Filosofia

La sepoltura dell’ἀλήθεια sotto le rovine romane della certitudo

Una questione che potrebbe essere superficialmente ridotta a «questione terminologica» assume nel Parmenide di Heidegger un’urgenza tanto impellente da riguardare, al contrario, la «storia “mondiale” europea dell’età moderna» [1]. Com’è ovvio, il paragrafo che qui vi presentiamo non ha (né può avere) la pretesa di essere esauriente. Quello che faremo sarà percorrere i passaggi logici attraverso i quali, con una sicurezza che potrebbe destare scalpore, Heidegger arriva ad affermare, infine: «la veritas romana è diventata la “giustizia” della volontà di potenza» [2], con chiaro riferimento a Friedrich Nietzsche, «con il cui pensiero la metafisica occidentale raggiunge il suo culmine» [3].

Per capire dove l’ἀλήθεια, secondo Heidegger, muta la propria essenza, è fondamentale capire il nesso che con Platone, ma soprattutto con Aristotele, viene istituito tra «ἀληθεύειν» (è il comportamento disvelante dell’uomo che si attiene allo svelato in quanto tale) e «ὁμοίωσις» (il convenire del dire disvelante con ciò che è svelato). Pur rimanendo all’interno della svelatezza greca, è già in questo nesso che il pensiero greco inizia a contaminare l’essenza della verità. Aristotele rimanda il vero, in quanto svelato, all’atto del disvelare. E visto che siamo giunti al «dire» (l’atto del disvelare che si dà nell’asserzione), è bene specificare questo «dire» in quanto dire retto, il dire giustamente lo svelato in quanto tale; «adeguazione» (lat. Adaequatio, ted. Angleichung). La celebre definizione che ci ha tramandato l’Alto Medioevo della veritas in quanto adaequatio intellectus ad rem non è dunque primariamente latina (romano-cattolica), ma originariamente greco-aristotelica. Quest’ultima grecità non è però quella primordiale, o meglio «iniziale», del pensiero greco, e della triade Anassimandro-Eraclito-Parmenide in particolare, ma è quella di Platone ed Aristotele, che è già primariamente metafisica.

La verità è d’ora in poi pensata come correttezza del pensiero (e del «dire» del pensiero) alla cosa (vera): «L’intero pensiero occidentale da Platone a Nietzsche pensa nel senso di questa delimitazione dell’essenza della verità in quanto correttezza» [4]. Citando il «pensiero» abbiamo già annunciato l’altro tassello che servirà alla Scolastica – e poi a Cartesio, nelle Meditationes de prima philosophia, e a Kant, con la Critica della ragion pura – per la formulazione della veritas in quanto adaequatio: la ratio: «la ratio è una facultas animi, una facoltà dell’animo umano, il cui actus ha luogo all’interno dell’uomo. Distinta dalla ratio è la res, la cosa. E’ a quest’ultima che, nella rectitudo in quanto adaequatio, ci si deve adeguare» [5]. Il verum diviene così il certum. Il pensiero primordiale della verità in quanto s-velatezza è ora sepolto sotto la rovina (romana) della certitudo; come appare, a questo punto, la verità? Non come s-velatezza, ma come adaequatio. E’ posta la condizione della domanda kantiana sulla condizione di possibilità della conoscibilità dell’ente (della res), ma non più attraverso la svelatezza bensì attraverso l’azione dello svelare, che è propria dell’uomo. La domanda sulla verità diventa la domanda sull’uomo, e il senso della s-velatezza è perso del tutto. Pensare allora la negatività all’interno della certitudo appare un’impresa non solo inutile, ma errata. E lo è sul fondamento dell’opposizione del falsum (in quanto «fallĕre» latino, ingannare e raggirare asservendo) al verum, opposizione propria dell’imperium romano (è ciò che fa dire ai fratelli Grimm che il falsch tedesco non è «tedesco», ma romano). Ecco allora che il falsum è pensato in opposizione al verum, pur essendo, essenzialmente, e il verum e il falsum del pensiero primordiale (dunque l’ἀλήθεια e lo ψεῦδος, correttamente scritti) intimamente legati. Il «celarsi» del λανθάνω è ciò con cui combatte, fin dal sorgere del pensiero primordiale, l’alfa privativum della ἀ-λήθεια, così veniente alla luce come «verità». Al conflitto proprio della verità si sostituisce il superficiale iudicium dell’asserzione.

[…] l’essenza del dire e dell’asserire non è più il λόγος greco, l’ἀποφαίνεσθαι, il far apparire lo svelato. L’essenza del dire è il romano iudicium, ovvero il dire ciò che è retto, il cogliere il retto con sicurezza [6].

Il non-vero diviene così il falso inteso come erroneo (come erroneo è lo «scorretto» uso della ragione). Ma questo falso è di tutt’altra specie rispetto al non-vero della grecità primordiale. La ratio si eleva a medium di veritas. Lo stesso accade nella volontà di potenza nietzscheiana: «[…] Nietzsche […] fonda l’essenza della verità sulla sicurezza e sulla “giustizia” (ted. Gerechtigkeit)» [7]. Il vero è il retto (ted. das Rechte), ovvero il giusto (das Gerechte). Veritas è certitudo [8].

La veritas romana è diventata la «giustizia» della volontà di potenza. L’anello, nella storia essenziale della verità esperita metafisicamente, si è chiuso. Eppure fuori dall’anello è rimasta l’ἀλήθεια. Entro il dominio della veritas occidentale il suo ambito essenziale si è come estinto [9].


NOTE

[1] M. Heidegger, Parmenide, ed. Adelphi, Milano 2005, p. 112.

[2] M. Heidegger, Parmenide, p. 113.

[3] M. Heidegger, Parmenide, p. 112.

[4] M. Heidegger, Parmenide, p. 108.

[5]5 M. Heidegger, Parmenide, p. 109.

[6] M. Heidegger, Parmenide, p. 111.

[7] M. Heidegger, Parmenide, p. 112.

[8] Il fenomeno è tanto più curioso se si considera, come Heidegger brillantemente osserva, che il latino arcaico traduce veru con porta, mentre il tedesco arcaico traduce das Wehr (la stessa radice presente in die Wahrheit, «la verità») con barriera.

[9] M. Heidegger, Parmenide, p. 113.

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