Filosofia, Poesia

Commento a Todes-Erfahrung, di R.M. Rilke

[1]

Spiegare il significato di una poesia, quantunque fosse possibile, negherebbe la poesia stessa. Il racconto non è mai all’altezza della visione. Ma la dizione poetica è essa stessa la visione. Eppure, ci siamo dimenticati il reale significato del «vedere». L’osservazione teleologica dell’«ente», oscurando il puro e semplice vedere, «vela» il visto coprendolo di pensieri. Lo copre, cioè, di vane parole. Per non commettere l’errore di chi «commenta» l’ente poetico, limitiamoci a meditare e a sentire la poesia di Rilke nel suo originale tedesco. Allora, ci verrà forse offerta la possibilità non di tra-durre il poetato ma di muoverci insieme ad esso. Non diremo mai: “qui il poeta dice…”, perché il di lui «detto» – der Dichter è il poeta, das Gedicht è il destino poetante, la poesia – è ciò che, propriamente, la poesia dice «già» – non appena la si dica.

Wir wissen nichts von diesem Hingehn, das

nicht mit uns teilt. Wir haben keinen Grund

Bewunderung und Liebe oder Haß

dem Tod zu zeigen, den ein Maskenmund

tragischer Klage wunderlich entstellt.

Noch ist die Welt voll Rollen, die wir spielen.

Solang wir sorgen, ob wir auch gefielen,

spielt auch der Tod, obwohl er nicht gefällt.

Concentriamo il nostro meditare sui primi due versi del poeta Rilke. In una traduzione che ha il mero scopo di avvicinare il lettore inesperto del tedesco alla madre lingua italiana, ascoltiamo di lontano: «Noi non sappiamo questo svanire, che non accade a noi». Non «ci» accade. Questo ci riporta alla memoria il celebre Sein-zum-Tode heideggeriano. Qui non si sta parlando della morte «biologica» dell’Esserci, bensì della sua morte «esistenziale».

Non è possibile esperire la morte biologica del proprio ci. L’anticipazione della morte non rimane però nemmeno, per Rilke, al pensiero puro della possibilità anticipante. Lo svanire che negli «altri» vediamo accadere, non è «ancora», né «mai», il nostro svanire. Quand’essa, la Morte, sopraggiunga, ecco che l’Esserci non può più esperirla. Fintantoché ascoltiamo questo poetare, la Morte è lontana da noi. E allora il titolo della poesia, Todes-Erfahrung, lett. Esperienza della Morte, non vuole significa l’esperire dell’ente che possiamo «toccare», ma pur sempre un esperire dell’ente spirituale che possiamo solamente «sentire». Prosegue Rilke: «Noi siam privi di fondamento, ammirazione e amore o odio da mostrare alla Morte, la cui bocca una maschera di tragico lamento stranamente sfigura». Ciò che «stranamente sfigura» è ciò che, fuori dall’ordinario, agisce pur sempre nell’ordinario. Si muore ogni giorno. All’ordine del giorno, per così dire, è la morte. Il poeta ci permette di farcene un’immagine ben definita. Quest’immagine è da noi immaginata al modo della maschera della tragedia greca.

La «maschera» (Masken) che entra in scena precipita l’ascolto in un vedere teatrale. Θέατρον è il luogo in cui si assiste (Θεάω), il teatro. Rilke conclude negli ultimi due versi della seconda quartina: «Fino a quando ci curiamo se a noi (così) piaccia, recita anche la Morte, benché spiaccia». Ecco il tragico vero e proprio. Il destino istoriale dell’uomo è la Morte. Morte dell’Esserci, dell’Esserci istoriale e storico, morte che è perno fondante del destino occidentale – lo è, perlomeno, dalla venuta di Cristo in avanti, fino ad oggi, era del nichilismo assoluto. L’uomo, che vive, è destinato al morire. Ecco il crudele destino che l’Esserci deve porre in seno al proprio essere, obwohl er nicht gefällt. Torniamo al poetare del poeta.

Doch als du gingst, da branch in diese Bühne

ein streifen Wirklichkeit durch jenen Spalt

durch den du hingingst: Grün wirklicher Grüne,

wirklicher Sonnenschein, wirklicher Wald.

Wir spielen weiter. Bang und schwer Erlerntes

hersagend und Gebärden dann und wann

aufhebend; aber dein von uns entferntes,

aus unserm Stück entrücktes Dasein kann

uns manchmal überkommen, wie ein Wissen

von jener Wirklichkeit sich niedersenkend,

so daß wir eine Weile hingerissen

das Leben spielen, nicht an Beifall denkend.

Dal nascondimento, dall’uscita di scena (gehen) della morte, ecco che non la vita ma la vitalità torna protagonista della scena poetante: Grün wirklicher Grüne, wirklicher Sonnenschein, wirklicher Wald. Cos’è la vitalità, oltre che vitale? Vera. Il verde è vero verde, il Sole è vero Sole (wirklicher Sonnenschein), il bosco è vero bosco. Ma ecco che del copione (Stück) nostro l’esistenza (Dasein), che nella Morte è eterna, ci viene sottratta (entrücken), strappata via. Ed ecco che nel valzer teatrale nel quale noi stessi recitiamo vivendo (das Leben spielen), per un attimo soltanto, se ci è dato quell’attimo, interrompiamo il solito scenario, delegando il plauso [2] (Beifall) semplicemente non pensandoci. Plauso assente in presenza del morire.


NOTE

[1]. Si riporta dall’ed. Einaudi a cura Andreina Lavagetto, R.M. Rilke, Poesie (1907-1926), pp. 67-69.

[2]. Si pensi al celebre “Si” heideggeriano, che guida come dall’alto le nostre esistenze. Non ha nome, né forma. Ed è questa, precisamente, la sua forza.

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