Filosofia, Teologia

Ribrezzo della morte, fine della religione e noncuranza del sacro

La mia generazione vive un dilemma di cui la teologia attuale non si è ancora resa conto: la morte. L’educazione cattolica che molti dei nostri genitori ha ricevuto, per quanto post-conciliare e, in quanto tale, già inserita sull’onda lunga di questo enorme problema, ci parla di un uomo che è vero uomo e vero Dio, Gesù di Nazareth. Ci parla della sua vita, dei suoi miracoli, delle sue gesta e delle sue parole. Infine, ci parla della sua morte e della sua resurrezione. Ma anche qui lo fa in un modo tale che il dramma del Cristo sulla croce, il dramma di Maria ai piedi della stessa, le lacrime degli apostoli per la perdita del loro amico, tutto ciò che insomma c’è di più tremendo e vicino all’abisso esistenziale ci viene come risparmiato. Si deve sapere ch’egli è risorto, senz’altro. Che Maria è stata assunta in cielo, e che Pietro, suo discepolo, è santo e veglia sulla Chiesa dall’inizio della di Lei storia. Tutto questo è vero, ma incompleto. Perché, come insegna Romano Guardini nella sua filosofia del vivente concreto, gli opposti si devono mantenere affinché vengano alla luce nella loro pienezza (è la celebre dottrina dell’opposizione polare). Se Cristo è risorto è perché è morto. Non è che noi siam vivi, e poi incappiamo semplicemente nella morte; se noi siam vivi, sappiamo di dover morire. E se siamo morti è perché abbiamo vissuto. I nostri genitori vivono ancora, seppur in maniera già meno accentuata, l’idea della morte. Ma già per loro la morte è qualcosa di non immediatamente riconducibile al sacro. La ripresa economica del dopo guerra e il lento appiattimento sui valori etici e sugli ideali di carta importatici dall’America hanno avuto come tragico effetto quello di allungare il nostro sguardo sull’effimero, rendendo cieca la nostra vista sul reale. La situazione che vive la nostra generazione è persino più drammatica. Ci sono alcuni giovani, oggi, che si rendono conto anzitempo del mondo cartonato che non hanno mai voluto. Ma non riescono ad opporvisi. Essi, purtroppo, non hanno molto da proporre. E quando si elogiano i giovani per una qualche “nuova proposta”, o qualche “nuova attività”, si rimane sempre e costantemente rinchiusi nel circuito alienante delle mura capitalistiche-lavorative. Non è un caso se il lavoro rappresenta in sé, presente o assente che sia, un dramma collettivo d’una generazione senza padri. Lo spazio per lo spirito sembra esserci privato. La voce del sacro ci è stata oscurata. Troppo concreta, questa, in un mondo digitale che proclama la felicità universale (come se non bastasse, c’impongono persino i canoni della comune felicità!). Troppo nebuloso, quello (lo spirito, s’intende), in un mondo che reclama l’assolutezza dell’atto concreto e istantaneo a minor perdita di tempo (il nostro è un mondo usa e getta).
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Martin Heidegger

