Filosofia, Letteratura, Teologia

Guardini. Tra teologia e letteratura

Il teologo italo-tedesco Romano Guardini (Verona 1885 – Monaco di Baviera 1968) inizia la sua docenza a Berlino nel 1923. Si sposterà poi a Tubinga, dove insegnerà dal 1945 al 1948, e infine a Monaco di Baviera, dove terrà i suoi ultimi corsi dal 1948 al 1962. Continua a leggere

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Filosofia, Teologia

La fatticità del tempo dell’Esserci. Dramma e condizione di una fede autentica

La teologia deve rimanere al sicuro da ogni sua deriva filosofica. Se la teologia si fonde ad una qualche filosofia come studio dell’essere, è già fuori dal suo obiettivo primario, che è quello di parlare, in quanto discorso (λόγος) e non principio (Λόγος), di Dio. Non, però, oggettivando questo discorso. Quando scriviamo di Dio, l’assunzione implicita riguarda il «noi» del discorso di Dio. Quando scriviamo, qualora scrivessimo, di Dio, scriviamo in realtà della fede (che «noi» coviamo) di Dio. Continua a leggere

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Filosofia, Teologia

Ogni linguaggio è storico, ma non quello della fede

L’impresa che ci siamo proposti di portare avanti si è rivelata abissale non per difficoltà d’esposizione ma di comprensione dell’abisso stesso. La chiave è senz’altro il linguaggio, inteso qui non come «sistema di segni» ma ancor prima come fluire dell’Essere (non «casa1»). Perché non «sistema» né «casa»? Nel primo caso, il linguaggio della fede – l’unico che ci interessi in questo paragrafo – verrebbe ridotto a schematismo trascendentale. Ovvero, se la fede fosse esplicabile, in quanto linguaggio, con un «sistema di segni», si dovrebbe risalire all’origine di tali segni e alla condizione di possibilità (e pensabilità) di questi stessi segni. Vogliamo affermare, solennemente, che la fede non è un linguaggio ma è anzi, nella fede, che avviene qualcosa come il dare forma al linguaggio stesso della fede. Di modo che è questa ad «informare» il linguaggio e non questo, in quanto «sistema», a permettere le possibilità della fede stessa. Continua a leggere

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Filosofia, Teologia

Superare l’«ora»

L’esistenza umana è di volta in volta in attesa. Il tempo che è «ora» definisce questa esistenza, ma anziché fissarla e rassicurarla la getta nella disperazione. L’essere dell’uomo, qualora si possa davvero parlare di «essere», è perpetuamente fissato tra il proprio linguaggio – col quale comprende di «essere» (qui come verbo) – e la propria carne. Anche la «scoperta» di una spiritualità propria dell’essere uomo si lega sempre e indissolubilmente ad una mancanza della carne. Mancanza per cui, peraltro, possiamo davvero parlar-ci come animali «spirituali». E’ questa la ragione principale per la quale quel che tradizionalmente viene definito come peccato originale trova nell’uomo, io credo, un dogma incontestabile. Continua a leggere

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Teologia

L’aut-aut della teologia luterana

Quando Lutero scrive il De servo arbitrio sono passati quattro anni dalla Dieta di Worms (1521), termine ultimo e definitivo del rapporto tra il teologo di Eisleben e la Chiesa Cattolica. La rottura è diventata insanabile. Per la complessità delle vicende storiche, politiche e religiose, questo testo (questa nostra recensione) si limiterà all’analisi teologica dello scritto luterano in sé e per sé, cercando di delinearne la divergenza di pensiero rispetto a quello erasmiano (dunque cattolico)1. Continua a leggere

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Teologia

Giobbe eroe della fede

Questo nostro commento al libro di Giobbe, dall’Antico Testamento, non vuole cadere in semplici osservazioni, né essere, tuttavia, oggetto di una teologia rigorosa, e per così dire scientifica. Lo scopo di un tale commento, ad un così difficile testo sapienziale, vien da sé, ed è a sé nascosto; fare esperienza del Testo Sacro, in tutte le sue forme. L’idea di un commento a Giobbe, primo, ci auguriamo, di una lunga serie di Commenti ai testi biblici, ci è pervenuta dall’ascolto stesso della parola di Dio. Come quando, senza conoscere il sapore del miele, ad un primo assaggio ci si rivela il gusto del dolce oro degli dei, allo stesso modo, leggendo e rileggendo la parola del Signore ci si rivela il Signore stesso. Al di là del bene e del male. Continua a leggere

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Teologia

La disputa di Heidelberg

Giovanni Miegge non ha avuto dubbi in proposito: «Il 25 aprile 1518, mentre l’affare delle indulgenze attirava da ogni parte una notorietà rumorosa sul nome di Lutero, il capitolo generale degli Agostiniani era riunito a Heidelberg. Lutero vi fu ascoltato e discusso, non sulla questione delle indulgenze, ma sui fondamenti della sua dottrina della penitenza, del peccato e della grazia. Nelle tesi formulate in quella occasione, Lutero ha fissato il canone della sua teologia della croce.1» E in effetti, proprio nella circostanza della disputa di Heidelberg, Lutero formula per la prima volta, e in maniera autentica, le tesi che delineano il suo più intimo pensiero teologico noto come theologia crucis. 28 tesi teologiche, 11 tesi filosofiche (delle quali non ci occuperemo in questo luogo). Il maestro in santa teologia Martin Lutero introduce le tesi infiammando fin da subito la disputa:

«Diffidando di noi stessi, secondo il consiglio dello spirito: Non ti appoggiare sul tuo discernimento, presentiamo umilmente al giudizio di tutti coloro che vorranno essere presenti i seguenti paradossi teologici, affinché appaia chiaro se a ragione o a torto siano stati tratti dal divino Paolo, vaso e strumento elettissimo del Cristo, e da sant’Agostino, il suo più fedele interprete.» Continua a leggere

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