicita, che un superamento dell’antropocentrismo obblighi l’Esserci ad uscire da se stesso.

L’antropocentrismo è da intendersi come pensiero dell’antropocentrismo e non come carattere d’essere dell’Esserci. L’Esserci è l’Esserci. Un’uscita dell’Esserci dall’Esserci stesso ricorda molto da vicino le battaglie che in questo secolo si è soliti combattere, a favore cioè di un Esserci che costantemente è libero di liberarsi del proprio essere-Esserci, nei modi della sessualità come della rinuncia alla vita. Non è un caso che al discorso sull’animalità si affaccino le questioni, non minori ma non necessariamente connesse, del veganismo e dell’attivismo politico in favore degli animali (di cui lo stesso Derrida, peraltro, costituisce una testimonianza importante).

E se questo stesso Esserci, proprio in questa “esigenza” (qualora sia tale), rivelasse l’impotenza sua propria ad uscire dal proprio circuito di linguaggio che lo forma e informa in quanto Esserci umano?

Allora la questione sull’animale, se vuole essere fruttuosa, e il fatto che essa interessi oggi primariamente la filosofia dà l’idea della povertà d’orizzonte di pensiero entro la quale essa si muove da ormai più di mezzo secolo, deve prendere innanzitutto le mosse dal modo in cui l’Esserci, primariamente, vede o può vedere l’animale, l’altro. Ma se si salta questa fase, metafisica nel senso rigoroso del termine, una anche possibile distruzione della metafisica nel senso heideggeriano e nietzschiano non solo è sterile, ma addirittura illecita. Intendiamo porre la seguente domanda: perché per parlare dell’animale si deve andare al di là dell’uomo? Non è questa stessa forzatura filosofica (perché di questo si tratta) a rivelare la malafede di un tale discorso? Infine, chi ha stabilito che dell’uomo già-si-è-detto a sufficienza? Lungi dall’intento di questo libro di rivelarsi antropocentrico, semmai teocentrico, ci si chiede però se sia legittimo nascondere la domanda sull’Esserci quale ormai passata e decaduta. Non è forse da un tale decadimento dell’Esserci umano che oggi, più di ieri, s’impone alla filosofia il recupero di una questione cruciale, la questione previa della filosofia, caduta ormai nel disuso e nella pigrizia, nell’oblio direbbe Heidegger, quella cioè riguardante l’Esserci stesso, alla luce della sua perdizione post-moderna? E soprattutto, può la ripresa di una tale questione rivelarsi come non-antropocentrica? Per rispondere a queste domande sarà necessaria un’analisi che guardando al passato dell’Esserci in quanto Storico, si proietti ad un suo possibile «di là», se è vero che, sempre con Heidegger, provenienza è futuro.


NOTE

1M. Calarco, Zoografie, ed. Mimesis (Milano-Udine, 2012).

2M. Calarco, Zoografie, p. 47.

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