Filosofia, Teologia

Giovanni Scoto Eriugena

A Giovanni Scoto Eriugena (810-877 circa) Gilson dedica un corposo capitolo della sua opera. Questa figura, tema di dibattiti serrati non solo tra gli studiosi moderni ma anche tra quelli a lui contemporanei, nasce in Irlanda e giunge in Francia tra l’840 e l’847. Vive, qui, alla corte di Carlo il Calvo. La sua dottrina, condannata dai concili di Valenza e di Langres nell’855 e nell’859, merita d’essere approfondita per la sua stessa interna problematicità. Chi vuole difenderlo si trova costretto ad ammetterne il velato panteismo, chi vuole accusarlo di panteismo si rende conto, ben presto, ch’egli ha poco a che fare col panteista. Quali sono le ragioni di una tale difficoltà? Gilson risponde che Giovanni, «scopritore occidentale dell’immenso mondo della teologia greca, [è] sommerso da troppa ricchezza imprevista per avere il tempo di scegliere, [è] abbagliato da troppe idee nuove per essere capace di una critica»[1]. Questo grande pensatore, d’altronde, «preteso razionalista», «fonda interamente la sua filosofia su di una base scritturale»[2], seguendo l’esempio di Dionigi e Agostino. Come quest’ultimo, tutto il suo pensiero, racchiuso nel De divisione naturae, poggia sulla formula Credo ut intelligas et intelligo ut credas.

 

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Étienne Gilson (1884-1978)

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Filosofia

Il Dasein è già per-la-morte

Il titolo che Heidegger ci fornisce, riguardo al § 50 di Essere e Tempo, è piuttosto indicativo: Schizzo della struttura ontologico-esistenziale della morte1. Ci sono due indicazioni che vogliamo mettere in risalto rispetto a questo titolo. La prima indicazione viene dallo “schizzo” che Heidegger intende tracciare in questo paragrafo rispetto all’analisi esistenziale dell’essere-per-la-morte. La seconda, a nostro modo di vedere assai importante, è che la struttura di questo schizzo dovrà prendere in considerazione l’ontologico-esistenziale della morte, e non l’ontico-esistentivo.

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Filosofia

Il mistero della morte dell’Esserci

Sarebbe interessante e senz’altro produttivo poter leggere l’intera opera Essere e Tempo alla luce del paragrafo 47, ma né il tempo né le conoscenze ci consentono (per ora) di affrontare un simile lavoro. L’indicazione1 della rilevanza filosofica di tale paragrafo da parte del prof. Bancalari, a tale proposito, è risultata essere un importante stimolo per la stesura di un nostro commento, seppur breve, riguardo ad una lettura “cristiana” del paragrafo stesso. L’interpretazione, che ci affrettiamo a definire come provvisoria e parziale, segue le seguenti linee guida: da un lato Heidegger afferma la possibilità di una ricerca sulla totalità dell’essere dell’Esserci attraverso la morte degli altri; da un altro, tuttavia, l’autore si rende conto di come una tale ricerca, anziché avvicinarci all’essenza della totalità dell’essere dell’Esserci ci allontani piuttosto da essa. Ora, qual è la tesi che ci proponiamo di portare avanti? Secondo la nostra lettura, Heidegger pone l’essere dell’Esserci di fronte alla morte come perduto nel nulla – sia a livello fenomenologico sia, ad un livello più quotidiano, su di un piano esistentivo (la morte ci pone innanzi l’abisso dell’esistenza). Continua a leggere

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