Filosofia, Scienza

Il problema dei muoni e la prescienza di Dio

Quando una stella “muore” e noi la “vediamo” morire, essa è già morta da moltissimo tempo. Un’osservazione di questo tipo, che è scientifica e (fino ad oggi) verificata, dunque certa, se collegata alla bizzarra teoria dei “muoni” ben può svelarci il mistero relativo alla prescienza di Dio, ponendo che Dio, ovviamente, esista. Il paradosso della teoria dei muoni è questo: lo spazio che impiega un muone a raggiungere la terra, dopo essersi infranto contro l’atmosfera terrestre, è di 660m. Eppure, la distanza che separa l’atmosfera dalla terra è di 15km. Com’è possibile, allora, che il muone, disintegrandosi dopo 660m, riesca a raggiungere ugualmente la superficie terrestre? La questione è affidata alla Relatività Speciale, la cui teoria fu formulata, dopo i primi accenni teorici forniti da Max Planck, da Albert Einstein all’inizio del Novecento.

Ma come si collegherebbe questa teoria fisica con quella metafisica della prescienza di Dio? Prima di entrare nel vivo del discorso, è necessaria una breve premessa ermeneutica. L’interpretazione che il sottoscritto vuole dare alla teoria dei muoni per dimostrare la prescienza divina nasce da un’intuizione, per così dire, “analogica”. L’analogia si basa sul fatto nudo e crudo che il tempo è relativo. Essa è dunque valida in virtù della teoria della Relatività Speciale formulata da Albert Einstein. La presente interpretazione, com’è ovvio, non è dunque “empirica” né “sperimentale” ma teorica, valida cioè se, ammesso che x sia vero (ammesso che Dio esista) allora y sarà necessariamente vero a sua volta (la prescienza è necessaria).

Il motivo per cui questa interpretazione viene proposta come valida è che, a dire il vero, anche se Dio non esistesse, ammettendo nella stella che muore (o nel muone che si disintegra) una qualche “coscienza” – ovvero, se noi prendiamo come punto d’osservazione la stella o il muone che “muoiono” e ci mettiamo “nei panni” del loro disgregarsi, cercando per quanto ci è possibile di eludere il nostro punto di osservazione “umano” o, per meglio dire, “terrestre” – risulterà chiaro (direte, al massimo, “logico”) come per la stella (o per il muone) ciò che accade qui, sulla terra, è accaduto prima che noi stessi, in quanto terrestri, ce ne rendessimo conto.

Sarà bene spiegare brevemente, e teoricamente, cosa accade ad un muone (essenzialmente una particella generata dall’azione dei raggi cosmici che arrivano in direzione della terra) quando questo si avvicina al nostro pianeta. Immaginatevi la terra, e sopra di essa l’atmosfera (la cui distanza dal globo è di 15km). Quando il muone si scontra con l’atmosfera, si va disintegrando pian piano che scende in direzione del pianeta. La chiave per capire quel che accade poi, e per risolvere l’aporia che andremo esponendo, risiede nel punto di osservazione dal quale vogliamo vedere l’azione del muone che si avvicina alla terra. Dai calcoli sviluppati in laboratorio, è risultato che lo spazio impiegato da un muone per raggiungere la terra è di 660m. Com’è possibile, allora, che circa la metà dei muoni che si scontrano con l’atmosfera giungono ugualmente alla terra stessa? Semplice a dirsi: era errato il punto di osservazione. Il valore introdotto nella formula che cambiò radicalmente il modo di pensare della fisica moderna fu quello del γ (il coefficiente che trasforma il tempo, la lunghezza e la massa, relativo alla dilatazione del tempo e alla contrizione dello spazio). Il punto di osservazione era errato perché bisognava immaginarselo come se noi stessi fossimo quel muone. Cambia il tempo, cambia lo spazio, eppure entrambi rimangono uguali – per chi? Rispondo io: per Dio solo, qualora immaginassimo che Dio, Creatore dell’Universo, stia al di là di ogni relatività (l’idea di Einstein non si allontana, in questo, dalla nostra).

Ciò significa, com’è facile immaginare, che il tempo è relativo al sistema di riferimento1. Non ha senso parlare di spazio assoluto o di tempo assoluto (così come li avevano pensati la fisica classica, specialmente Newton), ma di spazio relativo e di tempo relativo. Infatti, se dalla nostra osservazione il muone percorre 660m, per il muone stesso lo spazio percorso è di 16km (il fattore γ e la velocità “c” della luce, che è costante, cooperano nella formulazione di questa stupefacente teoria fisica). E allora, ecco spiegata con maggior vigore la teoria dei muoni come possibile prova della prescienza di Dio. Se dal mio sistema di riferimento lancio in aria un pallone, lo lancio “ora” – sarebbe assurdo dire che “l’ho già lanciato prima che effettivamente lo abbia lanciato in aria”. Ma la stella che io vedo morire mentre lancio il pallone in aria è già morta. Dunque essa, morendo, mi “vide” lanciare il pallone, e dopo molto tempo, qui da noi, io arriverò a lanciarlo effettivamente. Il pregio della teoria dei muoni e di quella della disgregazione stellare, così come, più in generale, di quella della Relatività, è dunque il pregio di mostrarci come noi stessi siamo il tempo che siamo2, e il tempo, in sé, «Ci» è e basta. Quando io lanciai quel pallone in aria, Dio lo aveva già visto.

di Gianluca Palamidessi


NOTE

1 Il principio di Mach è un’ipotesi formulata dal fisico e filosofo Ernst Mach nel 1893. Fu ripreso da Albert Einstein nella teoria della Relatività. Il ragionamento di Mach era puramente filosofico: fu Einstein stesso a dargli il tenore di principio fisico.

2 Su questo confronta M. Heidegger, Il concetto di tempo.
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