Filosofia, Scienza

Tecnica e λήθη nella scrittura a macchina

Per una bizzarra traiettoria tracciata dalla metafisica occidentale, lo «scandalo» che l’invenzione della scrittura provoca Platone [1] del Fedro diviene in Heidegger, specie in merito alla più vasta riflessione sulla «tecnica» già presente nel Parmenide, il luogo privilegiato [2] della dimenticanza e dell’oblio (λήθη) pensati con il pensare greco. Il quale pensare sempre pensa, ad un tempo, verità e parola.

Rispetto all’ascolto dell’essere proprio dei Greci, l’uomo nuovo (del «tempo nuovo», ted. Neuzeit) esperisce costantemente l’«appropriazione» dell’ente, al punto che «riflessione», «pensiero» e «filosofia» vengono percepite, indistintamente, come «perdite di tempo» (rispetto al tempo «ben speso», che appropriandosi dell’ente lo rivende al miglior offerente). Un tale paradosso è reso ancora più ridicolo se si pensa al fatto che il «tempo» è il pensato del pensiero; il pensare stesso.

Ciò che caratterizza l’uomo moderno è primariamente l’appropriazione dell’ente. Quest’ansia del «tutto e subito» non vela semplicemente la verità, che è invece tale perché pazientemente «svelata», ma l’uomo stesso. La dimenticanza pensata in modo greco non è qualcosa che riguarda solamente «il soggetto», ma la nube che, velando l’ente, vela l’Esserci:

Pudore, che predispone al mormorare, getta all’uomo il fiore dell’essenza e la gioia; ma sopraggiunge talvolta anche la nube priva di segni del velamento e trae in disparte la via delle azioni che procede diritta, fuori dall’avvedutezza dello svelato [3].

La voce che il telefono «dà ad ascoltare» è come quella di chiunque altro. Quella distanza che il computer «tende ad annullare» vela, da sé, la reale distanza che, a sé celata, diviene ancora più distante.

Nel paragrafo che stiamo analizzando, si fa riferimento al Parmenide di Heidegger. Il pensatore tedesco salta dalla tecnica alla scrittura in poche righe. Il medium che permette un tale salto è rappresentato dalla «macchina».

Cos’è la scrittura? È il «luogo» dove abita il segno, dove abita il tratto e risiede la grafia: «La “storia” del modo di scrivere è una delle ragioni principali della crescente distruzione della parola, la quale va e viene non più tramite la mano che scrive e propriamente agisce, bensì tramite la sua impressione meccanica. La macchina per scrivere strappa la scrittura all’ambito essenziale della mano, cioè della parola, che diviene essa stessa qualcosa di “battuto a macchina”» [4].

Quel che la macchina «strappa» all’essere è la mano che scrive, che traccia, che erra [5] – si pensi qui ai correttori automatici, che «salvano» dall’inconveniente dell’errore. Ma anche ai trascrittori automatici, propri dei cellulari più moderni, che «anticipano» la trascrizione della parola «suggerendo» allo scrittore il vocabolo più opportuno.

Violando alla mano l’essenza della parola scritta, la macchina livella i diversi «stili» grafici dello scrivere: «La scrittura a macchina destituisce dal suo rango nell’ambito della parola scritta e degrada la parola a mero veicolo di trasporto. Inoltre, la scrittura a macchina offre il vantaggio di nascondere la grafia e con essa il carattere. Nella scrittura a macchina tutti gli uomini sembrano uguali» [6].

L’uomo ha dimenticato la «correttezza» del carattere grafico. Non è più necessario saper scrivere, perché lo scrivere stesso è divenuto un esercizio riparatorio. Scrivere «aiuta», mormora il Si. Scrivere «il proprio diario» è un’attività che «ci fa crescere». Ma è lontano da noi l’inizio esperito dallo scrivere greco, dello scrivere egiziano ed ebraico, su tavoletta, argilla e pergamena. Lontano da noi, ultimi venuti, è lo scrivere in quanto esperienza originaria, traccia nel terreno che segna il confine. Scrittura che divide, che genera guerre e stipula alleanze. Scrittura col sangue, scrittura che scava. Allontanandosi dalla fatica e dall’azione dello «scrivere», l’uomo si è lentamente trasformato in un animale non solo «tecnico» ma de-finito dalla tecnica.


NOTE

[1]. Platone, Fedro, 274e, cit. in M. Vegetti, Quindici lezioni su Platone, ed. Einaudi, Torino 2003, p. 55: «La scrittura indurrà l’oblio nelle anime di chi apprende».

[2]. M. Heidegger, Parmenide, ed. Adelphi, Milano 2005, p. 167: «La λήθη e la macchina per scrivere: senza dubbio non c’è qui alcuna deviazione rispetto al tema, almeno per colui che non si è inabissato nella dimenticanza dell’essere».

[3]. Pindaro, Olimpiche, VII, vv. 43 sgg., in M. Heidegger, Parmenide, pp. 146-147.

[4]. M. Heidegger, Parmenide, p. 156.

[5]. Errare è, primariamente, il «vagare senza meta certa». L’utilizzo dell’errare come errore che è da «evitare» è proprio della modernità che si appropria dell’ente, e del «vero», per rimetterlo alle dipendenze bestiali del soggetto.

[6]. M. Heidegger, Parmenide, p. 157.

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