Filosofia

Cosa significa “Trascendentale”?

L’obiettivo di questo breve articolo è quello di mostrare, attraverso l’ausilio fondamentale, ed unico, del Dizionario di Filosofia [1] a cura di Abbagnano-Fornero, la storia filosofica, e cioè del significato filosofico, del termine Trascendentale, al fine di liberare il campo da errori terminologici, e filosofici, grossolani.

L’idea di scrivere questo articolo nasce, nel sottoscritto, da un primo approccio alla Fenomenologia di Edmund Husserl e, tematica ad essa connessa ma solo per via trasversale, alla Teologia di Romano Guardini.

Il termine, in lat. Transcendentalis, in ted. Transzendental, inizia a circolare già con Tommaso d’Aquino, trovando una sua diffusione a partire dal secolo XIV, e passando anche per Lorenzo Valla (Dialecticae disputationes, I, 1). Per Tommaso, i trascendentali, o trascendenti, sono definiti come quelle proprietà

«che si aggiungono all’ente in quanto esprimono un modo di esso che non viene espresso dal nome dell’ente [2]».

Tommaso, nel De Veritate, q. 1, a. 1, enumera sei trascendentali: ensresunumaliquidbonumverum.

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Francisco de Zurbarán, Apoteosi di san Tommaso d’Aquino, 1631; Museo de Bellas Artes, Sevilla

La definizione di trascendentale che dà Tommaso è quella che per più tempo rimarrà in uso, e sarà utilizzata da importanti nomi del pensiero occidentale, quali Campanella, Bruno, Bacone, Spinoza, Berkeley, per non citarne che alcuni. Pur connettendosi a questa tradizione di pensiero, Kant se ne distanzia, e nella nuova assunzione del termine consiste forse la vera grande idea del filosofo tedesco.

Per Kant, il vecchio concetto di trascendentale, quello del Tommaso di cui sopra, per intenderci, pecca nella misura in cui a) fa del t. un semplice concetto logico-formale, b) considerandolo come proprietà delle cose in se stesse. Kant, com’è noto, sposta il piano del t. dall’oggetto (dalla cosa in sé) al soggetto (a chi pensa la cosa). Il concetto di t. kantiano consiste dunque a) nel considerare il t. come condizione di possibilità della cosa, come concetto a priori o categoria e b) nel considerare la cosa, di cui il t. costituisce la condizione, non come «cosa in sé» ma come fenomeno.

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I. Kant, Kritik der reinen Vernunft, 1781; ed. originale

Nonostante le contraddizioni a cui pure il pensiero di Kant va incontro nel definire il trascendentale, laddove non è chiaro se Kant intenda solo la condizione di conoscibilità della cosa o, più radicalmente, ciò che è indipendente dall’esperienza, possiamo così sintetizzare la sua idea di trascendentale come segue:

«Chiamo trascendentale ogni conoscenza che si occupa, non degli oggetti ma del nostro modo di conoscere gli oggetti, in quanto è possibile a priori [3]».

Il termine fu poi ripreso da Fichte per designare, con maggiore radicalità, se possibile, la dottrina della scienza nella quale tutti gli elementi rientrano nell’Io cioè nella coscienza:

«Questa scienza non è trascendente, ma resta trascendentale nelle sue più intime profondità [4]».

Pur conservando, anche in Husserl, un senso idealistico, il termine trascendentale designa per quest’ultimo un preciso modus agendi, quello dell’esperienza fenomenologica:

«Nella riflessione fenomenologica trascendentale, noi lasciamo il terreno empirico, praticando l’epoché universale quanto alla esistenza o non esistenza del mondo. Si può dire che l’esperienza così modificata, l’esperienza trascendentale consiste in questo: noi esaminiamo il cogito trascendentalmente ridotto e lo descriviamo senza effettuare in più la posizione di esistenza naturale implicita nella percezione spontanea [5]».

Per Heidegger, infine, e a differenza del maestro Husserl, trascendentale ha senso oggettivo perché designa il manifestarsi dell’essere nel suo essere trascendentale (così, perlomeno, lo Heidegger di Essere e Tempo. Per le nostre future ricerche su Husserl e la Fenomenologia sarà bene tenere presente la definizione husserliana di cui sopra.


In copertina, Edmund Husserl.


NOTE

[1] N. Abbagnano, Dizionario di Filosofia, ed. UTET, Torino 2013 (terza edizione aggiornata e ampliata da G. Fornero).

[2] Cit. da N. Abbagnano, Dizionario di Filosofia, p. 1117.

[3] I. Kant, Critica della Ragion Pura, Intr., VII, cit. da N. Abbagnano, Dizionario di Filosofia, p. 1117.

[4] J. G. Fichte, Wissenschaftslehre, § 5, II, cit. da N. Abbagnano, Dizionario di Filosofia, p. 1118.

[5] E. Husserl, Meditazioni cartesiane, § 15, cit. da N. Abbagnano, Dizionario di Filosofia, p. 1118.

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