Filosofia

Introduzione al “Parmenide” di Martin Heidegger

Il «pensato» del pensiero di Parmenide e di Eraclito [540/460 a. C.] è ciò che Heidegger, nel corso delle lezioni tenute all’Università di Friburgo nel semestre invernale del 1942/1943, qui si propone di indagare. Come avverte Franco Volpi, curatore dell’edizione italiana di nostro riferimento, il corso si rivela essere prevalentemente (se non del tutto) rivolto a Parmenide, che assieme ad Anassimandro ed Eraclito, appunto, rappresenta uno dei cosiddetti «pensatori iniziali». Vedremo in che senso si può e si deve parlare di «inizio» a proposito di questi filosofi primordiali. Al momento ci basta osservare che l’«inizio», così inteso, si oppone, in quanto tale, alla «fine» del pensiero «esperide» (ted. Abendländisch).

Quel che dobbiamo comprendere è, primariamente, l’«inizio» (ted. Anfang) – della storia del pensiero occidentale. Ciò che precede, ovvero l’«iniziale» (ted. das Anfängliche), è ciò che, nell’ambito della storia essenziale, «giunge da ultimo» [1]. Questa frase, che per il pensiero abituato al calcolo appare una contraddizione, cela in sé un conoscere originario. Heidegger elude, per il momento, una trattazione specifica del problema. Riflettiamo però su di essa costantemente. «Pensiero» indica «il fatto che un pensatore è, che dice la sua parola, e che nel far ciò fonda una dimora per la verità in seno a un’umanità storica» [2].

Si dovrà ascoltare il «dire» di questi pensatori. Il conoscere filosofico non è della specie di ascolto (appropriante) della scienza obiettivante. Quest’ultima non mira a s-velare l’ente, ma a superarlo in vista di un suo proprio uso, a suo proprio piacimento. L’ascolto essenziale, invece, arretra di fronte all’essere. Il «sapere» così inteso non è il tecnico «essere in grado di», ma un «pre-disporsi» [3] all’ascolto di ciò che è detto. Il timoroso e venerabile «rispetto» dinnanzi all’ascolto predilige questo «conoscere».

Torniamo all’«inizio». L’inizio non è l’esordio. L’esordio è storico, è Historie. L’inizio è istoriale, è Geschichte. L’inizio così inteso non deve far pensare all’«inizio di qualcosa», ma all’«inizialmente» immacolato pensiero pensato dai pensatori iniziali. Che il pensatore sia «iniziale» vuol dire che egli è «iniziato». Da cosa? L’inizio è ciò che nel loro pensiero è pensato (passività che produce). «I pensatori sono coloro che vengono iniziati-catturati dall’inizio-cattura (ted. die vom An-fang An-gefangenen» [4].

Ora, com’è noto, il grande tema del “Parmenide” è quello riguardante la verità. Ma per ascoltare il suono autentico di questa «verità», viene imposto al pensare odierno il ripensare (al) greco dell’ἀλήθεια. Traduciamo ἀ-λήθεια con il tedesco Un-verborgenheit, s-velatezza. Ma una parola ulteriore si presta a questo tradurre, tradurre per il quale dobbiamo pensare allo «svelare» greco e parmenideo: Entbergung, svelamento. La traduzione letterale di ἀ-λήθεια è Un-verbergung, non-velamento.

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Vincent van Gogh, “Un paio di scarpe” (1886)

Nella svelatezza domina un «conflitto» (ted. Streit) tra negatività e positività. Ma questo conflitto non lo troviamo forse anche nella contesa tra terra (ted. die Erde) e mondo (ted. die Welt) proprio dell’opera d’arte? E non è forse l’(opera d’)arte l’accadere e il divenire della verità? Sì. Heidegger lo diceva ne “L’origine dell’opera d’arte”: «Die Kunst ist ein Geschehen und Werden der Wahrheit» [5]. Che l’ἀλήθεια si dia primariamente nell’arte è un pensiero sul quale dovremo ritornare.

Tornando al nostro testo, si fa qui evidente un problema che assilla la filosofia di Heidegger e che, proprio per ciò, la rende così profonda – per difficoltà e per genio. Se si dà l’esigenza di ripensare il pensiero iniziale, si deve riprendere il linguaggio dal quale quel pensiero si è originato, e nel quale sempre si è mosso. Il linguaggio, ora, è quello greco (antico). La traduzione, il tradurre (ted. das Übersetzen), non deve perciò limitarsi a riportare il senso di un vocabolo greco nel segno di un vocabolo tedesco (e, per noi, italiano). Un ascolto autentico della parola parmenidea precede, intenzionalmente, un tradurre così inteso (cioè comunemente inteso). Il tradurre dovrà essere continuamente ripensato, al fine di non renderlo un’operazione meramente filologica (un capriccio intellettuale).

Dire «Wörter» non è lo stesso che dire «Worte». Parlare di «vocaboli» non è lo stesso che parlare di «parole». Il vocabolo «sta» (per), la parola «dice» (se stessa). Ma non è forse dallo studio dei vocaboli che penetriamo l’essenza delle parole? La conoscenza dei vocaboli non garantisce, avverte Heidegger, la comprensione delle parole. Postilla: senza il vocabolo, la parola è visivamente preclusa. Ma è forse precluso il pensare della parola, in assenza del vocabolo? Sì e no. Sì, perché ogni vocabolo «dice» la parola. No, perché è la parola che «sta sopra» il vocabolo, pensandolo.

Ciò che resta velato nella ἀλήθεια va pensato sì come «velatezza», ma anche come «custodia»:

simile alla sorgente, che sgorga solo in quanto già custodisce. [6]

Or, l’alfa è qui «privativa»; ci «dice» che l’essenza greca della «verità» è una privazione. Pensare questa privazione non deve indurci nell’errore di considerarla come «negatività». Anzi, essendo questa negatività (l’alfa) ciò che «porta alla luce» (ted. hervorbringt) l’ente, liberandolo dall’oblio (ted. verbergung), essa (la negatività) va pensata come «essenziale» al mostrarsi della verità, in quanto ἀλήθεια, svelatezza, Unverborgenheit.


NOTE

[1]. M. Heidegger, Parmenide, ed. Adelphi, Milano 2005, p. 32.

[2]. M. Heidegger, Parmenide, p. 39.

[3]. Il termine, tra virgolette, non è heideggeriano, né è una traduzione forbita di un qualche termine tedesco utilizzato da Heidegger; è invece un termine che qui si è voluto inventare, nella forma grafica sì compiuta, per dar duplice rilevanza al «pre» che dispone all’ascolto, disposizione che è un porre se stessi sempre di nuovo.

[4]. M. Heidegger, Parmenide, p. 41.

[5]. M. Heidegger, L’origine dell’opera d’arte, G. Zaccaria-I. De Gennaro (a cura di), ed. Christian Marinotti, Milano 2012, p. 118.

[6]. M. Heidegger, Parmenide, p. 53.

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