Cosa c’entra, allora, tutto questo, col dilemma della morte? Che di essa non si sente mai parlare. Certo, basta accendere il TG una volta al giorno e leggeremo “qualcosa” a proposito di “qualche” morte. Ma apprendere la morte in televisione è come denegarla. Essa ci nasconde l’essenza dell’evento dietro l’innumerevole somma delle “morti”. Già Heidegger, in Essere e Tempo, poteva osservare il senso di sollievo più o meno incosciente nell’apprensione della morte altrui da parte dell’Esserci che viene a conoscenza della notizia:
«L’interpretazione pubblica dell’Esserci dice: “si muore”, perché in tal modo ognuno degli altri e noi stessi nella forma del Si anonimo possiamo raccontarci: ogni volta non io. Infatti questo Si è il nessuno» (Martin Heidegger, Essere e Tempo, Longanesi, Milano 2005, § 51, pp. 303-304).
Sembrerebbe dunque che le cose, dal 1927 (da Essere e Tempo) ad oggi, non siano cambiate più di tanto. Si dirà che, tutt’al più, s’è accentuato questo strappo. E qui arriva il vero problema. Il dramma della nostra generazione è che il problema, lungi dall’essere risolto, è caduto nella dimenticanza. Ma come può, il problema della morte, cadere nella dimenticanza? Solo Dio può togliere l’uomo dall’oblio delle tenebre, così ci insegna il cristianesimo. Così veniva insegnato ai nostri genitori. La verità è che Dio non è morto, come proclamava il Nietzsche dello Zarathustra, ma è stato trasferito in un altro corpo. Quale? Quello della post-modernità. Quello della tecnica. Essa ha rimosso il religioso, e con esso il sacro, rendendolo o visibilissimo, e dunque spogliandolo del suo mistero, o, peggio ancora, lo ha trasferito nel propriamente profano [pro, cioè avanti, e fanum, cioè tempio; davanti al tempio]. Il sacro e il religioso sono per noi concetti così lontani dal “reale” che non ci rendiamo conto della loro straordinaria semplicità e concretezza. Guardini ne offre un quadro geniale, a suo modo, ma inquietante:
«[tutte le immagini sono] ricolme di contenuto religioso; appaiono nel mito e nella favola; nel culto e nella consuetudine, nella creatività culturale e nel sogno. Proteggono dal caos. Sono punti luminosi del sacro; abbozzi preliminari dell’agire. Ora, [nel post-moderno], molte di queste immagini sembrano impallidire, perché l’incontro da cui sorgono ha luogo sempre più raramente, diventa sempre più confuso – perché la tecnica le rimuove. Chi ha ancora visto una sorgente reale e, cosa più importante, l’ha sperimentata? Persino la forma della sorgente inserita nella sfera umana, la fontana, si trova sempre più raramente; in ogni caso come luogo dove si attinge e si beve. Quando l’uomo attuale ci pensa, gli viene in mente il rubinetto, che si gira» (Romano Guardini, La situazione dell’uomo, in Natura-Cultura-Cristianesimo. Saggi filosofici, Morcelliana, Brescia 1983, pp. 191-209, qui p. 205).
Il cerchio sembra finalmente essersi chiuso: dopo il trionfo del Medioevo Cristiano sul paganesimo greco e romano, ecco il ritorno all’adorazione di nuove divinità: la lussuria e la gola, su tutte. E come intermediario costante: la tecnica. Rispetto a tutto questo, la morte ha perso ogni significato. E per alcuni spiriti, anche per i pochissimi presenti nella nostra generazione, tutto questo è straziante. Perché poi, quando la morte inizia a palesarsi in tutta la sua tragicità, accanto a noi, tra i nostri cari o tra i nostri conoscenti, noi non sappiamo come muoverci. Non solo non comprendiamo lo strappo, ma non lo vediamo. Il ritmo frenetico al quale il mondo ci comanda di correre, non “trova il tempo” per la morte, dura nella sua immobilità, straziante nella sua lentezza, per noi amanti passivi della velocità. Una reale rivalutazione del tempo, e della vita, passa attraverso la morte e il sacro che è nella morte. Perché questa tragicità?
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Romano Guardini

Pensare la morte è pensare il sacro. Il sacro è ciò che “sta attaccato” alla divinità. Ora, il divino, fin dal pensare greco, è insieme vita e morte, colore e grigiore, luce e tenebra. Secondo Hölderlin, “Credono al divino / Coloro, soltanto, che lo sono” (Plauso, 1800). Cosa c’è di divino, ora, nella nostra generazione? Alcunché. Il dio s’è ritratto, direbbe Heidegger. Manca questo, alla nostra generazione: un’autentica affermazione della vita per un’autentica appropriazione della morte. Manca l’integrità che ci dia il valore della sacralità. In tedesco, e non a caso, heil significa “integro”, heilig “sacro”. Dove andarsi a riprendere un fondamento così serio? Come colmare una perdita così vasta? Ci vuole il coraggio d’un intera generazione. Ma far presente il problema, intanto, già ci impone d’iniziare a camminare.
«Crescono progressivamente la stanchezza, lo scoraggiamento, il tedio, il vuoto. Premono sulla fede, le prendono il colore, la gioia, la bellezza. A che serve ancora la fede? Le parole sono come fiori appassiti, come vino divenuto insipido. […] Di nuovo bisogna lottare, una lotta assai faticosa. […] Sorge la fede dell’uomo divenuto adulto, che non si fonda più su illusioni, ma sta fermo alla realtà» (Romano Guardini, La fede come vittoria, in Opera omnia II/1, Esperienza religiosa e fede, pp. 285-295, qui p. 292).
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