Filosofia, Poesia

Commento a Todes-Erfahrung, di R.M. Rilke

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Spiegare il significato di una poesia, quantunque fosse possibile, negherebbe la poesia stessa. Il racconto non è mai all’altezza della visione. Ma la dizione poetica è essa stessa la visione. Eppure, ci siamo dimenticati il reale significato del «vedere». L’osservazione teleologica dell’«ente», oscurando il puro e semplice vedere, «vela» il visto coprendolo di pensieri. Lo copre, cioè, di vane parole. Per non commettere l’errore di chi «commenta» l’ente poetico, limitiamoci a meditare e a sentire la poesia di Rilke nel suo originale tedesco. Allora, ci verrà forse offerta la possibilità non di tra-durre il poetato ma di muoverci insieme ad esso. Non diremo mai: “qui il poeta dice…”, perché il di lui «detto» – der Dichter è il poeta, das Gedicht è il destino poetante, la poesia – è ciò che, propriamente, la poesia dice «già» – non appena la si dica. Continua a leggere

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Filosofia

La necessità di un ritorno alla questione dell’Esserci. Contro la filosofia dell’animalità

Lo scopo di questo paragrafo non è immediatamente costruttivo, ma primariamente distruttivo. Attraverso la critica di un certo modo di pensare, si vuole aprire il campo ad un’indagine ben più articolata, che sarà compito e missione di questo libro portare alla luce nelle sue linee fondamentali. Non è intenzione di questo paragrafo entrare nel dettaglio delle singole «posizioni» prese dalla filosofia occidentale rispetto al dibattito sull’animale e l’animalità. Sarà sufficiente un resoconto formale delle suddette posizioni, in quanto ciò in cui esse mancano costantemente è ciò che esse stesse non possono mai vedere, cieche come sono nella loro insensata battaglia. La questione dell’animalità, per come viene a strutturarsi – o a de-strutturarsi – da Derrida in poi, è molto complessa, ampia nella sua letteratura primaria come in quella secondaria. Per l’intento polemico di questo paragrafo, si chiede al lettore di seguire il fondamento del discorso e del pensiero sull’animalità per come viene a configurarsi in Derrida. I seguaci di questo filosofo, per il poco che mi è parso di leggere1, hanno sostanzialmente implementato un pensiero che, pur nel suo interesse globale, mi pare partire da un fondamento, quel fondamento, che qui si vuole criticare. Continua a leggere

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Filosofia, Teologia

Ogni linguaggio è storico, ma non quello della fede

L’impresa che ci siamo proposti di portare avanti si è rivelata abissale non per difficoltà d’esposizione ma di comprensione dell’abisso stesso. La chiave è senz’altro il linguaggio, inteso qui non come «sistema di segni» ma ancor prima come fluire dell’Essere (non «casa1»). Perché non «sistema» né «casa»? Nel primo caso, il linguaggio della fede – l’unico che ci interessi in questo paragrafo – verrebbe ridotto a schematismo trascendentale. Ovvero, se la fede fosse esplicabile, in quanto linguaggio, con un «sistema di segni», si dovrebbe risalire all’origine di tali segni e alla condizione di possibilità (e pensabilità) di questi stessi segni. Vogliamo affermare, solennemente, che la fede non è un linguaggio ma è anzi, nella fede, che avviene qualcosa come il dare forma al linguaggio stesso della fede. Di modo che è questa ad «informare» il linguaggio e non questo, in quanto «sistema», a permettere le possibilità della fede stessa. Continua a leggere

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Filosofia, Teologia

L’uomo come possibilità. La fede come impossibile possibilità

L’uomo1 è ogni volta possibilità. Dal momento in cui nasce, l’esistere «viene» al mondo, ed è questo il paradosso che lo costringe all’angoscia: che egli da «che è» si trova nel mondo, «Ci è», ma «essendo al mondo» nella forma rinviante della pura e mera possibilità, questo suo esistere non si dà propriamente «mai». Nascendo, l’uomo «viene» al mondo, entrandovi senza mai poterne catturare la totalità dei rimandi2. «Vivendo-Ci» egli, mentre «è», si proietta come possibilità che ha da essere. Cos’è che l’uomo «ha da essere»? Egli non lo sa, ed è per questo che il suo esistere è sempre possibile, mai reale3. Continua a leggere

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Filosofia

Il Dasein è già per-la-morte

Il titolo che Heidegger ci fornisce, riguardo al § 50 di Essere e Tempo, è piuttosto indicativo: Schizzo della struttura ontologico-esistenziale della morte1. Ci sono due indicazioni che vogliamo mettere in risalto rispetto a questo titolo. La prima indicazione viene dallo “schizzo” che Heidegger intende tracciare in questo paragrafo rispetto all’analisi esistenziale dell’essere-per-la-morte. La seconda, a nostro modo di vedere assai importante, è che la struttura di questo schizzo dovrà prendere in considerazione l’ontologico-esistenziale della morte, e non l’ontico-esistentivo.

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Filosofia

Il mistero della morte dell’Esserci

Sarebbe interessante e senz’altro produttivo poter leggere l’intera opera Essere e Tempo alla luce del paragrafo 47, ma né il tempo né le conoscenze ci consentono (per ora) di affrontare un simile lavoro. L’indicazione1 della rilevanza filosofica di tale paragrafo da parte del prof. Bancalari, a tale proposito, è risultata essere un importante stimolo per la stesura di un nostro commento, seppur breve, riguardo ad una lettura “cristiana” del paragrafo stesso. L’interpretazione, che ci affrettiamo a definire come provvisoria e parziale, segue le seguenti linee guida: da un lato Heidegger afferma la possibilità di una ricerca sulla totalità dell’essere dell’Esserci attraverso la morte degli altri; da un altro, tuttavia, l’autore si rende conto di come una tale ricerca, anziché avvicinarci all’essenza della totalità dell’essere dell’Esserci ci allontani piuttosto da essa. Ora, qual è la tesi che ci proponiamo di portare avanti? Secondo la nostra lettura, Heidegger pone l’essere dell’Esserci di fronte alla morte come perduto nel nulla – sia a livello fenomenologico sia, ad un livello più quotidiano, su di un piano esistentivo (la morte ci pone innanzi l’abisso dell’esistenza). Continua a leggere

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Filosofia

Noi non «siamo» noi, per lo più

Chi è allora colui che ha assunto l’essere come essere-assieme quotidiano 1?

Cerchiamo di rispondere immediatamente a questo interrogativo. Il Chi dell’essere-assieme quotidiano è il Si, in quanto esser se-Stesso quotidiano. Così, perlomeno, s’intitola uno dei paragrafi più chiari, a nostro modo di vedere, di tutto Essere e Tempo, celeberrima opera di Martin Heidegger (1927) che abbiamo già avuto modo di incontrare nelle nostre pagine. Il titolo del paragrafo 27 suona, nella traduzione italiana a cura di Paolo Chiodi, nella seguente maniera: “L’esser se-Stesso quotidiano e il Si“.

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