Poesia

Ultimi venuti

Già si staglia nel cielo plumbeo
un raggio di luce acceso.
Comincia il parlare a farsi teso,
perennemente atteso.

Il silente bosco ascolta
il suono del faggio che invecchia.
S’alza dal suolo un sospiro
accompagnato dalle foglie.

E mentre si distrae l’umana prole
pel suono allegro della velocità,
ritorna sovente quel meditar rurale
al cui cospetto ogn’opra par mortale.

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Filosofia, Scienza

Tecnica e λήθη nella scrittura a macchina

Per una bizzarra traiettoria tracciata dalla metafisica occidentale, lo «scandalo» che l’invenzione della scrittura provoca nel Platone1 del Fedro diviene in Heidegger, specie in merito alla più vasta riflessione sulla «tecnica» già presente nel Parmenide, il luogo privilegiato2 della dimenticanza e dell’oblio (λήθη) pensati con il pensare greco. Il quale pensare sempre pensa, ad un tempo, verità e parola. Continua a leggere

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Filosofia, Poesia

Commento a Todes-Erfahrung di R.M. Rilke

1

Spiegare il significato di una poesia, quantunque fosse possibile, negherebbe la poesia stessa. Il racconto non è mai all’altezza della visione. Ma la dizione poetica è essa stessa la visione. Eppure, ci siamo dimenticati il reale significato del «vedere». L’osservazione teleologica dell’«ente», oscurando il puro e semplice vedere, «vela» il visto coprendolo di pensieri. Lo copre, cioè, di vane parole. Per non commettere l’errore di chi «commenta» l’ente poetico, limitiamoci a meditare e a sentire la poesia di Rilke nel suo originale tedesco. Allora, ci verrà forse offerta la possibilità non di tra-durre il poetato ma di muoverci insieme ad esso. Non diremo mai: “qui il poeta dice…”, perché il di lui «detto» – der Dichter è il poeta, das Gedicht è il destino poetante, la poesia – è ciò che, propriamente, la poesia dice «già» – non appena la si dica. Continua a leggere

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Filosofia

La sepoltura dell’ἀλήθεια sotto le rovine romane della certitudo

Una questione che potrebbe essere superficialmente ridotta a «questione terminologica» assume nel Parmenide di Heidegger un’urgenza tanto impellente da riguardare, al contrario, la «storia “mondiale” europea dell’età moderna»1. Com’è ovvio, il paragrafo che qui vi presentiamo non ha (né può avere) la pretesa di essere esauriente. Quello che faremo sarà percorrere i passaggi logici attraverso i quali, con una sicurezza che potrebbe destare scalpore, Heidegger arriva ad affermare, infine: «la veritas romana è diventata la “giustizia” della volontà di potenza»2, con chiaro riferimento a Friedrich Nietzsche, «con il cui pensiero la metafisica occidentale raggiunge il suo culmine»3. Continua a leggere

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Filosofia

Introduzione al “Parmenide” di Martin Heidegger

Il «pensato» del pensiero di Parmenide e di Eraclito [540/460 a. C.] è ciò che Heidegger, nel corso delle lezioni tenute all’Università di Friburgo nel semestre invernale del 1942/1943, qui si propone di indagare. Come avverte Franco Volpi, curatore dell’edizione italiana di nostro riferimento, il corso si rivela essere prevalentemente (se non del tutto) rivolto a Parmenide, che assieme ad Anassimandro ed Eraclito, appunto, rappresenta uno dei cosiddetti «pensatori iniziali». Vedremo in che senso si può e si deve parlare di «inizio» a proposito di questi filosofi primordiali. Al momento ci basta osservare che l’«inizio», così inteso, si oppone, in quanto tale, alla «fine» del pensiero «esperide» (ted. Abendländisch). Continua a leggere

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Filosofia, Poesia

Le dolci lacrime del poetico

L’uomo, se «uomo» nel senso classico può ancora definirsi, ha abbandonato del tutto l’inseguimento amoroso, financo doloroso, verso il poetico. Questo nostro scritto si muove nel poetico, e da esso si produce. Come? Non ha infatti l’uomo abbandonato del tutto «il poetico»? Ha come scavato, inconsapevolmente, una buca sotto il terreno. E’ dalla terra – dal terreno – che il poetico ha da esser riesumato. La sua origine è una lacrima. O spirito, o nulla: Continua a leggere

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Filosofia

La necessità di un ritorno alla questione dell’Esserci. Contro la filosofia dell’animalità.

DIO È MORTO
§ 7. La necessità di un ritorno alla questione dell’Esserci.
Contro la filosofia dell’animalità.

Lo scopo di questo paragrafo non è immediatamente costruttivo, ma primariamente distruttivo. Attraverso la critica di un certo modo di pensare, si vuole aprire il campo ad un’indagine ben più articolata, che sarà compito e missione di questo libro portare alla luce nelle sue linee fondamentali. Non è intenzione di questo paragrafo entrare nel dettaglio delle singole «posizioni» prese dalla filosofia occidentale rispetto al dibattito sull’animale e l’animalità. Sarà sufficiente un resoconto formale delle suddette posizioni, in quanto ciò in cui esse mancano costantemente è ciò che esse stesse non possono mai vedere, cieche come sono nella loro insensata battaglia. La questione dell’animalità, per come viene a strutturarsi – o a de-strutturarsi – da Derrida in poi, è molto complessa, ampia nella sua letteratura primaria come in quella secondaria. Per l’intento polemico di questo paragrafo, si chiede al lettore di seguire il fondamento del discorso e del pensiero sull’animalità per come viene a configurarsi in Derrida. I seguaci di questo filosofo, per il poco che mi è parso di leggere1, hanno sostanzialmente implementato un pensiero che, pur nel suo interesse globale, mi pare partire da un fondamento, quel fondamento, che qui si vuole criticare. Continua a leggere

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